Ma non solo Rose e fiori.
C’è un giocatore da cui quest’anno mi aspettavo (ben sapendo di non essere il solo) un’insindacabile crescita sotto qualsiasi punto di vista: tecnico, statistico, psicologico. Si tratta di Derrick Rose.

Per varie ragioni tuttavia qualcosa non sta andando esattamente secondo le previsioni. Campanello d’allarme o semplice fase di transizione?

«Che cosa mi sta succedendo?»

«Che cosa mi sta succedendo?»


Eravamo rimasti al titolo di Rookie of the Year, ai 36 punti nella sua prima partita di playoff, ai Boston Celtics messi al tappeto dalle sue micidiali accelerazioni, ai segnali da predestinato e di imminente onnipotenza nella lega.

Ci ritroviamo ora con tutte le statistiche individuali in regresso ed un record di squadra negativo che per altro spiega solo in parte il livello di gioco poco incoraggiante dei suoi Chicago Bulls.

Sul fatto che Rose torni a viaggiare a pieno regime, magari ben oltre i 20 punti a partita, restituendosi quella candidatura a più autorevole rivale del duopolio Chris Paul – Deron Williams (e chissà quant’altro) per i prossimi anni, non penso ci siano contestazioni.

E’ però altrettanto indubbio che non stiamo assistendo non solo ad un Derrick Rose migliorato e padrone della sua città come nei più scontati pronostici, ma nemmeno ad un lontano parente di quello che ci ha suggestionato nella serie magnetica contro Pierce e compagni.

Premessa doverosa, che potrebbe far cadere a domino qualsiasi perplessità successiva: il problema alla caviglia che lo attanaglia da mesi sicuramente incide sul suo modo di giocare e sui tempi tecnici nell’affidarsi ai suoi personalissimi istinti per questo sport.

Eppure c’è dell’altro.

Se si alza il ritmo della partita ti accorgi sempre e comunque di cosa possa essere e di quali chimeriche evoluzioni possa permettergli il suo atletismo detonante, sia in orizzontale che in verticale.
Ma a difesa schierata non credo sia una bestemmia considerarlo ancora uno come tanti altri.

Il gioco a metà campo non potrà mai palesare il miglior Derrick Rose. Te ne accorgi nelle tante fasi della partita in cui è più preoccupato di fare il “bravo playmaker” che aspetta le uscite dei compagni piuttosto di accendere la partita con il suo cambio di passo.
Con carisma, leadership, assist e facilitazione della circolazione ancora sotto il minimo sindacale.

Per altro l’attacco di Chicago non l’aiuta di certo, non brillando per varietà e originalità di soluzioni, risultando decisamente scolastico e dando all’osservatore la sensazione di assistere sempre alle stesse due o tre situazioni elementari.

Si innesca in questo discorso il peso di una novità essenziale e mai troppo ponderata dagli addetti ai lavori: l’addio a Ben Gordon.

Se ne facciamo un fatto strettamente numerico, i punti della guardia ora a Detroit possono essere rimpiazzati dal ritorno di Luol Deng, non a caso primo marcatore di Chicago con 17.5 a sera. Ma quello che manca è la considerazione del modo in cui arrivavano i punti di Ben e della minaccia che scaturiva dalla sua presenza in campo.

Gordon era infatti l’unico giocatore che poteva uscire dai blocchi (sempre molto utilizzati da coach Del Negro) anche oltre la linea da 3 punti, allungando la difesa ed – ancora più importante per Derrick – allargando il campo. I tiratori estendono le difese e le difese estese permettono a chi gioca uno contro uno di avere più spazio.

L'ultimo fotogramma di Ben Gordon ai Bulls. Assenza sottovalutata da Chicago?

L'ultimo fotogramma di Ben Gordon ai Bulls. Assenza sottovalutata da Chicago?

Se ne sta accorgendo Rose, ma sta facendo ancora più fatica John Salmons, passato addirittura da 18.3 a 13.9 punti a sera. Caduta libera anche per lo spaesato Hinrich, che a dispetto di un minutaggio in aumento arretra di un punto a partita rispetto alla stagione precedente, per altro già la sua peggiore in carriera.

Strettamente collegato è il dato che riguarda direttamente il tipo di conclusioni prese dal nativo di Chicago: nel 2008-2009 il 52% dei tiri di Rose era effettuato negli ultimi 4 metri; in queste prime 13 partite stagionali il dato è crollato al 31%.

Non attacca più il ferro, non va fino in fondo, non cerca il suo uno contro uno mortifero, non trova spazio per entrare in area ed imperversare con le sue doti acrobatiche. Insomma, non è più lui.

Tende così ad accontentarsi del tiro da fuori e delle soluzioni in arresto dal palleggio, essenziali per sviluppare il suo gioco che lo porterà all’All Star Game ma non specialità del suo vasto patrimonio di talento.

Molti cronisti sottolineano per altro l’assenza di progressi sostanziali nell’esecuzione dalla media e soprattutto lunga distanza (0/5 da tre al momento in stagione). Gli contestano la scarsa spinta con le gambe ed una meccanica poco fluida che non gli permette di entrare in ritmo, come testimoniato dalle numerose conclusioni che vanno ad infrangersi sul primo ferro.

In realtà, cifre alla mano, la percentuale di realizzazione di Rose da oltre i 4 metri è in crescita di 3 punti percentuale (dal 39% al 42%), dando così almeno uno sfizioso senso statistico all’aumento vertiginoso di tiri presi fuori dall’area, che non appaiono quindi come il problema principale.

Certo, è un punto debole su cui inesorabilmente dovrà migliorare nel corso della carriera; ma non è la spiegazione alle difficoltà attuali.

Ciò che manca al Rose di questo primo mese stagionale è la dimensione interna, la formidabile capacità di aggredire ferro ed avversario, correndo ed alzando il ritmo appena ne intravede la possibilità.

E’ questa la sua pallacanestro, il suo modo di essere dominante, la strada maestra per prendere in mano i Bulls prima e l’intera NBA poi.
Anche perchè – non dimentichiamocelo – parliamo pur sempre di un fenomeno di soli 20 anni; con tutta la carriera davanti, del colore che ben sappiamo.

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4 Comments to “La vie en Rose”

  1. canigggia says:

    Le considerazioni sono tutte giustissime, mi sentirei di aggiungere Rondo nella categoria di ‘quelli che vogliono spezzare il duopolio Paul-Deron’.

    Rose avrà una fulgida carriera, ma probabilmente bisognerà aspettare almeno 3 anni prima che diventi VOCALMENTE il leader dei Bulls: ora è decisamente troppo muto per esserlo in un contesto NBA.

    In ogni caso, resta il motivo principale per cui uno dei free agent del 2010 possa decidere di andare a Chicago, laddove vinse MJ… Magari proprio quello che ora il 23 non vuole più vestirlo… 😉

  2. Max Giordan says:

    Da quel che so sta giocando su una caviglia malandata, magari questo non spiega tutto, ma qualcosa si…

  3. Bandini says:

    Grande Gerry, sempre ottima analisi!
    Credo che a lunga andare l’assenza di Gordon peserà di più sulle prestazioni di Salmons che di Rose e penso che la dirigenza sapesse cosa rischiava privando la squadra del miglior realizzatore (ma anche del peggior difensore).
    E poi il secondo anno è sempre il più difficile, perchè già è difficile riconfermarsi ad alti livelli, ma alzarli ulteriormente è ancora più complicato, anche perchè nessuno in Nba ti fa diventare una stella trattando con i guanti! Se a questo aggiungiamo l’infortunio che lo priva di mobilità ed il solito letale scheduling dei Bulls nel mese di novembre, che gli ha impedito di lavorare sul recupero dall’infortunio, si può spiegare la sua involuzione di inizio stagione. Il problema dei Bulls è credere che certi giocatori facciano quello che non hanno mai fatto in carriera, e cioè Salmons il secondo violino invece del terzo o addirittura il quarto, o che Hinrich si trasformi in grande realizzatore al livello Nba come ai tempi di Kansas, o che i lunghi inizino ad inventare canestri con movenze alla Duncan. Di certo, sulle prestazioni di Rose pesa anche la scarsa fiducia di VDN a Pargo, che implica un utilizzo forse esagerato di Rose (35 mpg da infortunato vs 11 mpg, in pratica Pargo non fa nemmeno un quarto di gioco, che per il livello della Nba in tardo autunno significa giocare 2 mpg a febbraio!).
    Che ne pensi, Gerry?
    Ancora complimenti del post, ora aggiungo il blog ai segnalibri di mozilla!

  4. Gerry says:

    Intanto grazie Bandini!
    Condivido le tue considerazioni, in particolare il rischio di Chicago di “credere che certi giocatori facciano quello che non hanno mai fatto in carriera”.
    Ben Gordon era essenziale non solo per il tipo di gioco di Del Negro, ma anche perchè permetteva ai vari Thomas, Hinrich, Noah e Salmons di fare quello che sanno fare. Ora perdendo e non sostituendo il primo violino è richiesto loro un salto di qualità, un gradino verso l’alto che non tutti stanno dimostrando di riuscire a scalare.
    Quando poi tra questi c’è l’uomo franchigia designato, il radar intensifica i suoi impulsi per monitorare meglio la situazione, anche se come premesso l’infortunio alla caviglia potrebbe rendere inutile qualsiasi appunto a Rose.
    Ben mi guardo quindi dal negare a Derrick il suo naturale approdo, ovvero l’All Star Game entro 3 anni, però essendo le aspettative enormi anche solo un mancato miglioramento salta subito agli occhi.

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