Quello che fa la differenza.
Ogni squadra ne ha uno e non necessariamente è la star della franchigia.

Il grande Dan (Peterson, of course) qualche anno fa scrisse il suo punto di vista sulla questione MVP. Secondo lui il premio andrebbe assegnato al giocatore che maggiormente ha determinato il rendimento vincente della squadra con il miglior record nella regular season.

La tesi è che solo una vera squadra può essere al comando della Lega, non le pur immaginifiche prestazioni del singolo. Tuttavia ogni squadre ha un elemento chiave, quello che permette ad ogni ingranaggio di funzionare alla perfezione. Nel suo articolo Peterson (se memoria non mi inganna) citava Steve Nash: mai esempio fu più azzeccato. Senza il play canadese il rivoluzionario sistema di gioco di D’Antoni non sarebbe riuscito a volare così in alto.

Il criterio proposto, insomma, vuole dapprima considerare i risultati della squadra e in seconda battuta andare ad individuare il difference maker.

Nel presente caso, ho deciso di applicare questi principi guardando la questione da entrambi i versi: individuando da un lato [+] chi sta facendo la differenza nei team che hanno la freccetta in sù, e segnalando dall’altro [-] quelli che non la stanno facendo (o che addirittura sono la prima causa di ogni male) nelle franchigie che si trovano ben al di sotto delle aspettative.

Ovviamente quanto segue è strettamente legato alla situazione attuale e magari verrà periodicamente riproposto e aggiornato.

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Skiles e Jennings se la ridevano già il giorno del draft.

Skiles e Jennings se la ridevano già il giorno del draft.

1. Milwaukee Bucks: Scott Skiles
Tutti parlano di Brandon Jennings.
E c’è di che di parlare, sia chiaro. Ma di talenti che fanno i fenomeni in squadre in fondo alle classifiche ne è piena la NBA. L’ex Virtus Roma invece lo fa in una squadra il cui record recita 67%, con un roster attorno che neanche LeBron dovrebbe portarlo a simili traguardi. Cosa voglio dire?

Che bisogna fare un passo indietro per vedere meglio la situazione nel suo complesso. Ad esempio che questi Bucks sono sulla carta di una pochezza imbarazzante già da due anni, eppure anche nella scorsa regular season furono tra gli ultimi a perdere il treno dei playoff.

Un anno fa la point guard era Ramon Sessions, sorprendente point guard tuttofare richiestissima in estate. Sessions ha potuto scegliere la propria destinazione ed ora siede sulla stessa panchina di Kurt Rambis e con lui ammira il rookie Jonny Flynn. Tornato nell’anonimato.

Questo non si ripeterà per Jennings, ma quel che qui mi preme sottolineare sono i meriti del coach dei Bucks, l’autentico difference maker.
Quando le risorse di talento sono limitate, devi sapere valorizzare quel che hai. Skiles lo fa da anni, tanto a Chicago (dove le qualità erano però maggiori) quanto nel Wisconsin. Poche semplici regole: chi gioca deve sapere cosa fare, deve fare cose semplici, e deve giocare con la massima intensità. Ovvero ordine, efficacia, e soprattutto difesa.

Jennings e Bogut fanno lo stesso pick’n’roll alto per 48 minuti, con il solo Ilyasova a rappresentare le poche variazioni sul tema.

Il franchise player, Michael Redd, injury-prone come pochi: fin qui tre mezze partite e le altre in borghese, dopo una stagione da 33 presenze.
Mbah a Moute, Bell, Gadzuric, Delfino, Warrick e Meeks sono giocatori essenziali della rotazione.

A chi il merito di aver trasformato questa accozzaglia di undrafted, giocatori che fanno la spola tra Europa e America, e alcuni logori veterani in una squadra credibile e perfino temibile?

2. Phoenix Suns: Steve Nash
Sto ancora partorendo questa mia tesi sull’inconsistenza degli attuali Suns. Arriverà. Per ora, però, carta canta: il miglior record della Lega ce l’hanno in Arizona.

Senza Diaw, senza Bell, senza Mike D’Antoni. Ma c’è il vice del Baffo, Alvin Gentry, che ha ripristinato il run & gun dopo il licenziamento di Terry Porter. Soprattutto c’è Steve Nash.

È l’interprete inarrivabile di questo sistema di gioco a spiegare la principale differenza rispetto al periodo con D’Antoni.

Giochiamo in un modo divertente, muovendo tantissimo la palla. Non siamo più un team che corre in campo aperto, ma continuiamo ad avere una grande circolazione di palla.

Il 35enne Steve Nash realizza 17 punti a partita, con il 52% dal campo, il 44% da tre, il 94% ai liberi.
Primo nella Lega per assist (11,6 di media) con cui manda in doppia cifra per punti l’intero quintetto – incluso il resuscitato Channing Frye – più Barbosa e quasi (9,6) Jared Dudley. Contro i Lakers perfino Louis Amudsen ha concluso con 10 punti!

L’ultima dichiarazione del canadese? My teammates are great.
Immenso.

3. Houston Rockets: Rick Adelman
Non c’è ancora Tracy McGrady e non ci sarà per tutto l’anno Yao Ming, non di meno sono il sesto miglior attacco della Lega con 103,7 punti a partita.
Non v’è dubbio che questa è una squadra allenata da coach Adelman.

Le sue squadre hanno sempre un attacco bilanciato e plasmato sulle caratteristiche dei giocatori di cui dispone. Ma non si vincono 868 partite di regular season (11° di sempre) senza attenzione alla fase difensiva e per cinque volte in carriera le sue squadre sono state nella top5 per punti concessi.

Senza un vero centro a disposizione, sfrutta la classe di Scola, l’agonismo del sorprendente Landry, la difesa di Hayes e qualche jumper da Andersen per reggere l’urto con i veri lunghi avversari.

Brooks, Ariza, Lowry, Budinger!
Non c’è un giocatore a roster che stia rendendo meno del previsto, che non sia valorizzato.

A tal riguardo Vecsey sostenne:

Non ci sono segreti riguardo al successo di Adelman: tratta i suoi giocatori da uomini, senza favoritismi; [..] il suo è uno stile di gioco offensivo bello da giocare e da vedere, e ad esso è sempre fedele. [..] In tre decenni, da giocatore e allenatore, non gli ho mai sentito dire una cattiva parola sui suoi giocatori.

Houston è seconda nella sua Division con 8-6. In 16 anni di carriera da head coach Adelman solo due volte non ha guidato i suoi ai playoff, nel biennio trascorso ad Oakland a metà anni Novanta. Non c’è Yao che tenga, potete scommettere anche su questi Rockets. Altro che peggior squadra della Western Conference!

4. Oklahoma City Thunder: Kevin Durant
Non ho molto da aggiungere su Durant, avendone parlato già la settimana scorsa con un post tutto per lui. E non c’è dubbio alcuno su chi sia il difference maker della franchigia la cui casa era Seattle.

I giovani Thunder hanno già superato San Antonio, Miami ed Orlando e la vittoria in nottata a Salt Lake City permette anche il sorpasso a danno dei Jazz. Settima forza ad Ovest, se non sono loro il nuovo che avanza, chi altri?

5. Atlanta Hawks: Jamal Crawford
Lo so, parlando di Hawks probabilmente sarebbe più facile citare Joe Johnson, o Josh Smith. O perfino l’asse Bibby-Horford che ha dato struttura laddove prima c’era un mix confusionario di swingmen e tweeners.
Ma cos’è cambiato rispetto alla scorsa stagione, cosa giustifica il balzo in testa alla Eastern Conference con 11 vittorie e 3 sconfitte?

Jamal Crawford è l’unica vera addizione rispetto allo scorso campionato e dopo averlo osservato in un paio di partite, pur non essendo un suo grande estimatore, devo ammettere che in Georgia pare aver trovato la sua dimensione ideale. Quella di sesto uomo, che si alza dalla panchina per dare un spinta extra all’attacco dei Falchi, sia come vice-Bibby che come guardia tiratrice.

Per un talento che ha già messo 50 punti quattro volte in carriera, non dev’essere facile accettare di non essere la prima opzione e di star seduto al momento del tip-off. Ma in questo avvio di stagione mi è parso perfettamente a suo agio con il nuovo ruolo, evidentemente soddisfatto di trovarsi nella prima situazione vincente della sua carriera.

Complimenti a Gerald Narciso che aveva capito tutto quest’estate, prevedendo il titolo di Sesto Uomo dell’anno per JC.

Osservati speciali: Dallas/Nowitzki e Orlando/Van Gundy.

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