La stagione in tre foto.

I troppi pensieri del coach più enigmatico della lega.


La regola Skiles non si smentisce mai: straordinario lavoro quando c’è da costruire un gruppo competitivo con carneadi ed operai specializzati, cronica incapacità di fare il successivo salto di qualità verso l’affermazione definitiva magari con qualche fuoriclasse in più in squadra.

Ad onor del vero quest’anno non gli è stato di grande supporto il General Manager John Hammond (sfiduciato da metà tifoseria), che portando o confermando in Wisconsin giocatori poco adatti al sistema del coach (il contratto a Drew Gooden grida vendetta, non da meno le presenze di Maggette, Douglas-Roberts ed i $40 milioni elargiti al deludente Salmons) ha compromesso le chance di upgrade.

L'intesa c'è, la continuità non ancora.

Diventa allora quasi irridente tornare indietro alla preseason ed accorgersi che “esperti” analisti avevano preferito i Bucks ai Bulls nei loro pronostici stagionali della Central, stortura non attenuata dalla menomazione di Bogut e dal caso Jennings.

L’australiano ha vinto la classifica delle stoppate ed avuto i soliti momenti in cui assomiglia addirittura al miglior centro della lega, ma il brutto infortunio al braccio subìto prima degli scorsi playoff ha reso impossibile l’assalto allo status di All Star che è ampiamente nelle sue corde.
L’ex Roma ha invece semplicemente deluso, non confermando le mirabolanti prestazioni della stagione da rookie e suscitando dubbi sul suo futuro NBA alla stessa velocità con cui aveva messo d’accordo tutti in positivo solo 12 mesi fa.

Ultima partita di Michael Redd in maglia Bucks?

Eppure può solo essere attorno a loro che si concederà un’altra occasione al burattinaio Skiles, perché Salmons, Maggette e Delfino stanno sprofondando tra gli indesiderati a Milwaukee ed il rookie Sanders non pare proprio essere entrato nelle grazie dell’allenatore.

E’ inoltre giunta al malinconico epilogo la bella storia dell’unico giocatore del roster con una presenza all’All Star Game: Michael Redd ha fatto il suo rientro in campo proprio in contemporanea alla scadenza del milionario contratto, quasi come una simbolica chiusura dello sbiadito ricordo dei Cerbiatti vincenti che furono.

Ma ufficialmente senza All Star e campioni affermati, chi si sente di escludere che Skiles possa riuscire a riemergere di nuovo dalle proprie ceneri?

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One Comment to “At home: the Bucks”

  1. mavio says:

    Questa serie di “At home” è stupenda, prende bene gli highlights della stagione negativa delle squadre più derelitte.

    Su Bogut ha influito troppo il devastante infortunio dell’anno scorso: curioso però che sia il primo nella classifica delle stoppate e abbia scritto il career-high alla voce rimbalzi, ciò farebbe pensare che psicologicamente il ragazzo non ha paura di metterci la mano. Di sicuro è mancato qualcosa anche da parte sua, visto come si è eclissato in certe partite…

    Su Jennings credo si debba sospendere il giudizio: forse l’anno scorso ha vissuto di rendita dopo le prime prestazioni monstre (non ultima quella dei 55 contro GS), la stoffa di sicuro c’è, anche se ai primi trattamenti da ottimo giocatore riservatigli dalle difese avversarie ha iniziato a scomparire letteralmente dal gioco.

    Su Skiles hai detto tutto tu, inutile ribadire…

    Temo che a questa squadra manchi qualsiasi cosa per sfondare nel futuro prossimo: quello che doveva essere il go-to-guy è stato sempre in infermeria e ora uscirà dal contratto, sono stati offerti contratti sull’onda di una ventina di partite ben disputate (vedi Salmons) e il coach mi sembra la trasposizione americana di Delneri: bravo a portare le piccole in Europa, inutile per chi grande lo è già.

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