From Cavaliers vs Celtics 86-104, del 3.5

LeBron James è a terra, ma nessuno lo aiuta a rialzarsi.


In gara 2 contro Boston il Re non c’era. Forse per cause fisiche e gomito malconcio, ma bisogna prendere atto del suo mancato o per lo meno tardivo ingresso in partita dopo il ritiro del meritatissimo premio di MVP stagionale.

Bene, niente panico: in qualsiasi contender che punti decisa all’anello, quando la stella gioca sottotono o ha un guaio fisico ci si rivolge al supporting cast per ottenere risposte, punti e possibilmente vittoria. Dovrebbe essere un assioma semplicissimo, adoperato dalla stessa mirabile Boston senza Garnett lo scorso anno.

Ma per Cleveland non è così.

Non lo è stato ieri: orrende prestazioni di Williams, West e Parker (4/20 dal campo in triumvirato), Shaq in versione sceriffo Lobo, Jamison a cui andrebbe spiegato che il premio come MVP del primo quarto ai playoff non è esattamente il più ambito nella lega; si è salvato solo Hickson, e la frase penso si descriva da sola.

E non lo sarà mai, perché i giocatori non sono scelti, allenati e preparati mentalmente per giocare in alternativa a LeBron, ma sono stati selezionati ed inseriti nel sistema per gravitargli attorno come dei satelliti da lui posseduti.

Il Re assorbe e prosciuga i compagni, anche senza rendersene conto; ed i compagni diventano sudditi che vivono di luce riflessa a prescindere, nel bene e nel male, al di là della loro storia o del peso specifico del loro nome.
Se sei un giocatore di Cleveland sai, più o meno consciamente, di andare dove ti porta LeBron, perché sei abituato giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, a pensare e muoverti alle sue dipendenze.

Anche nei commenti e nei giudizi degli osservatori su Cleveland si ragiona solo ed unicamente in funzione di James: c’è il Re, si guarda cosa ha fatto il Re, quanti punti ha segnato, quanto vicino è andato alla tripla doppia, quante chase down ha compiuto; poi viene tutto il resto.

Ma quando nelle imperscrutabili dinamiche psicologiche dei componenti di una squadra, anche tutto il resto gioca in funzione del Re, si ripropone il grande reiterato dilemma che separa James dal titolo:
se LeBron va per conto suo non coinvolge i compagni, ferma palla ed attacco, non fa lavorare la difesa, ed i risultati non sempre arrivano;
se LeBron fa fatica i compagni si inabissano con lui, l’attacco risulta congestionato e forzato, l’intensità emotiva e difensiva precipita, ed i risultati sicuramente non arrivano.

Ma allora come si risolve l’enigma?

Forse la soluzione non c’è, o meglio è una finta soluzione che strizza l’occhio al paradosso: LeBron è troppo forte.

Nessuna squadra NBA (forse Miami a parte) dipende così tanto da un singolo giocatore, ma perché nessuna squadra ha un giocatore così forte in grado di scavare un divario tecnico, psicologico e mediatico così esteso tra sé ed il resto del mondo, solo vivendo la propria esistenza ancestrale di prescelto.

Se potesse fare a meno della sua inconsapevole figura accentratrice e straripante, liberando coach Brown dall’incantesimo che regolarmente ne offusca scelte ed idee ai playoff, eliminare Boston sarebbe la più ovvia conseguenza.

Ma ciò va oltre la volontà di James, che è allora costretto, per i compagni e per il limitato coach prima ancora che per sé stesso, a giocare sempre la partita perfetta, come in gara 4 a Chicago, equilibrando al meglio autoreferenza e filantropia.
L’eventuale titolo NBA di Cleveland, inutile a dirsi, sarebbe in ogni caso esclusivamente suo. Ma è regolarmente più difficile da raggiungere.

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3 Comments to “Il Re è solo, viva il Re!”

  1. tika says:

    quanto amo questo blog!

  2. doppok says:

    un problema simile in un gioco di squadra mi pare un bel guaio…ad esempio sono convinto che se i Bobcats avessero incontrato i Cavs al primo turno non sarebbero usciti col 4-0 che hanno preso da Orlando, questo perché hanno un gioco di squadra e una difesa in grado di mettere in crisi LeBron e di conseguenza tutti gli altri. Sia Kobe che Jordan, quando hanno vinto, hanno avuto dei contraltari anche al solo livello psicologico, gente che gli ha fatto capire e ricordare che si gioca in 5 contro 5 non uno contro 5.

  3. Fraccu says:

    Condivido appieno riguardo l’ironica paradossalità di Lbj: è troppo “diverso” per giocare come “uno” fra cinque o anche solo per “giocare in 5”, tra pari.
    Il suo è un eccesso di potenzialità che satura lo scenario della squadra come gruppo omogeneo e “collaborativo”; inevitabilmente, se gioca lui, c’è una gerarchia netta, e questo rende il team troppo poco autonomo ed affidabile (senza di lui).
    Squadre come Orlando o Boston hanno la propria forza nel’esatto contrario: “tutti importanti, nessuno indispensabile”.

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