Curioso il singolare contraltare tra i premi che ha ricevuto Denver per la stagione regolare e la contemporanea malinconica uscita dei Nuggets dai playoff.

Penetra, tira, attacca, passa, blocca. Ma dannazione non fermare la palla!

Penetra, tira, attacca, passa, blocca. Ma dannazione non fermare la palla!

George Karl allenatore dell’anno, Masai Ujiri executive of the year. Ma Mark Jackson e Golden State al turno successivo.

Curioso prima di tutto perché mi appare nella migliore delle ipotesi una scelta risarcitoria o molto più banalmente tardiva, oltre che incolpevolmente intempestiva.

Il capolavoro del GM nigeriano non è stato quest’anno, ma nei precedenti.

Normalmente una squadra ed un mercato di secondo piano che perdono una stella di prima grandezza come Carmelo Anthony vanno incontro ad un solo ineluttabile destino: la lotteria, il dimenticatoio, l’eterna ricostruzione.

Masai ha invece rilanciato, ambizioso più che mai, affrancandosi all’allenatore e soprattutto al suo sistema democratico senza stelle che valorizza tutti, arrivando al record di vittorie della franchigia.

E’ in questo binomio filosofico che nasce la stagione di Denver da 57 referti rosa, non tanto o non solo nelle mosse degli ultimi 12 mesi per altro non tutte esenti da perplessità.

Il vero abominio tuttavia era che George Karl non avesse mai vinto questo premio, tanto da far pensare che ciò non fosse più possibile.

L’ex Real fece un miracolo sportivo a Seattle negli anni ’90, portando di colpo una squadra che vivacchiava intorno al 50% di vittorie ad essere per 7 anni una corazzata da 60 W di media, ad un Michael Jordan dal titolo.

Mi sbilancio nell’affermare che il suo ai Sonics sia stato – insieme a quello di Larry Brown a Detroit, comunque impostato da Carlisle – il più grande lavoro di un allenatore nella NBA degli ultimi 20 anni, proprio perché non aveva Domineddio col 23 ma giocatori e uomini che sarebbero potuti tranquillamente rimanere incompiuti in altri sistemi.

Shawn Kemp non era All Star, lo divenne con Karl. Gary Payton non era All Star, lo divenne con Karl. Mentre il coach collezionava panchine della Western, sfoggiando il miglior record di conference.

E’ dal 2004 in Colorado ad ottenere annualmente un record largamente positivo e mi viene francamente difficile pensare che Avery Johnson, Sam Mitchell, Byron Scott, Mike Brown e Scott Brooks abbiano nel frattempo lavorato così meglio.

Il fatto che abbia vinto ora dopo la malattia è sospetto, ma comunque non meno meritevole e tutt’altro che paradossale. Perché mai come quest’anno ha potuto perfezionare la sua filosofia e giocare alla George Karl.


Ma ovviamente c’è anche la magagna. Dice infatti il coach:

Si va verso una NBA con 3-4 squadre con tre superstelle ciascuna. Beh, Denver non sarà una di quelle squadre. Perché dovremmo costruire su quella filosofia? Perché non avere un top-10 in ciascuna delle cinque posizioni e una delle migliori 10 panchine?

Perché così non si vince ai playoff, caro George.
E non ci sono dettagliate motivazioni tecniche a spiegarlo, sono la storia ed il campo a testimoniarlo.

L’orientamento della NBA è noto: i campioni vendono il prodotto.
E’ una questione che in queste ore ha agitato i disillusi tifosi dei Bulls, italiani e non, che non hanno digerito gli arbitraggi contro i tre amigos.

Ma c’è soprattutto un regola tassativa non scritta che ammette poche contestazioni: in regular season può anche vincere il più bravo, ai playoff vince solo il più forte.
Le recenti vicende di Boston, Oklahoma City, Lakers e Chicago sono solo l’ultimo esempio di questo trend poco penetrabile.

Quindi congratulazioni coach, hai ottenuto quello che ti era dovuto, perché sei da tempo il più bravo o uno di quei pochi.
Commuovendoti e commuovendo tutti durante i ringraziamenti.

Se la tua forza non è quella di avere una filosofia che permette di vincere in postseason, ci si può accontentare di quella che ti ha permesso di vincere una battaglia un po’ più importante.
E chissà quante altre in futuro, a modo tuo e senza cambiare mai.

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8 Comments to “The way George is”

  1. Mike says:

    effettivamente la lista di eliminazioni al primo turno di Karl è lunghissima. però non è del tutto vero che non si può vincere senza super star ma schierando un top 10 in ogni ruolo e una delle migliori panchine, basti pensare ai Pistons del citato Brown, o ai defraudati Kings di Adelman. ed il fatto che dall’alto non si voglia veder vincere in questo modo, non significa che non si possa.

    inoltre sono completamente in disaccordo col fatto che in RS possono vincere i più bravi ma ai PO vincono solo i più forti: non so se è solo questione di scelte lessicali ma credo sia esattamente il contrario.

  2. from0tohero says:

    @Mike

    I Pistons erano un’orchestra meravigliosa che giocava un tipo di Basket completamente opposto. Ritmo basso, possessi controllati giocavano una pallacanestro da PO in RS mentre il vero problema di Denver è che non è possibile vincere con la loro pallacanestro ai PO ameno che gli intrepreti non siano molto, molto più forti… tant’è che si dovevano affidare alle giocate dell’immenso Miller.
    Tra l’altro i 5 del quintetto dei Detroit sarebbero titolari nel quintetto odierno dei Nuggets (e Sheed era “in bolla”)

    Kings: pallacanestro più strutturata e anche in questo caso io Divac e Webb a Denver non li vedo proprio (Faried-McGee)

  3. from0tohero says:

    Scusate per gli enormmi/troppi errori di ortografia, cellulare maledetto

  4. Mike says:

    non parlavo di questi Nuggets, ma del concetto di poter vincere senza superstar.

  5. Saimon says:

    Palese premio alla carriera, che però come tutti i risarcimenti “postumi” finisce col perdere valore ed efficacia.

  6. from0tohero says:

    @Mike

    Nei casi che hai citato (soprattutto i Pistons) i componenti dei roster erano stati molto sottovalutati, come per i grizzlies oggi.

    Personalmente condivido l’idea dell’articolo: con una serie di secondi e terzi violini non vinci a PO, in RS il discorso cambia parecchio

  7. Francesco says:

    Ok tutto però non si può chiudere l’articolo senza quantomeno citare la perdita del Gallo appena prima dei playoff. Per me era senza dubbio il giocatore più importante della squadra per tantissimi motivi alcuni dei quali, piuttosto evidenti a chi avesse visto la squadra, non visibili in nessuna statistica (anche se è primo per distacco in quella dei +/-). Oltre a essere il collante della squadra era la cosa piu simile al go to guy che avessero e in tantissime occasioni anche quello che invertiva, in positivo, il corso della partita. La storia non si fa con i se peró credo che con gallo dentro oggi staremmo parlando del miracolo nuggets ai playoff.

  8. Pinno says:

    Speravo fosse un articolo su Paul George!!!

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