C’è ancora speranza. C’è sempre speranza.

La speranza è un prestito fatto alla felicità.

La speranza è un prestito fatto alla felicità.


L’andamento stupefacente di questi playoffs riconcilia con l’essenza di questo gioco: la pallacanestro è viva, quella NBA lo è più che mai.

Per un motivo o per un altro, Chicago, Indiana, Memphis e Golden State emozionano, scombussolano, eccitano, suggestionano, inorgogliscono. Obbligano lo spettatore neutrale e soprattutto il purista a fare il tifo per loro.

Ed inducono ai pensieri più sconci, quelli che non si dovrebbero avere, atti impuri che resteranno in larga misura sogni sfocati e insoddisfatti, di cui gara dopo gara ci si ricorderà sempre meno al cospetto della dura realtà.

Fanno credere nell’incredibile, the impossible is possible tonight. Basta credere in loro, tanto loro già lo fanno.

Un tempo c’erano Lorella Cuccarini e la cucina Scavolini, oggi al loro posto ci sono i Chicago Bulls: la squadra più amata dagli italiani. E non solo da loro.

Marco Belinelli, Nate Robinson, Jimmy Butler, Carlos Boozer, Joakim Noah, Taj Gibson, Marquis Teague, Nazr Mohammed, Daequan Cook: non solo è un roster che non dovrebbe vincere una serie di playoff, ma un’accozzaglia di nomi che non dovrebbe nemmeno andare vicina a vincere una singola partita in postseason.

Ed invece, epici.
Le abilità di coach Thibodeau semplicemente commuovono, mai un allenatore era stato così decisivo nella storia recente della NBA.

Eppure non c’è solo chi pensa ad un risultato alternativo allo scontatissimo 4-1 per gli Heat, che avevano giusto bisogno di una svegliata come in gara 1 per ricordarsi di essere in missione not one.

C’è persino chi si spinge in analisi tecnico-tattiche su come Marco e compagni possono conservare il fattore campo conquistato, abbassando i ritmi, cavalcando per i canonici 48 minuti Butler su James, auspicando il rientro degli illustri assenti.
Come se tutto ciò fosse davvero possibile e soprattutto dipendesse da loro, con le sole abnegazione, difesa ed organizzazione.

La speranza è il regalo più bello che Thibo dona a chi segue la pallacanestro e soprattutto l’eredità più significativa che consegna a chi la pratica, dalla squadra CSI di Venegono Inferiore alla mia Varese vincitrice della regular season di serie A: crederci. Sempre.

New York gioca male già di suo, è un marchio di fabbrica di coach Woodson. Ma Indiana ed i suoi cagnacci fanno tutto quello che serve per farla giocare ancora peggio, perché hanno voglia di farlo.

Lance Stephenson mi fa paura anche se ci sono uno schermo ed un oceano a dividermi da lui. Ho lo stesso il terrore di incontrarlo la sera mentre rincaso, spero di non vederlo apparire mai nei miei incubi. Di solito non guardo gli avversari quando fanno riscaldamento, ma d’ora in poi li studierò uno ad uno per assicurarmi che non ci sia lui e che non ci debba giocare contro.

Indiana difende, ha un’intensità famelica e finché tira in questo modo può sempre tenere accesa la fiammella.
Ma a prescindere dall’esito della serie, ha reso evidente quello che già la cadaverica Boston aveva palesato: i Knicks non hanno nulla a che vedere col titolo ad Est, Miami è già campione.

Diversa la faccenda ad Ovest, in attesa di conoscere i passi in avanti che la medicina statunitense ha compiuto alla voce “artroscopia”.

Sugli scontati enormi problemi degli attori non protagonisti di Oklahoma City senza Westbrook e sul magico mondo di Zach&Marc, si è già detto tutto.

Sotto il profilo puramente tecnico, per quello che non riescono a fare i primi nelle inefficienze del pernicioso coach Brooks e per come dominano i secondi nel sistema più completo dopo San Antonio tra le 8 squadre rimaste, è paradossalmente la serie dall’esito più scontato.
Sempre Domineddio col 35 e menisco di Russell permettendo.

Ma ora, mi perdonerete, devo tornare a fare quello che sto facendo da circa 24 ore, nella speranza di togliermi finalmente le mani dai capelli come faticosamente sono riusciti a fare David Lee e compagni: rivedere e rivedere il mio nuovo giocatore preferito all’opera.


Hanno vinto gli altri, rocambolescamente, col Belzebù da Bahia Blanca, come era logico che fosse nel copione. Sarebbe stato come chiedere a Walt Disney di rigirare Bambi tenendo in vita la mamma cerva: non ha senso.

Ma il cuore dell’appassionato NBA oggi deve concentrare parte dei suoi battiti per il più entusiasmante e fresco personaggio dell’anno, l’indiscusso primatista di quei sogni impossibili diventati realtà. All’occorrenza cercando pure di capire come ci riesca, ma temo possa essere tempo perso.

Stephen, Marc, Zach, Lance, Tom: grazie davvero.
Anche se alla fine vinceranno gli altri, voi ormai avete già vinto.

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7 Comments to “Speranza”

  1. ThePoz says:

    Chapeau! E’ un piacere leggere i tuoi articoli, in questo mi rispecchio pienamente.
    Non riesco a non simpatizzare per queste squadre ti fanno credere che una finale GSW-Memphis è possibile, magari non accadrà ma Steph mi ha trasmesso emozioni che non provavo da quando vidi Bryant per le prime volte.

  2. Dicko says:

    Sto… per… piangere. Articolo splendido. Curry uomo in missione se ce n’è uno. Thibo idolo, Lance di una cattiveria devastante.

    Forse i Playoff che mi hanno sorpreso e divertito di più da un paio d’anni a sta parte. Resurrezioni pasquali di un paio d’anni fa escluse.

  3. Bombo says:

    Caro Gerry, anche da lontano vi seguo sempre (tabellini CSI e wegotgame, oltre al fantacalcio, ma quello e’ un altro discorso). Penso sia uno dei tuoi articoli piu’ belli del passato recente, forse perche’ tratta personaggi che, a modo loro, non posso far altro che amare. Dal Bostoniano Thibo (sarebbe gia’ questo motivo di ammirazione. In aggiunta, sa allenare, ed anche bene), ai due fratelloni di Memphis, al buon Curry. Stando qui ho avuto modo di vedere due partite NBA, entrambe dei Clippers. Spettacolo, schiacchiate, lob city, ma avevo sempre la sensazione che mancasse qualcosa, quella forza e quegli attributi che tu hai sapientemente descritto nell’articolo, e che prescindono e trascendono dal talento puro. E pace se poi multano il buon Beli per un gesto che definire quasi normale e’ forse riduttivo. E’ un gesto che ben descrive chi ha la voglia e la tenacia di crederci fino in fondo. E di far sognare un po’ noi tifosi. Un saluto a te ed alla squadra! A presto…

  4. Mavio says:

    klay Thompson avrá letto questo post?

  5. from0tohero says:

    Articolo stupendo. Mi piacerebbe sentire i fanatici della sabermetrica (si scrive così???) a riguardo.
    Per Dirla alla Buffa:

    Pronto? Casa Hollinger? C’è John….

  6. timme says:

    bel pezzo gerry!

  7. Bandini says:

    Ieri un amico, che segue poco la NBA, dopo aver visto gara 1 Spurs-Warriors, mi ha chiesto chi diavolo fosse Curry?
    Per fargli capire che giocatore è, gli ho raccontato di quando, al college, il coach di Loyola decise di marcarlo ad uomo… con due uomini. La Davidson di Stephen vinse agile di 30, ma Curry non segnò nemmeno un punto, facendo inorgoglire il coach di Loyola, che a fine partita dichiarò:
    “We had to play against an NBA player tonight,” Patsos reasoned. ”Anybody else ever hold him scoreless? I’m a history major. They’re going to remember that we held him scoreless or we lost by 30?”
    Non aveva proprio tutti i torti, in effetti i suoi giocavano contro un giocatore nba. Dai Stephen, continua così.

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