From Clippers vs Grizzlies 93-103, del 30.4


Siamo la coppia più bella del mondo.

E non ci dispiace per gli altri.

E non ci dispiace per gli altri.


Quasi tutta la NBA (e non solo) va dalla parte opposta, ormai è noto: chi con Parsons lungo atipico, chi con Bosh da “5” perché tanto c’è LeBron, chi dirottando ali grandi vecchia scuola in sempiterni centri (Duncan, Garnett), chi esagerando come a Denver e Golden State.

Ma l’altro mondo, il vecchio mondo, l’unico che va apparentemente contromano alla storia, sta giocando la miglior pallacanestro di questi playoff.

Lavagne di Flavio, panegirici dell’affranto Avvocato, Billy Crystal ancora più a pezzi, Blake Griffin sculacciato, DeAndre Jordan massacrato, Odom misteriosamente dimenticato, Del Negro licenziato, fattore campo ribaltato, match point sulla racchetta nel proprio turno di servizio: Randolph e Gasol sono uno spettacolo.

E Memphis, miracoli del Domineddio col 35 permettendo, ha la strada spianata verso una clamorosa finale di conference proprio contro quegli Spurs a cui giocarono un traumatico scherzo nel primo turno del 2011, da testa di serie numero 8.

Non è solo un discorso banalizzante di avere i lunghi bravi e dar loro la palla in post o cavalcare la comunque vitale supremazia a rimbalzo. C’è molto di più, perché questi Grizzlies partono da lontano con una rara chiarezza programmatica in campo e fuori: la costruzione attorno a Zach e Marc.

C’è un’idea di basket, c’è gestione del ritmo, c’è una struttura con scopi ed obiettivi, ci sono concetti difensivi, c’è completamento delle caratteristiche dei singoli in funzione della squadra.
E tutti si applicano sulla teoria, agendo per elevarla a pratica ed elevandosi come giocatori migliori, da Tony Allen a Pondexter passando persino per Bayless che trova quasi un senso tecnico.

Tutti utili, perché è una scelta dottrinale, è cognizione di pallacanestro.

Non c’è nessuna stella negli altri ruoli, anzi è stata spedita a Toronto la cosa che più le assomigliava insieme al suo mefistofelico contratto sproporzionato, guadagnando altri punti alla voce chimica. Per stare al passo coi tempi, giocando come non gioca nessuno.

All’epoca dei giochi UCLA di Stockton&Malone, della triple post offense di coach Zen, dei Lakers anni ’80, della Houston di Hakeem o dei primi Spurs di Duncan&Robinson, l’azione offensiva a difesa schierata iniziava quando e si sviluppava in base a dove finiva la palla in post.

Oggi giocano così solo in Tennessee.

Quante giocate di High Low Post Offense abbiamo visto in questo primo turno di playoff? Qualcosina nei Los Angeles Lakers B di inizio partita tra Gasol e Howard, prima che l’uno si stufasse di darla all’altro e quindi molto presto nel primo quarto; e poi momenti di Hibbert ad Indiana, in memoria di principi della Princeton Offense che tanto ha praticato al college.

Ma nessuno come Memphis e nessuno con l’amalgama di questi due.

Zach Randolph ha un antesignano che può sorprendere ma della cui citazione mi assumo la responsabilità: è la cosa più vicina a Shaq dell’attuale NBA, per il mix di movimento di piedi in relazione alla mole e mani da clavicembalista, chiaramente al netto del rilascio al tiro e dell’improponibilità del paragone nel suo complesso.

E Zaccaria, come O’Neal, comprende e legge il gioco come pochi, anche se questo particolare non è mai stato e non è riconosciuto a sufficienza ad entrambi.

Marc Gasol va oltre. Non sarà il miglior difensore della Lega in senso assoluto, ma è tantissime e persino troppe cose in attacco: il miglior perno, il miglior passatore, il miglior post basso, il miglior turnaround, le migliori finte, il miglior movimento senza palla.

Il lungo tecnicamente più completo negli ultimi 5 metri, per farla breve, completando il sorpasso ed allungando definitivamente sul cagionevole Bogut e soprattutto sul fratello ricco, magro e bello.

Questo post sarebbe stato intitolato e dedicato a Chris Paul, se solo avesse avuto attorno una squadra, un allenatore ed un’idea di basket. Una cultura, appunto, anticonformista o sulla carta superata che sia.
Ma se la didattica ed il pachidermico sistema battono l’abbacinante talento individuale, non può essere solo frutto del caso.

Tags: , , , , , , , , , ,

2 Comments to “A scuola di pivot”

  1. Dicko says:

    Questi due da veder giocare sono belli, ma belli in modo assurdo.

  2. Saimon says:

    Due misteri.
    Il primo è come il catalano sia diventato sta roba qua a quasi 30 anni……
    Il secondo è come abbiano fatto a recuperare la psiche e la mentalità di Zibo….

    Personalmente credevo che dopo la trade la loro “magia” sarebbe finita, invece ne hanno addirittura guadagnato. Maestri.

    OT: Sentivo ieri in una replica Mammolo ventilare un’ipotesi…Howard non rifirma, Atlanta ha spazio e voglia di rifondare….fantabasket?

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>