Bisognerebbe distinguere il basket prima e dopo di Nate Robinson. (Federico Buffa)

The Great.

The Great.


Quelli di Biancaneve erano sette, sapevano organizzarsi sul posto di lavoro sfruttando la loro ostentata eterogeneità, superavano la crisi e la stanchezza canticchiando discutibili motivetti, ma sapevano integrarsi e prendersi cura dei diversi.

Quelli di Tolkien erano ben rappresentati da Gimli, non avevano in grande simpatia gli Orchi, andavano su di giri alla vista dei lucenti capelli di nobili Elfe, ma sapevano come fare spogliatoio specie con gli Uomini.

Altri ancora sono utilizzati per decorare il giardino o in fumetti erotici e leggende pornografiche nei quali non mi addentro. Secondo alcuni ne sono stati avvistati esemplari anche alla Presidenza del Consiglio della Repubblica Italiana, ma me ne addentro ancora meno.

Poi venne Nate Robinson.

Mi ha sbalordito non tanto e non solo la sua giunonica prestazione in solitaria che ha permesso ai Bulls di raddrizzare gara 4, facendola entrare già che c’erano nella storia come solo loro sanno fare recentemente ai playoff (rivolgersi Celtics 2009 per approfondimenti).

No, di Robinson mi ha colpito e ci colpisce l’approccio, lo spirito genuino e l’inarrivabile entusiasmo che accompagnano la sua avventura in questo mondo di giganti nel corpo ma mai come lui nel cuore. Una carica che nasce da lontano, che magari C.J. Watson ritiene eccessiva e forse non solo lui, ma che unisce ed appassiona a qualsiasi condizione.
Anche quando ti obbliga a metterti le mani nei capelli.

In un’immagine già consegnata ai posteri nella corsara gara 2 a Brooklyn, alla chiamata del time-out di uno stralunato coach Carlesimo preso ripetutamente a sculacciate da Thibodeau con un quinto del talento a roster, Nate è entrato in campo rasoterra con un sorriso enciclopedico a caricare i compagni e se stesso, qualora ce ne fosse ancora bisogno: scena meravigliosamente magnetica.

Come spesso capita alla specie, si è a lungo inteso questo ragazzo come un fenomeno da baraccone, avendo effettivamente raggiunto il massimo fulgore da professionista nelle cinematografiche sfide in versione Kryptonate a Superman Dwight durante gli Slam Dunk Contest nel passato.
Ovvero niente a che vedere con la pallacanestro, ma molto di più al business ed allo show.

Ed invece no, perché Nate non è solo un grande personaggio, ma ha dimostrato di essere anche un grande giocatore di basket, con una precisa ed indeclinabile caratteristica: nemmeno lui sa come gioca e perché fa le cose che fa, anzi soprattutto lui non l’ha capito.
Basta chiedergli di essere solo un realizzatore spensierato, sorvolando sul resto, e questi possono essere i risultati.

I playoffs quest’anno sono partiti vedovi di altre guardie più o meno piccole come Rondo, Rose, Kobe ed hanno perso per strada non si sa per quanto pure Westbrook, ma hanno trovato un grande uomo che ne ha scritto qualche pagina di storia in alternativa, qualsiasi cosa succeda.
E che magari non sarà forte come gli altri, ma di sicuro non è meno speciale di loro.

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2 Comments to “Gigantemente Nate Robinson”

  1. zjk86 says:

    formidabile l’introduzione, quasi emozionanti questi profili dedicati a singola prestazione

    e fantastico Nate, o lo ami o lo ami!!

  2. Saimon says:

    Giusto per quella storia delle serie già decise dopo gara1 eh….

    Il modo in cui ha ribaltato come un calzino gara4, la naturalezza con cui stoppò Yao, la noncuranza con cui prende tiri neanche ipotizzabili dal 90% dei giocatori, ma soprattutto la faccia tosta con cui ignora tutti i limiti. Quelli fisici, quelli probabilistici, quelli caratteriali.

    E’ uno di quei giocatori che rendono un po’ più “romantico” (ancora) questo sport.

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