Washington con John Wall sarebbe quinta ad Est.

All in all, adesso tocca a me.

All in all, adesso tocca a me.

Era il 12 Gennaio, prima partita stagionale dell’ex Kentucky, Atlanta battuta al Verizon Center, sesta vittoria su 34 partite giocate. Da quel momento il record dei Wizards è un impressionante 21-16, 57%, davanti a Chicago ed appena dietro a Brooklyn.

Non è uno di quei fenomeni da fine stagione in cui i valori vengono rimescolati e falsificati dalle situazioni di fatto acquisite.
No, perché qui c’è una squadra di pallacanestro con dei valori, che sta giocando un basket produttivo da ormai 3 mesi.

C’è assemblaggio possibile, sia chimico che generazionale: ci sono i veterani che difendono (Okafor, Nenè, Ariza), i giovani che picchiano (Booker, Seraphin) e soprattutto i giovani che segnano (Beal). Mancava solo uno scopo da dare a tutti loro, scopo che ora è stato ampiamente individuato nella partecipazione ai playoff 2014, attorno alla stella designata.

Sì, perché qui c’è soprattutto una squadra che ha trovato il suo leader.

John Wall ha cambiato testa, la sua metamorfosi in campo è solo la conseguenza ed il risultato di una folgorazione nell’approccio alla sua vita da professionista NBA.

Tale Rob McClanaghan, il mago delle point guard, colui che ha modellato Rose e Westbrook in questi anni, gli ha lanciato la sfida nella scorsa estate: se non sei pronto ad un impegno totale e quotidiano con me, lascia perdere.

Sono pronto, ha risposto John. Ed è in quella risposta che risiede quello che vediamo oggi e vedremo in futuro, compreso un flirt con Gary Payton che si rivede in lui anche nelle difficoltà iniziali e si è di fatto proposto come suo mentore per insegnargli il mestiere della difesa.

Non so che lavoro specifico abbia fatto ed anzi preferisco non saperlo, visto che ci ha rimesso un ginocchio per infortunio da stress (a Rose saranno fischiate le orecchie) e chissà cos’altro ha combinato in seguito durante la pausa forzata.

Ma so che ha migliorato il suo gioco.

Il Wall che ricordavamo era un ottuso penetratore mai in grado di selezionare spazi, tempi ed andature, sia per se stesso che per la squadra. Andava ad impastarsi e rimpastarsi al ferro e sui lunghi avversari, un po’ come i maschi della famiglia Simpson che si mettono una pentola in testa e si sfidano a colpi di capocciate.

Oggi invece è un Wall più in controllo, con costruttivo ed efficiente utilizzo dei cambi di velocità e delle accelerazioni, più modulato. Segna di più, giocando 5 minuti di meno. Dà un senso alle cose che fa, ed infatti non si fanno 47 punti in questa Lega se non hai capito come si gioca in questa Lega.

Si intravedono segnali di vita anche al tiro: in metà dei minuti giocati ha triplicato i canestri da 3 punti segnati l’anno scorso. Anche se c’è la gabola, si partiva davvero da troppo indietro, visto che si è passati da 3 a 9 realizzazioni.
Un mattone alla volta.

Ha avuto ed avrà sempre tanto bisogno di passare da education e thought control, alla faccia di Syd, Roger e compagni, per evitare il cupo sarcasmo in classe attorno a lui ed alla sua prima scelta assoluta che sembrava ormai buttata via.
Ma ora, cari maestri, il momento potrebbe essere giunto: leave the kid alone!

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3 Comments to “First brick in the Wall”

  1. Matthew says:

    gran pezzo anche solo per le ultime 4 righe!

  2. gasp says:

    Concordo,e molti dicono che vale come Hill…

  3. azazel says:

    Io ero rimasto un po’ “deluso” dai suoi primi due anni, il contesto non lo aiutava, ma lui giocava con quel fare da circo che lasciava trasparire nessuna voglia di migliorare, bastava guardare 2 azioni difensive per capire che non c’era con la testa.

    Uno poteva giustificarlo con “peccati di gioventù”, ma il passo per bruciarsi era veramente corto in un mondo che va a mille all’ora. Quello che abbiamo avuto post infortunio è un giocatore, come detto qui sopra da Gerry, totalmente diverso sin dal punto di vista mentale (essersi liberati dal mix Young-McGee-Blatche può aver aiutato), perché è arrivato in una squadra che era comunque disperata come erano disperate le versioni dell’anno scorso, ma lui non si è lasciato trascinare dall’atteggiamento “che me frega del punteggio, io faccio il mio circo” che aveva mosso i suoi primi anni nella lega.

    Poi, ovviamente, ci sono i miglioramenti tecnici a partire da un tiro che lentamente ma significativamente si sta costruendo e anche in difesa inizia ad esserci un contesto in cui lui può fare la sua parte (con i suoi limiti). Bene, molto bene. Guardo al futuro con un po’ più d’ottimismo, giocare i playoff ad est non è poi così impossibile in generale, se li si rincorre con una idea di basket e un po’ di talento, tanto meglio.

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