A nessuno conviene un LeBron James positivo all’antidoping.

E se facessi anche l'accento svedese?

E se facessi anche l’accento svedese?

David Stern, come ogni capo di una lega privata che se la canta e se la suona con le proprie regole negoziate e per i propri – giustificabili – interessi, ci raccontò nel 2005 che non c’è alcuna prova del benché minimo utilizzo di steroidi o doping da parte dei giocatori NBA.

Ma purtroppo andò pure oltre:

Uno sport come il basket, in cui sono esaltate la rapidità, l’agilità, la destrezza e l’abilità rispetto a tutti gli altri attributi fisici, non si presta per migliorare le prestazioni all’uso di steroidi o sostanze dopanti, che sono principalmente utilizzate per costruire la massa muscolare, la forza e la resistenza.

Certo, ed io ho annullato la cena di domani con Charlize Theron perché Natalie Portman stasera mi ha ricordato che sono già impegnato con Jennifer Connelly.

Già pensare che il doping nella NBA si concentri soprattutto nella banalizzante diatriba degli steroidi per gonfiare i muscoli, è ingenuo oltre che errato.

La reale utilità del doping oggi si manifesta nelle situazioni intermedie e collaterali alla partita: recupero più veloce per gare ravvicinate, guarigioni più rapide, copertura del dolore, capacità di lavorare più a lungo e con maggiore intensità durante la preparazione, persino approccio più aggressivo alla gara.

Ma pensare poi che nella NBA non esista il doping perché nessuno (tranne qualche mammalucco pizzicato per salvare la facciata) viene trovato positivo, è semplicemente ipocrita.
Nello sport professionistico di alta finanza, dove non ci sono i controlli o questi sono insufficienti e non trasparenti, c’è sicuramente doping.

Il presupposto necessario è allora sapere come avvengono questi test, per svelare il bluff e la residenza delle magagne. Ed è emblematica la più grave di queste per ipotecare tutto il resto: nella NBA non si effettuano esami del sangue, ma solo test delle urine.

Proprio come nel calcio, la lobby dei giocatori ha regolarmente vinto questa battaglia di Pulcinella, giustificando il rifiuto dell’ago con l’insopportabile e subdola fesseria dell’eccessiva invasività dei prelievi.
Rivolgersi ai ciclisti per avere un’altra versione della faccenda.

Ci sono quindi sostanze dopanti, tipo il celeberrimo ormone della crescita (GH) o la famigerata eritropoietina (EPO), che non sono di fatto rintracciabili nei test NBA così condotti, perché praticamente assenti o presenti per troppo poco tempo nelle urine.

Quanto al numero di controlli, secondo il contratto collettivo ogni giocatore è sottoposto durante la stagione a 4 pisciatine random, formalmente a sorpresa, più altre due in offseason.

Intanto sono cifre assolutamente ridicole, specie nel momento storico in cui il monitoraggio costante dell’organismo dell’atleta sta diventando la panacea di molti mali tramite il passaporto biologico, la cui effettiva o mancata adozione ormai scinde gli sport e le federazioni che combattono il doping da chi se ne frega.

Ma anche l’effetto sorpresa è del tutto eludibile, perché tra il momento in cui il giocatore sa di dover essere sottoposto al test ed il momento in cui si effettua il test, grazie al necessario filtro dello staff medico-tecnico della franchigia di appartenenza ed alla collusione che si crea coi tester, può passare un tempo sufficientemente ampio per coprire la frode.

Grazie ad una buona rete di informatori posizionati legalmente nei posti giusti (talvolta può persino bastare il personale di sicurezza del campo pratica), al giocatore basta quindi sapere per quanto tempo la sostanza assunta si trova nel suo corpo per aggirare senza alcun eccessivo impegno qualsiasi tipo di rischio.

Per le verifiche offseason poi la buffonata è totale, visto che per sapere dove si trova il giocatore è ovviamente necessario un contatto preliminare diretto col tester per mettersi d’accordo. Eufemisticamente stupefacente che in 15 anni di protocollo non vi sia stato un solo caso noto di giocatore non trovato nell’ubicazione prevista o punito per aver mancato un test estivo o, figuriamoci, trovato positivo.

Ci si potrebbe sbizzarrire con altri dettagli, tra cui la totale assenza di pubblicità degli esiti, di trasparenza delle procedure e di effettivo funzionamento degli organi di controllo, ma sarebbero comunque tutti orientati ad una sola ineluttabile conclusione: è un grande imbroglio, che va bene a tutti.

Da spettatori ed appassionati, nessun problema: possiamo tranquillamente chiudere un occhio o guardare altrove, godendoci lo spettacolo che deve andare e sempre andrà avanti.
Ma farci passare anche per fessi, cavalcando immoralmente questa ipocrisia senza alcuna intenzione di voler davvero azionarsi a favore del fondamento dello sport, personalmente mi pare troppo difficile da accettare.

Tags: ,

6 Comments to “On with the show”

  1. luca says:

    Inquieta notare che nessuno abbia commentato questo post.
    Mi trovo assolutamente d’accordo con tutto quello che è stato scritto. Aggiungo: sono 82 partite di regolar season (esclusi i playoff) con partite a distanza di due/tre giorni l’una dall’altra (esclusi i back to back), per di più spostandosi per trasferte molto più lunghe di una Roma-Milano, e con contatti fisici non esattamente “dolci”…
    È ridicolo pensare che non prendano doping. Come minimo (ripeto come minimo) prenderanno sostanze anche solo per rimanere in piedi e non cadere sul parquet distrutti dalla stanchezza.

    La verità è che finché non ci scappa il morto sul campo andranno avanti così fino a negare l’evidenza. E dopo di che lo Stern di turno affermerà: “la mela marcia c’è sempre dentro il gruppo”.

    Ho giocato diversi campionati nella triste C2 italiana e sapevo per certo che molti si prendevano robaccia per “migliorare le proprie prestazioni”. E stiamo parlando della C2 italiana…
    Fate voi.

  2. michele says:

    Quando partecipano a olimpiadi e mondiali però dovrebbero fargli controlli ben piu rigidi o sbaglio??

  3. luca says:

    Per michele: a parte che quello che copre di più l’uso delle sostanze proibite non sono i controlli fatti più o meno con accuratezza quanto la federazione che hai dietro. Tradotto: l’NBA è una sorta di multinazionale dello sport che può arrivare a coprire qualsiasi forma di controllo. Come dice Gerry se beccano James positivo crolla tutto il sistema. James non verrà mai e poi mai beccato positivo.

    Non solo: ma citi olimpiadi e mondiali che sono manifestazioni che durano al massimo un mese. Qui si parla di regolar season che durano mesi con tutte quelle caratteristiche che citavo nel mio commento precedente. La ragione principale del doping nell’NBA credo che sia realmente quella di tenerli in piedi su un parquet e imbottirli di “speciali” cortisoni per farli recuperare da infortuni vari.

    Tu fai un campionato dove giocano una partita a settimana e vedrai che le partite sarebbero più interessanti e probabilmente il doping prenderebbe forme diverse.

  4. michele says:

    Io parlavo di quel tipo di manifestazioni facendo riferimento a sostanze di un certo tipo, anche non credo ne facciano uso.
    Discorso ovviamente diverso per un qualcosa che magari mi da l’ossigeno per giocare 70 minuti in due giorni, ovvio! Mi trovo d’accordo con voi e mai e poi mai la NBA farà uscire fuori certe cose, perchè si è costruita in 70 anni l’immagine di lega pulita e splendente.

  5. gasp says:

    Concordo su tutto l’articolo e aggiungo che se una superstar verrebbe beccata crollerebbe tutta la storia NBA,molti penserebbero:”se questo si è dopato anche Bird,MJ,Magic,Malone e compagnia bella forse hanno fatto lo stesso”,un danno incalcolabile

  6. Sergamo says:

    Discorso olimpiadi: anche Armstrong si dopava per buona parte dell’anno, ma trovava il modo di arrivare al tour “pulito”. Credo che per le olimpiadi cestistiche valga lo stesso ragionamento: ti dopi durante l’anno, fai crescere la massa muscolare, recuperi dagli infortuni, e ti presenti pulito per l’estate.

    Bell’articolo comunque! Giusto ricordarsi dell’ipocrisia che c’è anche nell’NBA!

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>