A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io.

Ma chi, Michael?

Ma chi, Michael?


Marco veniva da San Giovanni in Persiceto.

Era l’altro, il diverso, il terzo italiano, il meno attrezzato, quello scelto fuori dalla lotteria, quello di cui si guardava il boxscore dopo gli altri due perché non compariva mai nei top performers, quello che si impegnava e poco altro, quello che sapeva solo tirare, quello che doveva tornare in Europa, quello che doveva fare il panchinaro in Nazionale perché ci sono da lanciare Gentile e Datome.

Dei tre era quello che ci credeva di più, che voleva esserci di più, ma che ci poteva essere di meno.

A chi gli credeva prendeva amore e amore dava, quanto ne aveva.

Ma era ed è agli atti: mentre Andrea e Danilo dove li metti stanno ed avranno comunque a disposizione determinati spazi, inderogabili aspettative ed inevitabili responsabilità, Marco ha sempre dovuto guadagnarsi quei contratti e quelle possibilità che ha così fortemente agognato dal primo giorno in maglia Warriors.

Coi loro pregi e difetti, nell’attuale NBA Bargnani e Gallinari si impongono sul contesto condizionandolo, nel bene e nel male. A $10 milioni annui.
Belinelli invece deve prima subire e poi elaborare il contesto per poterlo esaltare e per potersi esaltare. A meno di $2 milioni annui.

Come quei prodotti dietetici che assicurano risultati a condizione di una corretta alimentazione ed una costante attività fisica.

Trovo enciclopedici e perfettamente complementari questi due interventi di Flavio e Federico risalenti alla sua scorsa stagione in maglia Hornets:


Marco nella NBA non ha avuto santi che pagano il suo pranzo, ha dormito sull’erba osservando gli amori degli altri, non ha una vera e propria famiglia, spesso non ha avuto nemmeno lenzuola bianche per coprirsi sotto le stelle.

L’unica cosa che lo distingue dal senzatetto effigiato dal virtussino Lucio Dalla riguarda la presenza di donne generose attorno a lui, oltre al fatto che le panchine su cui sedeva non erano quelle in Piazza Grande.

Ma è bastato farlo alzare da quella di Chicago per catapultarlo in una dimensione ideale in grado non solo di lanciare i Bulls orfani del leader occulto Rose ad un embrionale tentativo di fuga nella Central Division, ma di farlo persino da protagonista assoluto della Lega.

In ordine sparso: 17 punti in 37 minuti (!) a partita da quando è titolare, decisivo nei finali di partite al vertice con la consueta e mai discussa dose di attributi, non sporadico top scorer di squadra, nuovo sorprendente candidato come Most Improved Player, possibile se non certo titolare di Chicago anche col rientro di Hamilton, ambitissimo free agent tra pochi mesi.

Grazie a Deng, Noah, Thibodeau, un pizzico di Hinrich, una città mistica, il piede di Rip, persino Boozer. E nonostante Nate Robinson. Ma soprattutto grazie a lui.

I miei rapporti coi tre italiani in NBA sono sempre stati piuttosto distinguibili: amore talvolta ferito per il Gallo, diffidenza a tratti prevenuta per il Mago, stima ma sostanziale indifferenza per il comunque inadeguato Beli.

Le ultime settimane di stagione regolare mi obbligano a rivedere quest’ultimo sentimento: sì, Belinelli a dosaggio controllato è un credibile titolare anche per una squadra di medio-alto livello ed è oggi nettamente l’azzurro col rendimento più alto per ogni dollaro ricevuto.

Complimenti Marco, morirai in NBA come hai sempre avuto bisogno di sognare.
Perché a modo tuo, quel che sei l’hai voluto tu.

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5 Comments to “Marco in Piazza Grande”

  1. Dave says:

    Io l’ho sempre amato. sono sempre stato convinto che Marco era quello meno talentuoso dei tre, ma anche quello con più fame, con più palle. che è inutile che la meniamo… sono quelle che in nba fanno la differenza. Di talentuosi geni la lega è piena, come è piena di gente dallo strabordante talento mai esploso. Ma di bastardi senza gloria non ce ne sono molti. Quelli che ci credono e sputano sangue su ogni minuto. Quelli che con umiltà accettano tutto, anche un ruolo da semispecialista non loro. Ma sono quelli che poi appartengono. You Belong.

  2. Alessio says:

    Un articolo sul Beli! Lo avevo “chiesto” qualche giorno fa ed eccolo! 🙂 grazie

  3. Sergamo says:

    Mi sembra che basti fargli fare il suo gioco “antico”: tirare in uscita dai blocchi, puntare in velocità il canestro, contropiede.
    Basta che non venga messo nella condizione di dover palleggiare o a dribblare come in nazionale.

  4. Saimon says:

    A me pare invece che più che di carezze, il buon Beli abbia proprio bisogno di bastonate ( a parte quelle che gli darei io da virtussino, per il tradimento di allora 🙂 )
    A parte gli scherzi, spiego: ho la sensazione che lui dia il meglio proprio nelle situazioni in cui deve “dimostrare” ad ogni costo….salvo poi toppare un po’ di più quando gli si dà un po’ più di sicurezza su cui rilassarsi.
    Sempre ammesso che in un roster NBA ce ne sia.

  5. Larry says:

    Direi che stamattina questo articolo è più attuale che mai, chi lo avrebbe mai detto che sarebbe stato lui il primo degli italiani a passare un turno di playoff, soprattutto da protagonista

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