La neve fuori oltre la finestra, le luci intermittenti dell’albero in salotto, i biglietti di auguri ancora da compilare, in attesa che arrivi l’ispirazione. L’atmosfera natalizia mi frega ogni anno.
Mi contamina perfino quando mi accingo a pensare e scrivere di basket.

Come un bambino che scrive la lettera a Babbo Natale, mi appresto a fare l’elenco dei regali che vorrei ricevere dalla NBA. Salvo scoprire che qualcuno mi ha preceduto: Paul Pierce.

Un anziano jazzman vi direbbe che Paul Pierce ha il feeling per il basket.

Paul Pierce, feeling per il basket.


Due giorni fa il capitano dei Celtics ha spiegato che se fosse lui a governare la Lega, if I ran the NBA, cambierebbe subito alcune cose. Tre almeno.

1. Mi sbarazzerei del limite minimo di età: non so neppure perché lo hanno messo. Se sei un pro (se vali la categoria), sei un pro. E se una squadra ti vuole selezionare al draft e sei abbastanza bravo, dovresti avere la possibilità di andarci a prescindere da quanti anni hai. Lo vedete oltreoceano, ragazzi di 14, 15, 16 anni che giocano tra i professionisti. Bisogna dare un’opportunità a tutti.

2. Accorciare la stagione a 60 partite: ogni anno qualcuno si fa male. La combinazione di partite di precampionato e regular season usura il fisico.

3. Alzare il canestro di 3 pollici: gli atleti oggi sono pazzeschi. Li vedete quanto saltano questi ragazzi. Alzerei il ferro di 3 pollici (quasi 8 centimetri). Così ti tocca imparare l’arte del tiro in sospensione. E sei costretto a capire questo gioco un po’ meglio. Alzando il canestro vedrete un basket più bello e miglioreranno i fondamentali.

Del primo punto abbiamo già parlato (qui) e data la complessità dell’argomento ci torneremo anche in futuro.

Con le altre due proposte Double P auspica una sorta di back to the basic, perché il vero spettacolo di questo sport è prima tecnico e poi atletico. E giocatori che non compaiono nelle top charts di verticalità e velocità riescono ancora a prendersi gioco delle difese avversarie (Brandon Roy) e a bloccare pari ruolo più esplosivi (Tim Duncan). Gli ultimi due MVP delle Finals, Pierce e Bryant, sono probabilmente i due giocatori più completi, intelligenti e immarcabili della Lega, e per questo saranno temibili anche quando gli anni si faranno sentire.

L’intero movimento del basket americano ha capito, al prezzo salatissimo di ripetute lezioni internazionali, che la superiorità fisico-atletica non basta per avere la meglio sulle rappresentative nazionali di area FIBA.

Diminuire il numero di partite non solo potrebbe avere un impatto sul numero di infortuni (quante volte leggiamo di fratture da stress?) ma consentirebbe anche di avere più tempo tra una partita e l’altra. Che si traduce in almeno due grandi benefici: maggior tempo di riposo per gli atleti, maggior tempo a disposizione dei coach per insegnare basket.

Forse esagerando un tantino, si potrebbe affermare che in NBA si impara quasi esclusivamente giocando le gare ufficiali. Perché training camp a parte, c’è poco tempo durante la regular season per lavorare sul proprio gioco. Sembra quasi una contraddizione che in ogni coaching staff sia previsto il ruolo di Players Development (assistant-) Coach.

Non credo sia un caso che alcuni giocatori europei facciano così fatica ad ambientarsi al campionato americano. Bargnani e Gallinari, ad esempio, hanno iniziato la loro avventura americana con un ruolo da specialisti: si limitavano a piazzarsi oltre la linea dei tre punti in attesa di uno scarico. Guardandoli in campo, pareva che davvero non sapessero fare altro. Per dimostrare che le cose non stavano esattamente così la prima scelta dei Raptors ci ha messo quasi tre anni, nonostante sia stato utilizzato con continuità (a differenza di Belinelli, ad esempio).

Ecco… se Santa Claus fosse in ascolto, come regalo di Natale gradirei godere di una partita all-around di Gallinari, perché questo è un ragazzo speciale e negli States ancora non l’hanno capito. Ma è solo questione di (poco) tempo.

Danilo ha tutte le carte in regole per finire in quell’elenco di giocatori di qualità, protagonisti nonostante un fisico non dominante a livello NBA. Non è certo a cestisti come lui che un canestro 3 inches up causerebbe imbarazzi.

Questa faccenda di alzare il canestro mi ha fatto venire in mente una intervista a Kareem Abdul-Jabbar di un paio d’anni fa. Il centro dei Lakers dello showtime era alle prese con lo sviluppo del giovanissimo Andrew Bynum, pivot del presente e del futuro della franchigia californiana.

Kareem voleva che Bynum apprendesse l’arte del gancio in tutte le sue sfumature. Non tanto per un desiderio di vedere raccolta l’eredità del suo indimenticabile sky-hook, ma perché quel gesto tecnico è stato definito da molti il tiro più immarcabile della storia della pallacanestro.

Il Gancio-Cielo di Kareem: puoi solo sperare che non entri.

La deriva dei ruoli e delle rispettive caratteristiche nel corso dell’ultimo decennio ha prodotto centri come Ben Wallace, capace di segnare quasi solo schiacciando, o viceversa quel Channing Frye che a Phoenix tira quasi esclusivamente dal perimetro. Ma avere un lungo in post basso a cui passare la palla e capace di trovare canestro in avvicinamento con un’infinità di movimenti, nel basket NBA e FIBA, in quello di oggi come in quello di domani, fa la differenza.

Purtroppo Kareem lamentava una certa riluttanza da parte di Bynum che, riassumendo il giro di parole, trovava più figo concludere la propria azione con una schiacciata. Sigh.

Se le nuove generazioni sono prive di gusto, va imposta con ogni mezzo necessario The rebirth of cool . E allora Dio benedica Paul Pierce e, se così stan le cose, il canestro alziamolo anche di mezzo metro!

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