Al netto degli infortuni, playoff assicurati, sostenevo ad inizio stagione per i Lupi.

Il capo branco che non ti aspetti.

Certo, il lordo infortuni compreso sta diventando piuttosto gravoso, perché ai lungodegenti Rubio e Love (ovvero i due giocatori più importanti dell’ambaradam) si sono aggiunti in queste settimane le magagne di Barea, Pekovic e soprattutto Budinger che ne avrà fino a Febbraio.

Inciso: non considero nemmeno Roy, le cui ginocchia sono portatrici intrinseche di indisponibilità.
Per chi invece è scaramantico, Brandon non se la passa bene visti i lavori forzati a cui sta costringendo lo staff medico dei Wolves dopo lo sterminio causato in Oregon gli scorsi anni.

Come può allora Minnesota, in questo contesto parzialmente apocalittico, avere un record positivo ed essere quinta ad Ovest?
Due nomi per una semplice risposta: Rick Adelman ed Andrei Kirilenko.

Col coach si rischia di essere ripetitivi, ma è doveroso farlo: è da ormai 20 anni tra i primi 3 allenatori NBA in senso assoluto, uno dei più preparati, uno dei più completi, uno dei più europei per molte contaminazioni e stili di gioco, uno dei più importanti insegnanti di pallacanestro sul piano individuale e soprattutto collettivo, uno dei più asserviti ad un ideale di qualità in attacco.

Avete mai visto una squadra di Adelman eseguire male, spaziarsi male, non muovere palla e uomini, giocare sempre allo stesso ritmo? E, non meno importante, giocare al di sotto delle proprie possibilità?

La grande novità di queste prime dieci partite è però un’altra: Minnesota ha il miglior sistema difensivo di aiuto-e-recupero e protezione del ferro di tutta la NBA.

I giocatori hanno “comprato il progetto”, esaltandosi paradossalmente proprio nelle difficoltà causate dalle assenze e dall’identità transitoria, riuscendo a contenere i danni sia nel gioco che nel record in attesa che l’ispanico ed il californiano forniscano il valore aggiunto.

Descrive il tutto Brandon Roy, che forse già prepara l’inevitabile imminente carriera da coach:

Nella nostra strategia ogni volta che l’avversario ha la palla e sta attaccando il canestro tutti i giocatori devono collassare verso l’area; quando arriva lo scarico per trovare tiratori sul perimetro, non ci resta che fare un buon lavoro di rotazione sul perimetro per il quale siamo già mentalmente preparati. Grazie a queste regole mettiamo comunque un sacco di pressione sui tiratori, giochiamo di squadra e siamo pronti ad aiutarci a vicenda.

Principi molto simili alla disposizione a semicerchio/sanguisuga dei Celtics di Thibodeau, con lo stesso obiettivo di nascondere i limiti di mobilità di Pekovic (e, quando tornerà, di Love) come fu per il comunque più adatto Perkins.

Perché poi ci vogliono anche e soprattutto gli interpreti, come sempre ed ovunque.

Bene: Kirilenko oggi è uno dei primi cinque fattori difensivi più determinanti della NBA e la sua capacità oserei dire somatica di giocare quel tipo di difesa è vergognosamente esaltata in questo contesto.
Come se non bastasse è in smagliante forma fisica, tirato a lucido, zompa a rimbalzo come non ricordavo da anni, gioca tutto campo e la mette pure da fuori con regolarità.

Lacerato dalla bruciante sconfitta col suo CSKA in finale di Eurolega, dopo esserne stato nominato MVP e miglior difensore, la vera sorpresa è che appare ciò nonostante più maturo, sereno, motivato e con inesplorate doti di leadership.

Se il Most Improved Player Award ritornasse alla sua essenza originaria, quando si chiamava Comeback Player e non premiava il giocatore più migliorato ma il migliore giocatore tornato a giocare (da altre leghe o dopo infortunio), il russo avrebbe già ipotecato il titolo.
Ma penso possa accontentarsi di portare questa ecumenica Minnesota ai playoff.

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4 Comments to “Il lupo della steppa”

  1. from0tohero says:

    Su Adelman non si può far altro che essere d’accordo… Ha sempre insegnato gran basket…. in un contesto come questo dove ha come interpreti dei GIOCATORI di pallacanestro e non degli ATLETI/CORPI/SPECIALISTI il tutto gli risulta più semplice… ma ovviamente non facile

  2. luca says:

    Adelman è un fenomeno. Spero davvero che riesca a vincere prima o poi un titolo NBA. Lo merita come pochi. Personalmente ancora non mi sono ripreso dalla fatidica serie kings-lakers finita a gara 7.
    Nè prima nè dopo, nessuno è stato divertente come quei Kings. Stojakovic e quel tiro da tre in gara 7 che neanche prende il ferro: mi sta scendendo la lacrimuccia…

  3. dicko says:

    io amo alla follia i lupi da almeno 3 stagioni… e dopo la firma di Adelman (2002, ferita ancora aperta per un king) non potevo che adorarli… gli acquisti di quest’anno sono stati da manuale… manca un giocatore con esperienza da playoff e un quintetto sano per aspirare alla finale di conference… Cioé, Rubio, Love, Pekovic, AK47, Barea, Roy, Shved, Budinger… Se gli arrivasse un ‘Reke da Sacramento da mettere come due spaccherebbero tutto… Adleman lo risolleverebbe dal Gulag dei Malof…

  4. dicko says:

    lo so che Reke playoff non ne ha visti… ma é dal 2010 che vorrei vederlo risollevato dal limbo…

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