Due oggetti non identificati, due fattispecie uniche, due evoluzioni moderne di un ruolo storico di questa Lega.

Faried e Leonard: the next Junkyard Dogs.

I vari cagnacci che hanno imperversato nella NBA dagli anni ’80 (ma c’erano anche e forse ancora di più prima) erano molto diversi da Kenneth Faried e Kawhi Leonard.

Erano giocatori duri, fisici, molto spesso cattivi, bestialmente testosteronici, che non solo amavano la lotta ma la cercavano per dare un senso ai loro contratti ed alla loro presenza nella pallacanestro professionistica.

Mario Elie si prese il nickname e divenne il simbolo nominale della fattispecie, Charles Oakley con la sua durezza allietò il Madison Square Garden in modo inversamente proporzionale alle reni dei suoi avversari, ma soprattutto i Bad Boys a Detroit hanno reso arte quel tipo di interpretazione del gioco come preciso piano tattico, con Dennis Rodman che era nettamente il più buono e docile della compagnia.

No, Faried e Leonard sono un’altra cosa, pur avendo raccolto il testimone di quell’eredità.
La loro non è una pallacanestro volontariamente cattiva, magari addirittura premeditata. Non hanno imparato ad essere così e soprattutto non scelgono di essere così, ma semplicemente giocano così in maniera innata, per tendenza intrinseca, perché non ne possono fare a meno.

Nello specifico, Faried flirta coi primi 5 posti assoluti della classifica dei rimbalzi, mentre Leonard è chiaramente già oggi il miglior difensore per istinti sulla palla, la ruba come nessuno. Che non necessariamente vuol dire in quanto tale essere anche uno dei migliori difensori in assoluto, ma nel suo caso ci assomiglia molto.

Tra i nati dopo il 1986 solo Rondo e Chalmers ricordano parzialmente alcune sfaccettature dei loro impulsi, ma sono comunque su due pianeti totalmente differenti.

Rajon cerca solo la palla con le sue prolunghe omettendo tutto il resto per scelta programmatica, risultando agli occhi dei più attenti osservatori il caso di maggiore sopravvalutazione umana concepibile di un difensore nella storia di questo sport.
Mario è furbo, scaltro, non vede l’ora che il giocatore A passi la palla al giocatore B per fiondarsi lungo il già da lui individuato segmento AB ed andare indisturbato in contropiede o a lanciare lo show a campo aperto dei tre amigos.

Kawhi e Kenneth invece fanno quello che fanno per un’esigenza di sopravvivenza, per la necessità di sfamarsi, per sopraffazione fisica, per una magnetica attrazione verso qualsiasi oggetto sferico di colore tendente all’arancione.

E trovano paradossalmente ed ulteriormente senso in due sistemi di pallacanestro che sono concepiti agli antipodi: da un lato il regime militare di coach Popovich, grazie al quale Leonard potrà migliorare più che in qualsiasi altro contesto anche subendo vessazioni e punizioni che altrove nemmeno lo sfiorerebbero; dall’altro lato il regime democratico di coach Karl, grazie al quale Faried è libero di sbagliare e di eccedere in campo perché all’interno dell’anarchia Nuggets un errore è visto come passaggio obbligato per la crescita.

Entrambi hanno comunque già ottenuto un successo che non era affatto scontato nel momento del loro ingresso nella Lega: essere entrati nel cuore dei tifosi e non solo in quelli di San Antonio e Denver, oltre ad essersi assicurati 15 anni di carriera NBA da protagonisti in campo e nel conto in banca.
Perché cambia il gioco e cambiano gli atleti, ma non la passione e la necessità di un certo tipo di approccio a questo sport.

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4 Comments to “Animal instinct”

  1. delsa says:

    a me faried mette ansia e affanno a guardarlo in tv, figuriamoci a chi deve giocarci contro

  2. Federico P. says:

    Gran bell’articolo.
    Complimentoni!!

  3. Luca 8 says:

    Sembra un documentario del natural geographic! :-)

  4. DeAndre P. says:

    Bello ed originale questo articolo! Leonard, più di Faried, potrebbe avere un luminosissimo futuro nella Lega. Ragazzo umile come pochi, capace di sopportare la pressione e compiere le scelte più giuste senza eccedere in egoismo nonostante la giovane età. Lo vedo sostituto naturale come leader morale degli Spurs del dopo Duncan

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