Immediatamente dopo l’ultima sirena di gara 5 delle Finals, c’è stata un’immagine di bellezza stordente.

Vincenti.


Un’immagine in cui c’è tanto ed ancora di più, anche se si rischia di inserirvi persino studi sociologici, interpretazioni antropologiche o speculazioni culturali rispetto ad altri mondi, sottintendendo spinosissime gerarchie. Un po’ troppo.

Non penso che l’accoglimento del verdetto sportivo, il riconoscimento della superiorità del vincitore e del valore dello sconfitto siano presupposti solo americani o solo della pallacanestro.

Certo, il ruolo pedagogico di David Stern, il suo Dress Code, le multe salatissime e la parziale ghettizzazione che riserva a chi trasgredisce norme comportamentali sono la panacea di molti mali dall’antica origine per ragazzi spesso disfunzionali.

Ma per un Pierce, un Allen ed un Rivers che dopo gara 7 si fermano ad abbracciare LeBron e compagni, ci sono un Rondo ed un Garnett che prendono direttamente la strada degli spogliatoi.
Così come Del Piero, Maldini o Zanetti non si sarebbero sottratti alle braccia protese di LeBron solo perché italiani o argentini o cresciuti rincorrendo un altro tipo di pallone.

No, dietro quell’abbraccio tra Durant e James c’è un valore ancora più importante che è organico alla NBA, strettamente empatico: la capacità di comprendere l’emozione del rivale e viverne una propria di riflesso, mettendosi nei panni dell’altro, accomunati dal valore della sconfitta e dal progetto di vittoria. Dallo sport.

Kevin intuisce le peripezie che ha dovuto passare LeBron per arrivare alla forza di quell’istante, e lo stima perché vuole essere al suo posto.
LeBron conosce il tumulto che si muove dentro Kevin avendolo vissuto per arrivare all’importanza di quel momento, e lo stima perché è stato al suo posto.

Come LeBron ha imparato dalle sue sconfitte per arrivare finalmente ad articolare un gioco più variegato e vincente, fatto per la prima volta di post basso, tagli senza palla, movimento dal lato debole ed attacco al ferro da posizioni più vicine, così Kevin trarrà insegnamenti da questa batosta.

Durant non giudicherà il fallo non fischiato in gara 2, l’apatia di Harden, le fesserie di Westbrook, l’inadeguatezza dei lunghi o di Sefolosha, l’apporto mancato di Fisher, i papocchi di Brooks contro Spoelstra. Ma li comprenderà.
Se la realtà è come è e non come io voglio che sia, non parlerà della sconfitta, ma la risolverà per vincere.


Solo Duncan è parzialmente immune a queste terrene vicende che prendono il nome di grandi sconfitte propedeutiche, ma lì bisogna rivolgersi al diabolico meccanismo del draft, ad un ammiraglio infortunatosi nel momento giusto e ad un manipolo impressionante di veterani di contorno che si erano volutamente presi una stagione di riposo per accedere al più famoso nativo di Saint Croix.

Da Larry e Magic, che hanno preso in mano la Lega nel vuoto pneumatico in cui era piombata, tutti gli altri hanno invece dovuto perdere per vincere, non necessariamente in finale: Dr.J ed i Bad Boys con Larry e Magic, MJ coi Pistons, Hakeem con Seattle e Lakers, Robinson con Utah, Shaq con Houston, Kobe con Utah e San Antonio, i Pistons ed i Celtics un po’ con tutti nelle precedenti incarnazioni, Wade con Indiana e Detroit, Dirk con Miami.

LeBron che te lo dico a fare.

Chi gioca o conosce anche solo superficialmente questo mondo ha sempre perfettamente saputo che James avrebbe prima o poi vinto e completato questo percorso di crescita.

Un percorso minato da un passo falso evitabile, perché le modalità, la tempistica e le caratteristiche di The Decision restano una macchia indelebile su una carriera “prescelta”, così come quella Cleveland senza titolo è un continuum temporale interrotto che nessuna vittoria a Miami sanerà. Non una, non due, non otto.

Ma la vittoria di un titolo NBA non si discute, se ne prende atto, perché qui chi vince è più forte.

E la cosa più bella della NBA dal punto di vista di chi la gioca è che la sconfitta non ha alibi, perché viene e può solo essere letta come tappa indispensabile per la vittoria.
Ora LeBron potrà spiegarlo a tutti e meglio di tutti, tra un abbraccio e l’altro.

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One Comment to “LeBron abbraccia tutti”

  1. Proud Mary says:

    Anch’io ho trovato bellissimo l’abbraccio di Lebron a KD e di Velasco, che dire? Un grande!

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