From Heat vs Thunder 121-106, del 21.6


Un massacro, una carneficina. Un trionfo, un’apoteosi. Siamo testimoni.

Ed ora chi lo ferma più?

Thunder seppelliti, derelitti, schiaffeggiati, di colpo più brutti, più antipatici, più statici, più lenti, più scarsi. Tecnicamente, tatticamente, fisicamente, atleticamente: semplicemente inferiori, con la grande risorsa anagrafica di potersi almeno considerare rimandati e non bocciati.

Ma soprattutto impotenti di fronte ad una cupidigia mentale che raramente ha raggiunto queste vette nello sport professionistico USA. Una libidine psicologica per mettere finalmente a posto quei libri di storia che troppe volte l’hanno confinato nelle note a margine, preceduto dalle foto di Duncan, Pierce, Bryant e Nowitzki in trionfo.

Niente e nessuno poteva togliere a LeBron questo titolo, perché niente e nessuno ha agognato così tanto una vittoria: significa tutto per me.

Il non ortodosso metodo di formazione di questa Miami campione non può e non deve essere accantonato, perché resta un vizio impossibile da accettare tanto più nel momento in cui rischia di diventare un modello per le generazioni future.

I tre amigos hanno fatto la campagna acquisti per loro stessi cavalcando un’anomalia del sistema, player manager, autoreferenziali come mai è stato concesso a giocatori di questa Lega: indifendibili.

Ma si sono guadagnati sul campo la più appagante gratificazione possibile senza nemmeno il bisogno di passare dalla spinosa esigenza di vendetta o rivincita: il rispetto ed il riconoscimento dagli appassionati e dagli avversari tramite il rispetto del gioco, come dimostrano i favolosi e commoventi abbracci di LeBron a Pierce, Rivers, Durant e già che c’era pure a Doris Burke durante l’intervista.

Meritando, essendo più forti, dandoci il piacere di dirgli “bravi” e di vederli esultare.

E l’hanno fatto imparando dalla durissima lezione dell’anno scorso, perché il dolce non è mai così dolce se prima non hai assaggiato l’amaro e perché l’apostolico James visto in questi playoff non si era mai nemmeno lontanamente intravisto in passato.

Ha perso, ha riperso, ha perso ancora, ha perso un’altra volta.
Not one, not two, not three..

Sembrava dovesse perdere sempre, perché non capiva mai cosa fare per vincere. Pistons, Spurs, Celtics, Magic, ancora Celtics, Mavericks, poi Pacers e di nuovo Celtics. Un percorso troppo lungo, brutalmente impervio, quasi scabroso, ma grazie al quale la sua felicità è ora così deflagrante e finalmente evangelica.

Niente borotalco, niente disgustose prese in giro al tedesco di turno, niente sorrisetti a partita in corso, niente Twitter, niente dichiarazioni alienanti sulle vittorie grazie al talento.

Solo pallacanestro, pallacanestro da vincente, con sprazzi di crampi per la componente eroica e lettura di libri per mettere al sicuro quella fuori dal campo.

Più post basso, più palla in movimento, più gioco in avvicinamento, più lato debole, più gioco senza palla, più attacco al ferro, più difesa, più clutchness: tutto quello che lo distanziava dalla definitiva onnipotenza su un campo di basket, tutto quello che è riuscito a proporre in questi playoff missionari, assorbendo in ogni caso compagni e sistema plagiati a sua immagine e somiglianza.

Bosh che si riscopre fattore persino in difesa, quel che resta di Battier e Miller infallibili dagli scarichi, Chalmers tra un cazziatone e l’altro che risponde con prestazioni tipo le ultime due, Spoelstra che miracolosamente mette insieme qualche gioco di motion offense e manda completamente a donne di facili costumi il piano difensivo dei Thunder, i lunghi che fanno il tifo in panchina perché il centro lo fa il numero 6, Juwan Howard campione.

Tutti sudditi, tutti satelliti, tutti a ruotare attorno all’astro solare. Perché quando giochi accanto ad un hall of famer che ora lancia l’assalto addirittura ai 6 intoccabili mammasantissima della storia di questo gioco (Bill, Kareem, Larry, Magic, Michael, Wilt, in rigoroso ordine alfabetico), puoi solo accettare un ruolo subordinato anche se ti chiami Dwyane Wade e se hai vinto un titolo da uomo lupo nel 2006 davanti agli stessi tifosi che ora urlano MVP! MVP! ad un altro.

L’abbiamo deriso per The Decision, senza appello e senza possibilità di tornare indietro a chiedergli scusa, perché l’aiuto era la scelta ecumenicamente sbagliata per farsi voler bene, a prescindere dal numero di titoli che sarebbero poi stati vinti.

Ma adesso è arrivato il primo, alla stessa età di MJ, ed ugualmente non sarà l’ultimo.
Not one, not two, not three..

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5 Comments to “Not one”

  1. Saimon says:

    Sinceramente contento per la consacrazione di un vero campione.

    Resteranno gli haters, resterà tutto quello che è stato finora ma era giusto, per la storia, che questa macchina da basket avesse il suo titolo. Primo di una lunga serie, immagino.

    Certo, non sarà mai globalmente amato come un MJ o Magic (che pure avevano i loro nutriti gruppi “contro”) ma più per questioni extra-campo che per altro. Ha gestito malissimo la sua immagine e gettato irrimediabilmente l’aureola che il tifoso medio assegna per diritto al grande giocatore.
    Però poi in campo, mai si è vista una roba del genere. La forza di camion con la tecnica dei grandissimi. Un fisico dominante che ora ha anche la mentalità necessaria per regnare.

    L’antidoto per questo qui, adesso, o lo si crea in laboratorio oppure saranno cavoli per chiunque.

    Su OKC….a me hanno ricordato tanto, ma tanto tanto, “quei” Kings…..solo a me?

  2. Cure Eclipse says:

    Abbiamo assistito alla redenzione, da tifoso OKC posso solo togliermi il cappello davanti al giocatore più forte del mondo. Uno che, parole di Buffa&Tranquillo, “va a rimbalzo come Karl Malone e porta la palla di là come Stockton” non è mai esistito.

  3. Stavrogin says:

    Visto che sono stato additato come hater, ci tengo a dire che non lo sono e mi complimento per la trasformazione di un giocatore così talentuoso da perdente in vincente.

    Non amo la pallacanestro di cui è alfiere ma non posso non inchinarmi di fronte al modo in cui ha giocato queste Finali.
    Chapeau.

    Ora però ne restano altri sei per mantenere la parola data 😉

  4. Luca 8 says:

    Lo detesto e lo detesterò sempre ma non posso che tirarmi giù il cappello di fronte ad un anello conquistato giocando in questo modo. Sinceramente da quando seguo il basket non ricordo delle performance individuali come quelle sfornate da lebron con tanta naturalezza e continuità quest’anno

  5. fede says:

    direi i 7 mammasantissima, tra kareem e larry ce n’è un altro con la k..

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