Mi incuriosisce sempre la caccia ai colpevoli ed alle sentenze che sovrasta i playoff NBA.

Uomo in missione. Possibile.

Uno stranissimo percorso inversamente proporzionale, nel quale se esci ai primi turni pur avendo fatto schifo nessuno si prende la briga di occuparsi di te visto che sei fuori, ma se perdi o ti metti nella condizione di perdere la finale che assegna il titolo sei ancora più sfigato e perdente, nonostante ti sia mancato pochissimo per zittire tutti.

Dopo ognuna di queste prime 3 partite tra Oklahoma City e Miami sono finiti sotto processo, in ordine più o meno cronologico: LeBron (beh, facile, di default), Wade, Haslem, la vecchiaia, Spoelstra, Bosh, Sefolosha, Perkins, Ibaka, Westbrook, gli arbitri, Brooks, Chalmers, la gioventù, ancora Westbrook, Durant, ancora gli arbitri, Harden.

Se poi siamo in Italia, i titoloni ad effetto sono presto fatti: LeBron è già sotto accusa in gara 1, Westbrook sotto accusa in gara 2, Oklahoma e gli arbitri sbagliano in gara 3.

Indicare ogni singola volta vincenti e perdenti mi sembra una visione troppo limitata, affannosa e fuorviante.

Come se ogni sconfitta sia sempre figlia di qualcuno, che però è stato anche il padre della vittoria precedente e sarà il padre della vittoria successiva, in un susseguirsi agghiacciante di contraddizioni, opinioni rimangiate e disorientamenti.

Ma insieme ad un protagonista solo parzialmente inatteso (Battier) e ad un protagonista alla rovescia che mi sembra effettivamente il più confuso della compagnia nei momenti chiave (Westbrook), c’è solo un altro giocatore che dovrebbe aver messo tutti d’accordo in questi giorni, pur essendo una missione impossibile nella sua posizione.

Non so cosa debba e possa fare LeBron più di quello che sta facendo.

Vincere, chiaro. Ma questo sta ormai diventando un aspetto prettamente formale, da albo d’oro, da libri di storia o di stregoneria.

La sostanza, il campo, i fatti ci stanno ipnotizzando al punto da farci credere ad un messaggio subliminale, certamente impossibile da accettare fino all’altro ieri, quasi paradossale: James si sta consacrando a prescindere dall’anello.

Arrivare così tante volte vicino alla vittoria senza mai vincere è certamente un limite atroce che ti condanna ulteriormente nella spietata valutazione statunitense, in cui il secondo posto vale il trentesimo.
Se poi sei LeBron, quello della testimonianza, della preselezione ancestrale, delle decisioni e del proprio talento in shopping sulle spiagge, si aggiunge anche la derisione. Inevitabile.

Ma arrivare così tante volte vicino alla vittoria senza mai vincere vuol dire comunque essere un grandissimo. Perché lui, piaccia o non piaccia, c’è sempre ed a prescindere. Con lui si gioca solo per vincere, fa diventare scontato un minimo sindacale che scontato non è.

Sta giocando talmente bene, in modo così completo ed universale, da far quasi diventare un dettaglio insignificante l’unica cosa che invece è sempre contata per lui e per chi lo osserva, ovvero la vittoria del titolo NBA. Che resta lo stesso l’unica cosa che conta.

Già l’anno scorso è stato ad un passo da questa conversione, quando The Decision era ancora troppo fresca ed i suoi compagni erano e potevano solo essere l’esercito del Male contro le forze del Bene di Dirk e Jason.
Ma poi si è inabissato contro Dallas, giocando da sociopatico ed alimentando lo psicodramma di gara in gara.

Ora dall’altra parte non c’è solo il Bene, ma addirittura un simbolo della Trinità, quasi esagerato nella sua bontà, che ancora un po’ ti manda un biglietto di ringraziamento a casa se l’hai incoraggiato in qualche sfigato forum italiano, tra un bacio alla mamma ed una dedica al cielo dopo ogni tiro libero.

Ma mentre gli anni scorsi, oltre all’antipatia ed ai preconcetti, c’era sempre qualche elemento tecnico-tattico che meritava l’appunto o la critica e che faceva esultare gli haters ad ogni suo harakiri, oggi è agli atti: non si può rinfacciare più nulla a LeBron James.

Che fosse il numero uno si sapeva, che fosse un vincente era eufemisticamente in vago dubbio.
C’è sempre tempo per l’ennesimo inabissamento sul più bello, ma la sua stagione, i suoi playoff, gara 6 a Boston, questo approccio alle Finals ed il suo modo di stare dentro e fuori dal campo dirimono ogni incertezza persino se dovesse perdere anche questa volta.

E viene quasi impossibile tifargli contro, nonostante Kevin.

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6 Comments to “LeBron vince, colpa di LeBron”

  1. Frinf says:

    grazie a dio. qualcuno che ha ancora del sale in zucca.

    ve lo chiedo come favore, andate in coppia a scrivere articoli sulla gazzetta al posto di quell’impressionante, saccentissimo e presuntuoso imbecille di oriani?

  2. Fazz says:

    ovazione per Frinf, sull’argomento Oriani poi ho il nervo scoperto.

    A parte questo… gran pezzo Gerry. E aggiungo uno spunto di discussione.

    A oggi, quanto vale la campagna 2012 del signore in questione?
    Dal primo minuto di regular season all’ultimo di Playoffs, quante volte s’è vista una roba come quella che sta mettendo in piedi James?

    Top 10 all-time?

  3. Frinf says:

    la cosa più impressionante è che non sembra “niente di che” perchè lo rende normale. ai playoff dici “vabbè, gioco contro james, i suoi 30 li metto in conto”…però di solo è un modo di dire, fai conto che PROBABILMENTE ne metterà una trentina, non che SICURAMENTE te ne mette almeno una trentina, con percentuali oltre (o almeno attorno) al 50% probabilmente conditi da una doppia cifra di rimbalzi e qualche assist per gradire. dopo che l’ho visto difendere da 5 non so che altro dire.

  4. Stavrogin says:

    Positivamente impressionato da questo LeBron. Certo, ancora il momento decisivo deve arrivare, ma ci siamo quasi. Iniziare a leggere libri deve avergli fatto bene.

  5. mircodiuboldo says:

    pienamente d’accordo con un bellissimo articolo
    @fazz: penso sia indubbiamente da top10 all-time, non ne so molto sul passato e lo ammetto, ma un simile dominio è impressionante, mi son perso jordan, ma questo è spaziale, in gara6 contro i miei celtics era il giocatore più inarrestabile che avessi mai visto, come fa a non essere tra i migliori ogni epoca?? dubito vedremo qualcosa di simile in futuro, per quanto riguarda il passato, ditemi voi…

  6. Enzo says:

    In primis grazie per questo e per tutti gli altri articoli che scrivete (perché non una pagina facebook così vi si segue pure meglio?).
    In segundis però volevo dire che a me questi ragazzini terribili, a volte isterici e gasati, mi sembrano tutt’altro che l’esercito del bene. Certo avere contro satana, belzebù e compagnia bella aiuta, ma io sinceramente da quel punto di vista non li vedo tanto meglio. Diciamo che sono qualche girone dantesco più in su ma l’umiltà mi pare sia di qualche altro luogo. Il tutto mentre Lebron vola verso la redenzione purgatoriale

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