L’argomento è fastidioso, perché alimenta gli alibi e rischia di non permettere ai vincenti di godere il pieno riconoscimento dei propri meriti.

Bradley contro Bosh, scenario mancato.

Ma è un argomento che, in quanto decisivo ai fini del risultato, sarebbe sciocco almeno non considerare: tre delle quattro finaliste hanno assente per infortunio un giocatore di importanza capitale e forse insospettabile.

Esco tranquillamente allo scoperto: non avrei mai pensato di considerare Chris Malafemmina Bosh fondamentale per questa Miami.
Il mio ragionamento era infatti di una stupidità disarmante: se manca il terzo violino di una squadra, scalano ed assumono maggiori responsabilità gli altri, ovvero i rimanenti due del quintetto ed i panchinari.

No, non è così, perché non avevo fatto i conti con l’anomalia di South Beach: se tre amigos devono essere, tre amigos saranno sempre. E se uno dei tre manca, si passa banalmente alla modalità due amigos. Semplice, no?

LeBron e Dwyane stanno trovando il nulla dai compagni, sia perché loro si stufano in fretta di cercarli e non sono programmati per farlo, sia perché i compagni sono per un motivo o per un altro davvero sotto il par, sia infine perché il sistema di coach Spoelstra fatica a far emergere protagonisti inattesi, nonostante gli oggettivi sforzi ed i ragguardevoli miglioramenti.

Ed allora il 6 ed il 3 giocano sempre di più insieme per conto loro, un po’ perché costretti ed un po’ perché gli viene così. In attesa di Chris, senza un James monumentale e sprazzi del Wade uomo lupo che ci faceva sobbalzare prima della “Decisione”, Miami non avrebbe liquidato Indiana e non sarebbe così favorita contro Boston.

I Celtics sono e sarebbero stati sfavoriti in ogni caso, ma delle assenze non fondamentali sono incappati palesemente in quella più importante: Avery Bradley era diventato la chiave di una versione nuova e vincente della squadra di Rivers.

In un colpo solo permetteva ai biancoverdi di risolvere una vagonata di problemi difensivi, tra cui l’aggressività sul perimetro, il contenimento della palla e nello specifico l’ovvia marcatura di Wade (ridimensionato negli scontri di regular season), ma soprattutto concedeva preziosissimi turni di riposo ai big four ed al povero Allen in primis.

L’assenza fisica di Bradley è all’origine dell’assenza figurata di Allen in queste settimane, nonostante il suo nome appaia a referto. Logorio, caviglia, stanchezza, stagione corta, gambe che non rispondono a testa e cuore: He Got Game non è lui ed il 3/7 ai liberi di gara 1 fa Cassazione, è costretto a provare cose che non è in grado di fare.

Ad Oklahoma City c’era un giocatore che si affiancava a Collison per esperta e sapiente interpretazione del gioco, pur disponendo di anagrafe e gambe come tutto il resto del gruppo giovane: Eric Maynor era l’unica mente pensante in grado di dare direzione ed equilibrio ai tribali Thunder, permettendo di uscire dal tombino nel quale piomba l’attacco coi turni palla in mano alle tre stelle.

Il Re Pescatore è un grande esempio, certamente ha oratoria, carisma ed attributi adatti per dare segnali da leader come già confermato in gara 1, ma non ha la lettura del gioco, il playmaking, il controllo del ritmo, le doti di passaggio, lo scivolamento difensivo e la visione di Maynor.

I finali di partita lasciati alla conduzione di Westbrook storicamente presentano un inesorabile rischio non calcolato e soprattutto non calcolabile: o te la vince o te la perde.
Ma un play in grado di deresponsabilizzare Russell in fase di impostazione e di dare maggiore esecuzione all’attacco dei Thunder anche nei possessi chiave, non è quello che li divide dal colmare il gap con gli Spurs?

Ah, guarda caso solo a Spursello tutti i ragazzi stanno bene, anzi pure troppo e pure chi non ti aspetti. A Milwaukee e Charlotte per esempio ricordano un’edizione recente vagamente diversa di Jackson e Diaw.

Ma poiché chi vince esulta e chi perde spiega, a San Antonio non finiscono di trovare motivi per esultare.
Per ora sono 10 consecutivi.

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3 Comments to “I presenti rendono cari gli assenti”

  1. Frinf says:

    boris diaw in questa serie è commovente. lui e duncan (con ginobili terzo incomodo) fanno a cazzotti su chi debba portare a scuola i ragazzini terribili di oklahoma. parker invece da padre severo li bastona e basta, in maniera molto nasty (cit. Pop)

  2. Ciombe says:

    Non concordo sul fatto che il cast degli Heat non sia salito di livello. Se c’è una cosa che ci ha permesso di battere Indiana e andare 2-0 sui Celtics, una chiave è proprio il contributo del cast. Battier, Haslem, Chalmers, Anthony, Miller a turno hanno portato quell’indispensabile mattoncino al fianco del duo, che a parte la prima serie contro NYK e le prime 3 a Indiana li ha cercati e innescati a dovere, sfruttandone al massimo il potenziale.

  3. MVPizza says:

    incredibile come l’assenza di bradley vada al di là del suo effettivo valore tecnico, fino a 3 mesi fa nessuno l’avrebbe nemmeno notata. era l’unica riserva di cui rivers si fidasse veramente, e purtroppo questo ha portato i titolari a giocare troppo. e gli altri(daniels solo 18 secondi in gara2 con un OT)?? non sono fenomeni ma neppure avery lo era

    con l’assenza di bosh era scontato che gli altri 2 alzassero il livello del loro gioco, visto che a miami si gioca in quel modo. ma non mi sembra che il supporting cast non stia dando nulla, fanno la loro parte, è normale che tutto passi per wade e james.
    bosh era importante sopratutto come minaccia per liberare l’area alle incursioni del duo, ma la sua assenza non ha danneggiato troppo miami (almeno finchè si gioca ad est)

    l’assenza di maynor è (forse) quella meno pesante, se brooks si decide ad affidare subito la palla a kd (fa sempre molta fatica a riceverla) e harden, facendo giocare westbrook in modo più dinamico (ad es. servendolo in post contro parker)

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