Si è disputato in questi giorni al Madison Square Garden di New York il Jimmy V Classic.
Butler, Georgetown, Indiana, Pittsburgh, Gordon Hayward, Greg Monroe: squadre e prospetti interessanti, ci sarà modo e tempo di parlarne prossimamente.
Ma come ogni anno questo torneo suscita in me l’insopprimibile e prioritaria esigenza di rievocare l’affascinante soggetto a cui è intitolato.

Jim Valvano è stato un allenatore di college basket, protagonista di una delle più fragorose sorprese della storia del torneo NCAA quando nel 1983 con North Carolina State battè in finale la formidabile Houston di Olajuwon e Drexler.

I Wolfpack di quell’anno vennero ribattezzati Cardiac Pack e Team of Destiny: nella fiabesca striscia di nove vittorie necessarie per aggiudicarsi sia il torneo di conference (ACC) che il titolo nazionale regolarmente senza i favori del pronostico, ben sette volte si trovarono in svantaggio ad un minuto dalla fine, compiendo poi rimonte spesso rocambolesche.

Nel 1990 una controversia – causata dall’uscita di un libro che sosteneva presunte e mai dimostrate violazioni delle rigidissime regole NCAA – pose fine alla carriera di allenatore di Valvano, allontanato dalla panchina di NC State (con cui aveva firmato un contratto a vita) più per salvaguardare l’immagine dell’ateneo che per questioni legali, visto che l’indagine non portò all’incriminazione del coach.

Eppure Jimmy V non è ricordato per questa disputa o per la folle corsa alla ricerca di un abbraccio dopo il buzzer beater vincente del 1983, ma è entrato nella leggenda per The Speech, in occasione degli ESPY Awards del 1993, mentre un tumore terminale si era ormai impadronito del suo corpo.

Non sono bravo nelle celebrazioni e nel trasmettere emozioni che riguardano la vita e la morte, perché ho un orrendo rapporto con demagogia, luoghi comuni, sentimenti facili e lacrime, che evito nei limiti delle mie possibilità con decoroso successo.

Ho allora la fortuna di potermi affidare direttamente alle parole ed alle immagini dell’istrione Valvano in quei magnetici 10 minuti, che diventeranno uno dei più emozionanti omaggi alla vita ed uno dei più vincenti manifesti programmatici per la lotta contro il cancro, racchiusa nel motto don’t give up, don’t ever give up! e nella nascita della Jimmy V Foundation.

Una cinquantina di giorni dopo questo discorso Jim Valvano morirà.

1:34 – 3:32

Ho intenzione di parlare a lungo, più di chiunque altro abbia parlato stasera. Così sia. Il tempo è molto prezioso per me, non so quanto mi avanza ed ho alcune cose da dirvi. Si spera, alla fine, che possa aver detto qualcosa di importante anche per altre persone.

Non posso farne a meno. Ora io sto combattendo contro il cancro, lo sanno tutti. La gente mi chiede sempre come faccio ad andare avanti e come passo le giornate, ma nulla è cambiato per me! Come ha detto Dick [Dick Vitale, una specie di Dan Peterson a stelle e strisce, è colui che accoglie ed accompagna Valvano sul palco], io sono un uomo passionale, emozionale. Non posso farne a meno. Sono il figlio di Rocco e Angelina Valvano, è una cosa che va di pari passo con le origini, con il territorio. Ci abbracciamo, ci baciamo, amiamo. E quando la gente mi domanda come riesca ad andare avanti e trascorrere le giornate, è la stessa cosa di sempre!

Per me ci sono tre cose che noi tutti dovremmo fare ogni giorno. Dovremmo farle ogni giorno della nostra vita! La prima cosa è ridere, si dovrebbe ridere ogni giorno. La seconda è pensare, si dovrebbe trascorrere del tempo a pensare. E la terza è emozionarsi e commuoversi fino alle lacrime, per la felicità o per la gioia. Ma pensateci: se si ride, si pensa e si piange potete dire di aver vissuto un giorno completo. Accidenti che bel giorno! E se hai trascorso sette giorni così a settimana, hai ottenuto qualcosa di speciale.

Oggi ho viaggiato in aereo con Mike Krzyzewski, mio buon amico e meraviglioso allenatore. La gente non sa che è dieci volte una persona migliore di quanto sia come allenatore, e sappiamo che grande allenatore sia. E’ stato molto importante per me in questi ultimi cinque o sei mesi con la mia battaglia. Ma quando guardo Mike, penso che abbiamo gareggiato l’uno contro l’altro come fossimo giocatori ed ho allenato contro di lui per quindici anni.
Ho sempre pensato a ciò che è importante nella vita e per me sono queste tre cose: dove hai iniziato, dove ti trovi e dove hai intenzione di essere. Queste sono le tre cose che cerco di fare ogni giorno, quando penso ad alzarmi e fare un discorso. Non posso farne a meno. Devo ricordare il primo discorso che abbia mai fatto.

3:33 – 6:25

Ero allenatore presso la Rutgers University, che è stato il mio primo lavoro, oh meraviglioso [reazione agli applausi del pubblico], ed io ero allenatore al debutto. Questo succede quando debuttanti allenano squadre debuttanti, ero così eccitato dal mio primo lavoro! Vedo Lou Holtz qui. Coach Holtz, chi non ama il primo lavoro avuto? La prima volta che si sta negli spogliatoi per fare un discorso di incoraggiamento. Questo è un posto speciale, lo spogliatoio, ideale per un allenatore per fare un discorso.
Il mio idolo come allenatore era Vince Lombardi [modello per Valvano e pluridecorato allenatore di football] ed avevo letto questo suo libro intitolato “Commitment To Excellence”. E nel libro Lombardi raccontava la prima volta che ha parlato nello spogliatoio ai suoi Green Bay Packers, che erano perdenti perenni. Lombardi si chiedeva se avrebbe dovuto fare una lunga chiacchierata o un breve discorso, ma poiché lui voleva dare emozioni, scelse di essere breve. Quindi, ecco quello che ho fatto io.

Normalmente si entra nello spogliatoio, non so, venticinque minuti, mezz’ora prima che la squadra scenda in campo; si parla un po’ di tattica e poi si fa il grande discorso motivazionale alla Knute Rockne [grande allenatore di football attivo negli anni ’20 a Notre Dame]. Lo facciamo tutti noi: discorso numero 84. Si tira fuori nel modo giusto, lo si tiene pronto, con la tua squadra pronta.
Bene, stavo per fare il primo discorso della mia carriera. Ed avevo appena letto questo libro di Vince Lombardi. Lui disse di non essere entrato subito nello spogliatoio. Ha aspettato. Ed i suoi giocatori si chiedevano: “Dove è finito? Dove si trova questo grande allenatore?” Non c’è. Passano altri dieci minuti, ancora non c’è.
Tre minuti prima di dover scendere in campo Lombardi entra, sbattendo la porta per aprirla, e credo che tutti voi ricordiate quale grande presenza avesse… esatto, grande presenza. Entrò e si limitò a camminare avanti e indietro, così [cammina sul palco], appena entrato, guardando i giocatori.
E dopo un po’ disse: “Tutti gli occhi su di me”. Sto riportando fedelmente dal libro.
Ho fatto mia questa immagine di Lombardi prima del suo debutto. Disse: “Signori, ci saranno vittorie quest’anno se sarete in grado di concentrarvi su tre cose, e solo tre cose: la vostra famiglia, la vostra religione, ed i Green Bay Packers”. E quei ragazzi hanno buttato giù i muri, il resto è storia [i Packers da perenni perdenti vinsero 5 titoli in 7 stagioni negli anni ’60].

Mi sono detto che bello, voglio farlo anch’io! La vostra famiglia, la vostra religione, e Rutgers Basketball! Perfetto. Ce la posso fare. Senti, ho ventun anni, i ragazzi che alleno ne hanno diciannove, va bene? Sto per diventare il più grande allenatore del mondo, il prossimo Lombardi.
Facevo le prove fuori dallo spogliatoio. I dirigenti mi pressavano: “E’ ora di andare dentro”. Non ancora, non ancora! E mi ripetevo: famiglia, religione, Rutgers Basket! Tutti gli occhi su di me! Ce la faccio, andrà alla grande!
Poi finalmente chiamano i tre minuti all’ingresso in campo, ed io: bene, è il momento! Storia vera.
Vado a sbattere la porta, proprio come Lombardi. Boom! Non si è aperta. Mi sono quasi rotto un braccio. Ero come… ero piegato dal dolore. I giocatori che mi stavano cercando vennero in mio soccorso: “Aiutate l’allenatore lì fuori, dategli una mano”.
A quel punto una volta entrato ho fatto come Lombardi, camminando avanti e indietro, mentre muovevo il braccio cercando di far passare il dolore, facendo quasi pena.
Alla fine cominciai a parlare: “Signori, tutti gli occhi su di me”. Questi ragazzi avevano solo voglia di giocare, erano diciannovenni, let’s go!
“Signori, ci saranno vittorie quest’anno se sarete in grado di concentrarvi su tre cose, e solo tre cose: la vostra famiglia, la vostra religione, ed i Green Bay Packers”, dissi. L’ho fatto, lo ricordo.

6:26 – 8:02

Mi ricordo da dove vengo. E’ così importante sapere dove sei. So dove mi trovo ora. Come si fa a passare da dove siete a dove volete essere? Penso che bisogna avere entusiasmo per la vita. Bisogna avere un sogno, un obiettivo. Dovete essere disposti a lavorare per esso.
Ho parlato della mia famiglia, così importante. La gente pensa che io abbia il coraggio. Il coraggio nella mia famiglia sono mia moglie Pam, le mie tre figlie, qui, Nicole, Jamie, LeeAnn, mia mamma, qui anche lei.

Lampeggia uno schermo lassù, dovrei chiudere entro trenta secondi. Cosa vuoi che mi interessi quello schermo adesso, eh? Ho metastasi in tutto il mio corpo e dovrei essere preoccupato per un ragazzo in fondo che mi fa segno “trenta secondi”, eh?
You got a lot, hey va fa Napoli, buddy! You got a lot [“va fa Napoli” è un equivalente americano di “va al diavolo”].

Un’ultima cosa, esorto tutti voi, tutti voi!, a godere la vostra vita, i momenti preziosi che avete. Spendere ogni giorno con qualche risata e qualche pensiero, per ottenere e cercare emozioni. Siate entusiasti ogni giorno, come disse Ralph Waldo Emerson: “Nulla di grande può essere realizzato senza entusiasmo” – per mantenere i vostri sogni in vita nonostante tutti i problemi che avete. Lavorate duro affinché i vostri sogni si avverino, per farli diventare realtà.

8:03 – 10:26

Ora guardo dove sono adesso e so cosa voglio fare. Quello che mi piacerebbe essere in grado di fare è spendere il tempo che mi resta per dare, forse, qualche speranza per gli altri. La Fondazione Arthur Ashe è una cosa meravigliosa e la quantità di denaro versato per l’AIDS non è sufficiente, ma è significativa. Ma se vi dicessi che è dieci volte l’importo che va alla ricerca sul cancro? Vi dico che cinquecentomila persone moriranno quest’anno di cancro. Vi dico anche che una persona su quattro sarà afflitta da questa malattia. Eppure, in qualche modo, ci sembra di averla messa un po’ in secondo piano, allora voglio riportarla al centro dell’attenzione.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Ho bisogno del vostro aiuto. Abbiamo bisogno di fondi per la ricerca. Forse non potrà salvare la mia vita, ma può salvare la vita dei miei figli, può salvare qualcuno che ami. E ESPN è stata così gentile da sostenere me in questo sforzo permettendomi di annunciare stasera, che, con il suo supporto – i loro soldi ed i loro dollari mi stanno aiutando – abbiamo creato la Jimmy V Foundation for Cancer Research. E il suo motto è “Non mollare, non mollare mai”. Questo è quello che ho intenzione di provare a fare ogni minuto che mi resta.

Io ringrazio Dio per il giorno ed ogni momento che vivo. Se mi vedete, fatemi un sorriso e datemi un abbraccio, questo è importante per me. Ma se potete, cercate di sostenere, la lotta all’AIDS o al cancro che sia, in modo che qualcun altro possa sopravvivere, possa prosperare e possa guarire da questa malattia spaventosa. Non potrò mai ringraziare abbastanza ESPN che permette che tutto ciò accada. Lavorerò per la ricerca contro il cancro e farò di tutto per essere qui l’anno prossimo per consegnare il premio Arthur Ashe al suo destinatario. Voglio consegnarlo io il prossimo anno!

10:27 – fine

Lo so, devo andare, devo andare, ma voglio ripetere ancora una cosa che ho già detto prima: il cancro si può portare via tutte le mie capacità fisiche, ma non può toccare la mia mente, non può toccare il mio cuore e non può toccare la mia anima. E queste tre cose saranno con me per sempre.
Vi ringrazio e che Dio vi benedica tutti.

Standing ovation.

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One Comment to “Il Discorso di Jim Valvano”

  1. canigggia says:

    Veramente toccante. Rimane difficile capire come riescano certi esseri umani ad avere così tanta energia ed entusiasmo nonostante riescano a malapena a camminare… Eccezionale, grazie di questa testimonianza Gerry!

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