Estasiato dal colpo di genio dell’anno del mio nuovo mito personale, Greg Monroe, che nel finale della pacchianata tra Shaq e Chuck porta via la palla a quell’imbecille di John Wall, è diventato un dovere morale guardare in diretta l’All Star Game, anche smentendo i miei propositi di qualche giorno fa.

I veri motivi sono la Notte degli Oscar e l’attesa per qualche altro comunicato del mio Milan in cui si fa notare che Peruzzi, avendo rubato una polpetta ad Albertini in un raduno della nazionale nel 1996, dovrebbe costare tre giornate di squalifica a Buffon. Ma facciamo finta di niente.

Le presentazioni più mosce della storia (ormai devo aver fatto il callo ai balletti dell’Est) mi sembrano un buon segno, mentre non capisco mai se le varie interpretazioni canore dell’inno americano sono apprezzate dal pubblico, che regolarmente fischia, applaude ed ulula a prescindere.
Apprendiamo comunque che Flavio Tranquillo va in visibilio per Mary J. Blige.

Oltre agli anelli persino il borotalco ormai si rifiuta di rimanere sulle mani di LeBron: quando le alza verso l’alto non si vede niente.

Si inizia e subito Kobe mi esalta, non tanto per i canestri in faccia a Wade e LeBron e per l’approccio competitivo e serioso, ma soprattutto perché si oppone difensivamente con fallo duro a Carmelo lanciato a canestro, anche per ricordargli che New York ha un record sotto il 50%.

Wade probabilmente prende nota, ci torneremo.

Sono sbalordito: si difende e quasi si esegue in attacco. Hai visto mai che ci scappi una partita un po’ più partita delle previsioni?

No, non ho visto mai. Al terzo minuto di gioco, casualmente in coincidenza della prima fanfaronata (per altro nemmeno brutta) dei due amigos di Miami, la situazione sfugge di mano.

Il secondo grave indizio è il tiro da tre di Bynum, che in questo contesto appare una via di mezzo tra l’ultimo Chiacig e l’attuale Fajardo.

Howard, punto nell’orgoglio anche dalla stoppata presa alla prima azione, va dall’altra parte ed inizia a sua volta una malinconica serie di piazzati da oltre il perimetro, che hanno il solo merito di prendere il ferro senza frantumarlo; si rifarà in difesa maltrattando il bamboccione dei Lakers a piacimento.

Distanza minima tra palla e difensore: un metro. Ok, ci siamo, è finalmente iniziato l’All Star Game.

Chris Paul comincia ad alzarla, Blake Griffin, insospettabilmente simpatico e rispettato da tutti, comincia a schiacciare.
Ma per andare sul sicuro entra anche Westbrook. Addio. Primo possesso, la tiene in palleggio 20 secondi, non guarda i compagni, tira dalla media. Strano!

Al suo confronto Marshon Brooks e Norris Cole due giorni prima erano degli spauriti timidoni filantropi che davano sempre via la palla. Russell non la passerà più a nessuno, tranne al tabellone per farsela restituire in quella che, escludendo McGrady che la sdoganò alla grande nel 2002, ritengo la fattispecie di pirlata più ridicola di questi eventi (oltre ad essere infrazione).

C’è gente che si butta in settima fila o direttamente in oceano piuttosto di farsi immortalare in una foto in cui gli avversari fanno un highlight saltandogli sulla testa.

Mi sembra di vedere uno stoccafisso, invece è Hibbert: prima palla toccata, primo caso di cross in gancio destro da un metro all’All Star Game. Mia nonna, Morandiana doc, sarebbe più a suo agio ad un concerto di Marilyn Manson.

A proposito di nonni, Pierce sembra avere la voglia di giocare che ha Rondo a prescindere negli ultimi mesi. Rajon alza delle robe insensate ed incomprensibili a casaccio, creando imbarazzo generale.

Bosh, turbato, si stufa e decide di segnare di tabella da tre punti da posizione centrale. La cosa grottesca è che poi si gira con aria seria e convinta verso i compagni come dire “beh, non sapevate che dal centro è più facile segnare appoggiandosi al tabellone?”
Va bene Chris.

L’Avvocato si inalbera per la sua storica idiosincrasia verso le mascotte, però il balletto dei gonfiabili sulle note di “Thriller”, “Everybody Dance Now” e “Super Freak” mi sembra più divertente dell’intero All Star Saturday. Per altro non può essere così facile ballare in quel modo dentro quei cosi.

Mi dicono dal box score che deve essere apparso sul parquet anche Iguodala, con 12 punti: buono a sapersi. Chi invece si vede e si sente è Love, la cui capacità non solo di produrre statistiche nel tabellino ma anche di farle notare non ha eguali in qualsiasi contesto e con qualsiasi compagno si trovi a giocare.

Nella serata in cui il cinema francese sbanca Hollywood, Tony Parker conferma di essere in uno stato di forma che forse non aveva nemmeno ai tempi degli anelli. C’è un problema però: la passa solo agli europei, Nowitzki e Gasol.

Il tedesco, giocatore finito, non sembra smentire del tutto Barkley, ma ha il più classico degli approcci Duncaniani alla vicenda, come chi ha appena vinto il titolo e non ha tutto sto tempo da perdere per queste sciocchezze.

Lo spagnolo invece è inspiegabilmente a suo agio rispetto alle logiche previsioni, come inspiegabile è tutto ciò che è diventato ed ha fatto da quando è sbarcato in America.

Ancora meglio, ovviamente, Steve Nash, che in uno dei momenti più alti della serata fa la cosa più impensabile che si possa immaginare qui: chiama uno schema.

I 4 compagni si guardano terrorizzati, solo il pesce fuor d’acqua Aldridge prova umilmente a fare un’imitazione di un taglio, ovviamente per allontanarsi il più possibile dall’area e ricevere per tirare dai 5 metri.

Per la fredda cronaca, 4 minuti per il canadese, un assist a minuto, con la leggerezza di chi sta accettando di giocare ai Suns solo perché ha intravisto in Gortat un interessante portiere di calcio da mettere alla prova in allenamento con qualche punizione alla Modric.

Chi avrebbe lo stesso bisogno di essere liberato dalla squadra in cui si trova è Deron Williams, che negli ultimi mesi ci sta ricordando il motivo per cui fino all’altro ieri la giuria si divideva tra lui e CP3 per la miglior point guard della Lega.

Strepitoso allora Thibodeau che, intuendo la mandrakata e facendo lo gnorri, cavalca l’ottimo Deron e concede la miseria di 18 e 5 minuti ai suoi Rose e Deng, condendo il finale con un verosimile Ragionier LeBron, vadi lei.

E James, senza dare del tu ma solo col congiuntivo, va sul serio e piazza con faccia realmente incazzata una striscia di pallacanestro tutto campo come solo lui è in grado di fare nella NBA moderna, passata e futura. Piaccia o non piaccia. Poi il finale è sempre quello anche in questi palcoscenici, ma questa è un’altra storia.

Si arriva così in crescendo al momento clou, catartico, Mexesiano, meraviglioso: Wade rompe il naso a Bryant col primo caso di flagrant foul all’All Star Game. Genio assoluto.
Tutti fermi. Silenzio. Sguardi che non si incrociano. Sorrisi imbarazzatissimi di Dwyane. Panico.

La faccia di Kobe durante i soccorsi col tampone e nei minuti successivi gli fa meritare l’Oscar come miglior attore protagonista delle prossime 10 edizioni degli Awards ed appaga tutti coloro che hanno fatto l’alba per questo show.

Ma non solo Kobe, perché, ebbene sì, gli ultimi sei minuti di gioco meritano davvero la visione, come appassionati di pallacanestro e non come spettatori di un circo.
Ah, alla fine hanno eletto l’MVP. Va be’, che te lo dico a fa’

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2 Comments to “Borotalco, tamponi e stoccafissi”

  1. Frinf says:

    …io ho pensato queste cose, tu le hai scritte.

    solo in maniera più divertente!

    complimenti!

  2. DeAndre P. says:

    “con la leggerezza di chi sta accettando di giocare ai Suns solo perché ha intravisto in Gortat un interessante portiere di calcio da mettere alla prova in allenamento con qualche punizione alla Modric.”

    Geniale, complimenti!

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