Non penso che l’All Star Game meriti un’eccessiva quantità della mia attenzione.

Quando l'abito non fa il monaco.

Deve aver pensato la stessa cosa l’Adidas, che per l’occasione ha predisposto le più Fantozziane divise che si siano mai viste da quando l’uomo inventò la NBA: canottiera penosamente normale di qualche zia ricca di LeBron e pantaloncini ascellari per fortuna non pietosamente aperti sul davanti.
Mancheranno solo la fionda elastica e la visiera con la scritta Casinò Municipale di Saint Vincent.

Diceva Aristotele: la pallacanestro non è divertimento e cazzeggio; l’All Star Game è divertimento e cazzeggio; l’All Star Game non è pallacanestro.

Non era così durante la mia fanciullezza, ovvero non il Mesozoico ma il decennio tra il 1988 ed il 1997. Almeno non mi pareva fosse così, senza per forza cadere nel melodramma di un passato e di nomi che non ci sono più.

C’era odio, c’era competizione, c’erano antipatie personali e trasversali, rivalità tra compagni e tra avversari. C’era gioco, voglia di giocare e di vincere. Non c’erano solo stelle, ma c’era una partita di basket tra stelle.

C’era un evento, non l’attesa per il primo pirla che si alza la palla sul tabellone, mentre le difese non solo si spostano ed omettono resistenza anche nel quarto quarto, ma si complimentano con l’avversario cercando poi di superarlo nella fanfaronata successiva.

Shaq e Barkley erano gli unici depositari delle gag, i soli autorizzati a far ridere con successo. Ma erano il diversivo, non la regola.

Oggi invece si sentono tutti in diritto di essere showman, forzatamente e prima di ogni altra cosa, in una reazione a catena per stupire e stupirsi, in cui lo spettacolo prevale sullo sport in maniera invadente, fastidiosa, dannosa.
Tanto più se sono pure tutti insopportabilmente amici, rendendo tutto insopportabilmente finto.

Vorrei vedere Rose contro CP3, LeBron contro Durant, Wade contro Kobe, Howard contro Bynum, faccia a faccia, cattivi, scivolamento dopo scivolamento, contatto dopo contatto, per vedere chi è il più forte, per dare senso alle voci di mercato, per mandare messaggi, per 48 minuti, per vedere l’effetto che fa in vista di Giugno.
Per vincere l’All Star Game.

Non vedrò niente di tutto questo.

I primi tre quarti e mezzo saranno aberranti, senza difesa, solo transizione, una partita di ping pong.

Qualche isolamento dei soliti noti che devono gonfiare le statistiche, qualche minuto preconfezionato agli sfigati dalla panchina che sbagliano i primi tiri, qualche minuto agli inutili mestieranti (soprattutto i centri) che perdono subito senso a fare avanti ed indietro mentre tutti gli schiacciano intorno.

Il buonumore ed i versi del padrone di casa Howard, che non fa ridere nessuno sopra i 7 anni ma a cui nessuno ha ancora avuto il coraggio di dirlo, e le risate incomprensibili di Melo, che per pudore dovrebbe rifiutare pure la convocazione visto il record con cui si presenterà ad Orlando, D’Antoni o non D’Antoni, figuriamoci il quintetto (ed occhio al minaccioso rischio di vedere anche Amar’e e Chandler!).

Rose che corre e salta, Paul che alza la palla a Griffin che tocca il soffitto e torna giù a schiacciare, Westbrook che fa il Westbrook, i tre amigos di South Beach per cui la sola presenza è una garanzia, Kobe e Durant ecumenici che decideranno sul posto se interessarsi al titolo di MVP da strappare a Dwight in caso di vittoria dell’Ovest.

Sono già annoiato con un mese di anticipo, e mi capita da non meno di 3 anni.

In questo contesto non sarà poi così grave l’assenza, temo probabile, dei nostri Gallinari e Bargnani.

Ho fatto le proiezioni, parametrate all’immaginario collettivo USA: il Gallo tra le 7 riserve (massimo 3-4 nel ruolo di forward) è chiuso sicuramente da Love, Aldridge e Nowitzki, forse da Pau Gasol e da uno dei lunghi Jazz, temo pure da Gay; il Mago è chiuso da Granger, Iguodala, Stoudemire, Bosh e Josh Smith, oltre che dall’infortunio e dall’insufficiente numero di partite e soprattutto di vittorie dei Raptors.

Danilo, Andrea, nessun problema: pochi giorni dopo l’All Star Game si ricomincerà a giocare a pallacanestro.
Nel frattempo andare al cinema sarà la stessa cosa, ed in più nessuno vi costringerà ad indossare quelle divise.

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4 Comments to “Inguardabili”

  1. doppok says:

    Dov’è che si firma??

  2. mircodiuboldo says:

    concordo!!!

  3. Vincent says:

    Potevano abbinare anche bretelle e occhiali così il look alla Steve Urkel era completo..

  4. Bandini says:

    Beh, se ricordiamo che Thomas non andò alle Olimpiadi di Barcellona perchè ai tempi del primo All Star Game di Jordan ordinò ai compagni dell’EST di non passare la palla ad MJ.
    O come ricorda Shaq nella sua biografia (pag.29-30), quando al primo all-star game nell’anno di rookie, Ewing e Riley rilasciarono dichiarazioni del tipo ” i rookie non dovrebbero fare l’ASG”. E Riley, coach dell’EST, distribuì equamente il minutaggio tra Shaq e Pat, infishiandosene dei voti dei fan.
    Ma erano altri tempi, Gerry, si lottava per sconfiggere gli avversari, non per andare a giocarci insieme. Secondo me è perchè questa generazione non ha fatto il college, quindi non sa bene cosa vuol dire la parola “rivalità”. Un blue devils prima di fare gli 8 km e trasferirsi a UNC ci pensa non una, ma cento volte. E forse non lo farebbe mai! Il college fa crescere la passione per la rivalità, i soldi a 19 anni la spengono subito!

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