L’asse play-centro è stato per decenni la regola numero uno nella costruzione di una squadra vincente. Anche se la tradizionale definizione (e distinzione) dei cinque ruoli in campo sta perdendo nel tempo valore, è ancora difficile immaginare una squadra di vertice che non abbia nei suoi due elementi chiave un giocatore interno ed uno esterno.

Dopo la panoramica sulle point-guard della Lega abbiamo provato allora a dare uno sguardo anche a centri e power forward titolari delle 30 franchigie della NBA ed al peso specifico che hanno nella produttività offensiva delle rispettive squadre.

Per l’analisi ho scelto di incrociare due variabili, Usage Rate e Assist Rate: il primo indica la percentuale di possessi in cui un giocatore tenta un tiro, guadagna dei liberi, consegna assist o perde palla; il secondo la percentuale di possessi che quel giocatore termina con un assist. In altre parole quanto un big man ha un ruolo importante nella fase offensiva della sua squadra e come partecipa.

Partiamo dai centri.


Nel riquadro in alto a destra troviamo gli indispensabili.
Sono un vero punto di riferimento perché importanti terminali offensivi ma sanno anche coinvolgere i compagni.

Insieme ai soliti Duncan, Howard e Bogut troviamo Nené, Hibbert e Monroe.
La presenza del brasiliano è coerente con il sistema democratico di coach Karl e il centro di Indiana gioca con maggiore fiducia ed è uno dei migliori passatori nel ruolo. La sorpresa è invece trovare il sophomore dei Pistons già nel gruppo dei centri più completi.

Nel riquadro in basso a destra ecco gli altruisti.
Compaiono qui i giocatori che non pretendono troppi tiri per sé, ma a cui è bene far arrivare la palla perché sanno coinvolgere i compagni.

Qui il re incontrastato è Marcus Camby, il cui valore di AR (40) lo porrebbe ben al di là del limite del grafico. La sua abilità nel trovare i compagni (specie Aldridge) è inversamente proporzionale alla fiducia nel suo tiro, che prova tre volte quando si sente fortunato. Normalmente poche conclusioni anche per Chandler, che non ha però la visione di gioco del vecchietto dei Blazers.
Nel riquadro anche altri volti noti ma non per le qualità nel fare canestro, come Vareajo e Noah, più bravi nella propria metà campo. Il mediocre Amir Johnson e il decadente Okur.

Ma anche tre giocatori molto bravi, intelligenti e talvolta sottovalutati: Horford, Marc Gasol e Hawes. Tutti appena sotto il “par” del USG, ma non per carenza di talento, per indole! Non fosse per Camby, Hawes sarebbe primo con distacco nella frequenza con cui trova liberi i compagni per i due punti. Le doti di passatore di Horford non le scopriamo oggi, mentre è significativo come lo spagnolo dei Grizzlies non abbia preso il volo come finalizzatore in assenza del top scorer Randolph.

Nel riquadro in alto a sinistra la lista dei protagonisti.
Che se lo meritino o no, che sappiano quello che fanno o meno, a loro la palla in mano arriva sempre perché trovano il canestro con estrema facilità.

I primi due nomi dell’elenco sono quelli di Cousins e Jefferson. Il giovane dei Kings deve decisamente migliorare nel coinvolgere i compagni, non a caso è il miglior talento di una squadra sul fondo della classifica. Big Al non è troppo lontano dalla league average nell’AR, giustificato in parte dall’essere la prima arma offensiva dei suoi Jazz.
È il quadrante anche di Bynum, del caldissimo Mullens, dell’unico scorer nel pitturato dei Suns, ovvero il polacco Gortat. La presenza in questo quadrante di McGee suppongo sia motivata unicamente dagli alley-oop che gli lanciano in continuazione e dai tiri da rimbalzo offensivo. Altrimenti hanno fatto bene a licenziare Saunders.

Nel riquadro in basso a sinistra figurano gli spettatori.
Ovvero quelli che possono rendersi utili portando blocchi o gettandosi a rimbalzo e poco altro, o almeno i compagni non li ritengono in grado di contribuire in altro modo.

Specialisti difensivi nella migliori ipotesi, come Okafor e Perkins. Gli altri sono tremende sole, come Milicic e Kwame Brown, il talento arrugginito di O’Neal, il redivivo mestierante Dalembert. Ma qui troviamo anche 4 rappresentanti di altrettante contender: Haywood, Jordan, il già citato Perkins e il re dei fantasmi: Joel Anthony degli Heat.

Passiamo ai “4”.


Qui gli indispensabili si contano su una mano.
Due sono materiale da Race to MVP: Griffin e Nowitzki.
Poi lo straordinario Paul Millsap che stiamo ammirando nei sorprendenti Jazz. Ma sono Josh Smith e Garnett i due del gruppetto che più stanno riuscendo a mettere in ritmo i compagni. J-Smooth lo deve fare per supplire all’assente Horford per mantenere i suoi Hawks attorno al 70%, mentre The Big Ticket è l’unico a rappresentare una squadra con un record negativo. E personalmente lo leggo come un segnale positivo, sarebbe più facile per una star come lui cercare i numeri individuali anziché i compagni in un momento come questo.

Pochi anche gli altruisti, e anche qui c’è un fuoriclasse: Boris Diaw.
Anche il valore di AR del francese (41) lo porrebbe ampiamente fuori dai limiti del grafico. Peccato stia predicando nel deserto del North Carolina, ma altrove potrebbe fare la differenza nel supporting cast.

Due nomi che non ti aspetti sono quelli di Pau Gasol e West. Non perché siano sopra la media nell’assist rate, ma perché sotto lo standard del ruolo per usage rate! Questi sono due signori realizzatori. Lo stesso si potrebbe dire per Elton Brand, che però già da un paio d’anni ha lasciato ad altri il ruolo da star per mettersi a disposizione dei compagni. Completano il quadrante Ilyasova e Frye, tiratori perimetrali più che uomini d’area.

Il gruppo dei protagonisti tra le power forward è invece folto, eterogeneo e trasversale.

Ci sono macchine da punti che hanno nel tiro fronte a canestro la loro migliore arma: Love, Bargnani, Aldridge. Oppure animali d’area che preferiscono attaccare il canestro senza paura come Scola e Stoudemire.
Alcuni sono il secondo terminale offensivo di squadre che non ne vincono una su tre (Lee, Landry) oppure che lottano per i primi posti nel tabellone playoff (Boozer, Anderson, Harrington). Bosh, caso limite, è addirittura il terzo violino.

Poco significativo il gruppo degli spettatori.
Vicinissimo al confine con il gruppo precedente, il migliore di questo elenco è senza dubbio Blair degli Spurs, che con Splitter divide il compito fondamentale di tenere in alto gli Spurs pur facendo riposare Duncan. E fin qui, tutto procede come vuole Popovich.

Poi un mix di atleti dalle dubbie qualità che giocano principalmente per… carenza di alternative decenti: Blatche, Speights (in attesa di Zibo), Humphries, Hickson (anche se qui l’alternativa ci sarebbe, il “mio” Thompson), Jerebko.

Ma il vero caso è quello che possiamo leggere appoggiato all’asse delle x: Serge Ibaka. I Thunder non lo cercano, né lui cerca loro. It’s a fact!

Ecco allora la tabella che mette assieme le due precedenti.


I risultati sono molto contrastanti.

Se cerchiamo la migliore squadra ad Est, i Bulls, sono i più vicini all’intersezione delle linee mediane del grafico. Ovvero quanto di più prossimo alla league average.

Pù inquietante la posizione della leader della Western Conference. I Thunder sono di gran lunga la squadra che meno coinvolge i propri lunghi nella fase offensiva. Situazione che migliora leggermente quando in campo c’è il primo cambio della frontline, Nick Collison.

Anche il peso specifico dei lunghi degli Heat, nonostante Bosh, è decisamente basso e nel riquadro in basso a sinistra figurano anche i campioni in carica di Dallas, i quotati Clippers e gli aspiranti contender Knicks e Celtics.

Le tre squadre che più si affidano ai loro lunghi per il gioco offensivo hanno tutte le vele gonfie. I Jazz rivelazione dei primi due mesi di regular season sono gli unici ad avere nei due big man i primi due scorer. Magic e Nuggets le uniche altre due squadre ad avere tutti e due i nomi nella parte superiore di entrambi i grafici.
La quarta ha un record negativo, sono i TWolves di Rubio. Ma pochi più dei ragazzi di Adelman posso dirsi in rapida crescita.

Nel riquadro più “virtuoso” compaiono tre squadre in buona salute.
La presenza di Duncan e Blair è piuttosto scontata, ma eccellenti sono anche le coordinate di Pacers e Hawks: Hibbert e Horford sono tra i migliori centri passatori della Lega e con West e Smith la capacità di incrementare lo score nei pressi del tabellone rappresenta un certo grattacapo per le difese avversarie.
Come prevedibile si legge anche la parola Lakers. Coinvolti ma forse non abbastanza i giganti a disposizione di Kobe: Gasol e Bynum. A mio avviso la più devastante coppia della Lega e qualche sinistro pensiero sull’attuale classifica dei gialloviola mi frulla per la testa.

Stupefacente è trovare qui anche i Raptors. L’importanza di Bargnani è innegabile pure per chi come me da sempre è critico nei confronti del romano. Senza di lui il dato crolla, così come il record della franchigia del Canada.

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3 Comments to “Al centro dell’attenzione”

  1. simonpietro says:

    grandissimo grafico gerry, 2 cose da aggingere:
    1) OKC usa i lunghi in attacco solo nel lavoro sporco. Si può vincere con una squadra senza gioco interno? Phil direbbe di no, MJ direbbe forse e D’Antoni direbbe si. Durant che dice?
    2) il problema dell’Assist Rate è che come tutte le stats sul coinvolgere i compagni entrano in gioco fattori che non dipendono dal giocatore. Una su tutte: i compagni devono metterla dentro!!!! Bynum in questo senzo è penalizzatissimo, se non fosse per Gasol e Kobe sui suoi scarichi non segna nessuno (leggi 26% da 3 in stagione per LA)

  2. Gerry says:

    Durant è talmente preoccupato a dire “Russell passala!” che per ora non si occupa del problema lunghi. 😀

    Per me si può vincere senza gioco interno se questa è una scelta e non una necessità.
    I Thunder devono ancora darci risposte definitive, sono a metà strada, ma se i tre tenori giocano insieme diventa del tutto ammortizzabile l’assenza di punti in area. E Perkins ai playoff potrebbe esaltarsi e salire di livello anche in attacco.

    Però la singolarità di Oklahoma City è evidentissima nel grafico: resta da capire se è solo un’anomalia o un problema strutturale. Appuntamento a Maggio.

    P.S.: Ho passato il germe a Mookie: idea, sceneggiatura, regia e produzione del post e dei grafici è tutta opera sua!

  3. Mookie says:

    “We have to make sure we use our interior game. Other teams do.”
    —Pau Gasol.

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