Mai più la stessa gloria.

La seconda vita di Livingston

Non so se queste ultime prestazioni sono un nuovo inizio o se l’ex pick #4 del draft 2004 tornerà presto nell’anonimato, ma è fantastico poterlo vedere esprimersi a certi livelli dopo quel drammatico e impressionante infortunio del febbraio 2007.
Si disse perfino che forse non sarebbe più tornato a giocare a basket.

Dopo un anno e mezzo di riabilitazione ha attraversato quella gavetta che solitamente affrontano i giocatori non abbastanza bravi da valere una chiamata al draft: provini, contratti da dieci giorni, dnp-cd, e perfino la NBDL. Ma nel finale della stagione 2010 (a Washington) e lo scorso anno a Charlotte ha dimostrato di valere un’altra opportunità.

Quest’estate è arrivato a Milwaukee (forse solo per pareggiare i conti salariali della trade) insieme a Stephen Jackson. Venerdì scorso proprio quest’ultimo non si sveglia in tempo per raggiungere i compagni per la sessione di tiro in preparazione al match contro i Knicks e Skiles queste cose non le perdona: lascia in borghese l’ex Warriors e lancia in quintetto S-Dot.

Almeno per stasera lo lascio ancora in quintetto, gli do un altro sguardo – le parole con cui Skiles conferma Livingston in campo fin dal tip-off per il successivo match contro gli Heat.

I ragazzi di coach Skiles che avevano perso tutte le prime otto partite lontano dal Wisconsin espugnano in 48 ore gli illustri parquet di New York e Miami. È tornato Bogut e Jennings è indemoniato: le stelle dei Bucks sono loro. Ma non credo alle coincidenze.

I numeri di Livingston nelle due partite: 73 minuti, 10/17 dal campo, 8/8 dalla lunetta, 10 rimbalzi, 8 assist, 3 recuperi e 4 turnover, plus/minus +33!

Il centro australiano dei Bucks lo promuove senza mezzi termini.

È uno dei migliori passatori con cui ho mai giocato. Può mettere la palla dove vuole e per questo giochiamo bene insieme. Può concludere negli ultimi metri sulla testa dell’avversario diretto essendo particolarmente lungo e alto. Sta svolgendo un grande lavoro per noi.

Anche se gioca prevalentemente da guardia accanto a Jennings (a Milwaukee il game-plane offensivo è sempre lo stesso: pick’n’roll in tutte le salse tra Jennings e Bogut, altrimenti s’improvvisa) Livingston è il classico giocatore che pensa prima a creare per i compagni che ad una conclusione per sé.
Da rookie sosteneva che i suoi modelli erano Magic Johnson e Penny Hardaway, come lui playmaker alti e creativi. Ma quella era la sua prima vita in NBA, con un fisico e delle prospettive diverse dalle attuali. Ora il suo riferimento dovrebbe essere Grant Hill, un campione con piena coscienza dei limiti imposti da un destino crudele, ma con l’intelligenza per sapersi reinventare sul rettangolo di gioco.

Non abbiamo avuto (e mai avremo) la fortuna di vederlo esprimersi al massimo delle sue potenzialità, ma che Shaun abbia il talento, la testa e la personalità per regalarci emozioni su un campo della NBA era chiaro fin dal suo apprendistato come vice-Cassell ai Clippers.

La sua è una delle tante storie che non può essere mai come ieri, ma nessuno più di lui merita un domani migliore.

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2 Comments to “Mai come ieri”

  1. Lukish says:

    Adoro Livingston, uno di quei giocatori che impari ad amare per la sua completezza, la sua tecnica e la sua umiltà. Non pensavo riuscisse a tornare a questi livelli, ma ci speravo con tutto il cuore.

  2. zinzun says:

    ottimo giocatore molto completo nel suo gioco, non so perchè i Boncats se lo siano fatto scappare.

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