L’Assist Rate (AR) è il più credibile e sfizioso dato individuale per cogliere la capacità di una point guard di creare attacco, di mettersi al servizio del coinvolgimento dei compagni e di essere al centro del proprio sistema offensivo: rappresenta la percentuale di possessi di un giocatore che finiscono in assist.

Un valore 41 di AR vuol dire che su 100 possessi quel giocatore fa assist 41 volte, mentre negli altri 59 o perde palla o va al tiro o subisce fallo.

Quindi l’indice non solo misura l’abilità del giocatore nel trovare l’assist ed evitare le palle perse, ma delinea anche una parziale relazione tra propensione al passaggio e propensione al tiro.

Proviamo a mettere graficamente in relazione questo dato al numero di assist (a partita) dei 30 playmaker titolari dell’attuale NBA:


Sull’asse orizzontale (x) c’è il numero degli assist; sull’asse verticale (y) l’indice AR. Gli assi evidenziati che creano i quattro quadranti sono i valori medi.

Più un giocatore si trova in alto maggiore è il suo Assist Rate, più un giocatore si trova a destra maggiore è il suo numero di assist. Ed ovviamente viceversa.

Ghiribizzi, tendenze, suggestioni, curiosità, senza entrare nell’approfondimento delle svariate ragioni storiche dell’evoluzione del ruolo: sono dati che divertono solo finché non vengono presi sul serio o con l’intento di ricavarne verità assolute. Tuttavia..

Dicesi play puri
Calderon, Nash, Rubio: bianchi, mingherlini, geometrici. In una parola: play puri. I numeri ci dicono che nessuno meglio di questi tre ragazzi riesce al tempo stesso a sfornare assist ed a coinvolgere come prima opzione del proprio gioco, essendo al centro dei rispettivi attacchi. Se per Nash e Rubio bastano poche istantanee illuminanti per trovare riscontri sul campo e palpitazioni nel cuore, il caso Calderon, addirittura in fuga nell’Assist Rate, appare in parziale controtendenza con la qualità dell’attacco dei Raptors ma evidenzia l’importantissimo condizionamento che ha lo spagnolo per la nuova Toronto di coach Casey.

Il sistema siamo noi
Nella loro scia ci sono due giocatori che si garantiscono a prescindere il posizionamento nel quadrante in alto a destra, molti assist e molto coinvolgimento: nonostante il recente approdo a Los Angeles del primo ed i mille problemi offensivi che deve affrontare a Boston il secondo, Paul e Rondo hanno ormai una tale identità di gioco ad alto livello da non rischiare di subire oscillazioni a causa del contesto, del sistema, dei risultati o del rendimento dei compagni, anzi condizionandoli a prescindere.

La congrega degli zozzoni
Sono tutti nel quadrante in basso a sinistra, pochi assist e poco coinvolgimento, a fare sfoggio della loro giovane diversità: i play della nuova generazione USA, quelli che solo nominalmente si collocano come point guard ma che nulla hanno a che vedere con il tradizionale scopo di una point guard. Westbrook guida la truppa ed Evans ne fa le veci: qualsiasi ulteriore parola sui loro difetti credo sia sprecata. Tra i consociati spiccano anche Jennings, Holiday e, in un simbolico duello non solo numerico ma anche filosofico con Rubio per il titolo di Rookie of the Year, la prima scelta Irving.
Anno di nascita dei 5 in questione, in ordine di citazione? 1988, 1989, 1989, 1990, 1992. Il nuovo che avanza, sigh.

Diversamente point guard
Per caratteristiche individuali e di sistema, c’è un gruppetto di giocatori che non avendo compiti primari di coinvolgimento si va a collocare poco più in alto della congrega di cui sopra. Stuckey e Curry sono prima di ogni altra cosa realizzatori e solo successivamente playmaker all’occorrenza (ma il Warrior è in crescita nell’evoluzione a point guard), Chalmers e Teague portano solo nell’altra metà campo la palla dovendola poi lasciare a chi di dovere per lo sviluppo dell’attacco per nulla playmakercentrico di Heat e Hawks.

Vecchio e coinvolgente
Spiccano in un settore a loro personalizzato con boule dell’acqua calda e trapuntina di flanella gli immarcescibili Fisher e Kidd, 75 anni in due. Anche per il minutaggio in ribasso non hanno un elevato numero di assist assoluto, ma il loro possesso è decisamente finalizzato all’assist stesso. Se per Kidd questa non è certo una sorpresa, stupisce la metamorfosi statistica di Fisher, da sempre fiero protagonista del quadrante in basso a sinistra col Triangolo di Jackson, certo poco parsimonioso in materia di palla in mano alla point guard; il nuovo sistema più tradizionale (e per ora abbondantemente meno appariscente) di coach Brown riconcede al venerabile maestro vecchie emozioni da play puro che sembravano ormai sopite.

Gli insospettabili
Lanciatissimi tra i giocatori più migliorati, il grafico contempla Lowry ed Augustin come le più evidenti novità stagionali nel ruolo. Hanno molto la palla in mano in sistemi piuttosto destrutturati senza precise gerarchie da rispettare o stelle da servire, potendo allora affidarsi con certo agio ai loro istinti e di volta in volta ad una variegata quantità di compagni da cui andare.
Meno sorprendenti ma ugualmente meritevoli di menzione anche i promossi Conley e Felton, quest’ultimo in particolare beneficiato dal nuovo corso più garibaldino di Portland.

Grosso guaio a New York
New York non ha letteralmente un play e fa ancora più specie dirlo considerando che nessuno più di D’Antoni ne avrebbe bisogno per sviluppare il proprio gioco. Ovviamente Shumpert è da considerare con l’asterisco in attesa del recupero del cagionevole Barone, ma emerge anche in quella malinconica posizione grafica del rookie dei Knicks (e l’inverecondo Toney Douglas sarebbe ancora più periferico) la totale rinuncia da parte di coach Mike alla sua filosofia ed al suo modello di gioco a favore delle incompatibili caratteristiche del roster che gli hanno rifilato.

Governo del popolo
Suggestivo ma perfettamente logico che il modello di gioco più democratico della NBA porti il suo playmaker Lawson esattamente nel valore medio dei dati, all’intersezione degli assi mediani: il risultato di una democrazia che funziona può solo essere l’equilibrio. Non dista moltissimo il suo alter ego ad Est Collison, penalizzato ad Indiana da un ritmo più blando e da qualche compagno che ferma di più la palla in mano.

Settore VIP
Nel quadrante in basso a destra, tanti assist ma poco coinvolgimento, i nomi suscitano sudditanza: Deron, Rose, Wall, Parker, a cui si aggiunge il meno eclatante Jack. Il loro punto di contatto mi pare chiaro: sono assoluti protagonisti del loro attacco non solo in funzione dei compagni, ma anche delle loro doti di realizzatori. Le ragioni sono diverse e si intrecciano, da chi è costretto a forzare per la pochezza dei compagni o l’infortunio della prima punta (Ginobili e Gordon) a chi deve ostentare un certo status passando banalmente per le pregevoli caratteristiche nella finalizzazione in prima persona, ma certo non è un caso che tutti e 5 siano al momento, volenti o nolenti, i leader delle rispettive squadre per punti segnati.

Team sport
Non c’è alcun nesso tra posizionamento nel grafico dei giocatori e risultati di squadra o qualità dell’attacco: si perde e si vince, si gioca bene e si gioca male, a prescindere dalle caratteristiche della propria point guard, ad inesorabile e mai troppo ribadita conferma che qualsiasi dato individuale, in uno sport prettamente di squadra come la pallacanestro, perde senso se vuole avere la pretesa di essere letto come rilevatore di conferme a livello collettivo.

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5 Comments to “Playmaker oggi”

  1. Bandini says:

    Ottima analisi, mi piacciono molto questi schemi, che non raccontano tutto del gioco e dei giocatori, ma di certo evidenziano certe tendenze. Da tifoso Bulls anche senza verificare i dati ti posso assicurare che in questi anni Rose ha incrementato il suo assist Rate, a dimostrazione di una maturazione nel gioco (cosa che Evans e Westbrook purtroppo non hanno ancora dimostrato). Stupisce invece il dato di Rubio, ammetto che ad inizio a stagione ero scettico sullo spagnolo, non credevo si potesse adattare così velocemente, ed invece mi sbagliavo. Su Irving giudizio sospeso, la squadra non è ancora la sua, credo che con il tempo si sposterà anche lui verso destra. Il dato di Shumpert (per inciso, non è colpa sua) conferma che oramai, come avete già scritto nell’altro articolo, il tempo di D’Antoni a New York is over.

  2. simonpietro says:

    però gerry, prima mi lodi i Sixers come squadrone sottovalutato ad est e poi mi metti il buon Holiday tra gli zozzoni? per lui credo vada ripristinato il vecchio adagio “ci sono bugie, grandi bugie e statistiche”. Gli assist e il coinvolgimento sono pochi perchè a Phila l’attacco lo gestiscono gente come Iguodala, Young, Turner, Brand dal post, a volte Williams e a Holiday è richiesto di far girare la squadra come terminale offensivo finalizzatore. Questa stat non rende onore alla sua importanza e al suo lavoro a Philly.
    Su Lawson devo dire che non mi aspettavo così tanto coinvolgimento, anche perchè è un realizzatore, e a Denver in questa categoria il maestro è Miller con un 55% dal pino di assist rate.
    Se non fosse per l’anomalia shumpert, Westbrook sarebbe il play più egoista di tutti. Ma l’avrà lette ste cose Presti prima di dargli 80 mln??

  3. Gerry says:

    Assolutamente: conta quello che sei, ma in questo sport conta ancora di più il contesto e quello che ti viene chiesto.

    Che poi è il corollario alla regola base della NBA: dimmi che allenatori e che compagni hai e ti dirò che giocatore sei.
    Da leggere anche nel senso inverso.

    Holiday è ancora una fattispecie un po’ ibrida, nonostante i progressi evidenti ha ancora qualche limite accentuato (per esempio è tra gli ultimi playmaker titolari per viaggi in lunetta), ma questo nulla toglie al valore suo e dei Sixers ovviamente.

  4. Fraccu says:

    Colgo l’occasione per osannare un po’ Calderon, play spesso trascurato quando si elencano i migliori nel ruolo, vuoi per il giocare in Canada (ed in squadra perdente da sempre), vuoi perché non schiaccia come Westbrook e non fa dream-shake come Rondo… visto che si parla di numeri: il rapporto assist/perse in carriera dell’ispanico è un surreale 4,12 (battuto solo dal 4,69 dell’inarrivabile Bogues) e sia la media punti, umile ma non irrilevante, sia le solidissime percentuali, ricordano quelle di un altro “play pallido”, sobrio ai limiti del noioso ed efficiente ai confini della preveggenza…

  5. Bandini says:

    Hai ragione Fraccu, ma quello che dici vale solo per l’attacco, il problema dello spagnolo è che in difesa si trasforma in una sorta di passaggio a livello sempre alzato. Perdona l’ignoranza, ma il play pallido stai parlando di Nash? Gracias!

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