Lei è un disoccupato, lo sa?

E lei è un cornuto, lo sa?


Ci sono allenatori diversi e squadre diverse: il segreto è trovare quello giusto per quella giusta.

Se ancora c’erano dubbi, il primo mese di regular season li ha dissipati in un battibaleno: mettere insieme qualcosa di sensato dal terzetto Anthony, Stoudemire e Chandler nel basket moderno è un’impresa difficile per chiunque, ma è del tutto impossibile per Mike D’Antoni, l’allenatore sbagliato per la squadra sbagliata.

Persino il diretto interessato n’è perfettamente consapevole e non da poco tempo, anche se per ora può solo confessarlo privatamente a qualche amico e potrà sfogarlo pubblicamente solo all’imminente fine del suo rapporto coi Knicks.

Ripetere quello che dovrebbe esserci in un sistema di D’Antoni e che non c’è nell’attuale New York (quintultima per numero di assist a partita) sta diventando quasi pleonastico: il play di alto livello da cui il coach fa dipendere il proprio attacco, l’area libera sia in attacco che in difesa intasata invece da Chandler, i seven-seconds-or-less, il movimento della palla, l’allargamento del campo e l’occupazione degli angoli, tutto impossibile con Melo da 3 ed Amar’e da 4.

Bastava ed avanzava Deron, figuriamoci CP3, anche a costo di perdere Gallo e soci; è arrivato tutt’altro.

Non so quando, dove e come si sia rotto qualcosa tra richieste del coach e movimenti della dirigenza dei Knicks, anzi non so nemmeno se questa sintonia ci sia mai stata, ma dall’arrivo di Melo è finita virtualmente l’avventura di Mike a New York.
Non per colpa di Melo e non per colpa di Mike, che sono solo loro stessi.

D’Antoni non deve essere considerato un allenatore mediocre o peggio incompetente, se si pensa che persino un santone del gioco come coach K, dopo l’esperienza comune con Team USA, ha importato molte soluzioni offensive dell’ex Milano nella sua Duke.

D’Antoni più banalmente ha un’enorme qualità che appare anche come un irreparabile limite: sa insegnare e costruire alla perfezione un certo tipo di pallacanestro e si adatta a fatica con tutti gli altri.

Non è Capello, non è Guidolin, non è Ranieri, non è Prandelli, che partono dai giocatori per risalire alla squadra ed al modulo. E’ Zeman, è Sacchi, è Van Gaal, è Luis Enrique, che fanno il percorso inverso.

Chiedergli di essere pragmatico vuol dire snaturarlo, non permettergli di rendere al massimo e di far rendere al massimo i giocatori, inflazionarlo.

Ed il problema ancora più grande agli occhi degli osservatori è che il suo modello di pallacanestro, certo elettrizzante ed appagante da vedere quando tutto funziona, si è rivelato comunque perdente o per lo meno non vincente fino in fondo negli USA. Romantico ma incompleto, sognatore ma utopistico. Zemaniano.

Ovvero ciò che va bene a Pescara, Foggia, Lecce, Phoenix, Denver, Minnesota. Non all’Inter, al Milan, alla Juve, a New York, a Boston, a Los Angeles.

Phil Jackson non è meno integralista di D’Antoni così come Sacchi non è meno integralista di Zeman, ma nessuno ha mai osato mettere in dubbio il triangolo dal Montana o il 442 metodologico da Fusignano, perché semplicemente si sono dimostrati un modello vincente ed hanno dato a Jordan, Bryant, Van Basten e Baresi qualcosa che prima non avevano.

D’Antoni ha iniziato la carriera di coach NBA proprio in quella Denver dove ora Gallinari si riscopre di colpo il talento tutto campo che non sembrava nella Grande Mela e dove coach Karl può esprimere in piena libertà la sua pallacanestro democratica con cui non necessariamente farà strada ai playoff.

Quella è la dimensione ideale per coach Mike: non una grande piazza, in cui lo star system prevale sulla pallacanestro ed un’idea di gioco soccombe alle esigenze di immagine, mercato e risultati. Ma una franchigia medio-piccola, anche ambiziosa pur senza isterismi, in cui non gli viene chiesto di vincere né di fare buon viso a cattivo gioco, ma solo bel gioco.
Quello che D’Antoni, a certe condizioni, è ancora e sarà sempre capace di fare come pochi nella NBA.

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5 Comments to “D’Antonilandia”

  1. Francesco says:

    premesso che concordo con l’articolo (D’antoni dead man walking) e che credo che la trade che ha portato Anthony a New york abbia ucciso le ambizioni da contender della franchigia per i prossimi anni anche la versione dei knicks pre anthony con il solo stoudemire non mi convinceva per niente (tra l’altro il Gallo usato sotto il 50% del potenziale). Senza un play di primissimo livello il sistema di D’Antoni non funziona e in più servono giocatori coachable tra cui per esempio non rientra tantissimo nemmeno Chandler (Wilson). Sono curioso di vedere chi riesce a fare cosa adesso con quei tre perchè al buco difensivo sotudemire ne hanno messo un altro con Anthony che in più è un ball stopper di primissima fascia. Per pura curiosità astratta cosa potrebbe fare coach Zen con questa squadra se mai decidesse di tornare?

  2. simonpietro says:

    D’Antoni perdente?? probabilmente si, ma quando sento questo frase da tifoso spurs mi viene l’orticaria per quella spallata di Horry a Nash in gara-4 delle WCSF del 2007… e dopo in finale c’era Cleveland, e allora oggi staremmo parlando di tutta un’altra storia…
    Era evidente dall’acquisto di Melo che non era più la squadra di MDA ma quella del pubblico, perchè per quanto forte un esterno che gioca in isolamento per l’ex play dell’Olimpia è come dare un pennello in mano ad un fisico: sono incompatibili non per colpa loro, ma per come sono fatti. Possono entrambi vincere o almeno giocare per vincere, ma non insieme.

  3. Vetriolo says:

    E se posso, Zeman perdente? Quando mai ha avuto una Juve, un Inter o un Milan? Ha avuto una buona Lazio e la portò al secondo posto…so che non c’entra una mazza con basket, ma lo voglio troppo bene al maestro.

  4. Gerry says:

    Solo per precisare che il tasso di Zemanite di questo blog, e so di parlare anche per Mookie, è davvero elevato.

    Ma quello che non si può obiettare è che, vuoi per dettagli o vuoi per le più svariate ragioni, sia il boemo che D’Antoni non sono ancora riusciti a dimostrare di poter vincere al top in their way.

    E nell’immaginario collettivo, magari superficiale, finché non vinci giocando a modo tuo sei solamente quello che “non può vincere in quel modo”. E se appena provi a cambiare vai solamente peggio..

    Io ovviamente penso che ci sia dell’altro e che la definizione di vincente o perdente meriterebbe ben altri approfondimenti e conclusioni (basti pensare al D’Antoni trevigiano), ma finché non fai come Jackson e Sacchi che hanno sdoganato come vincente la loro idea, il maldestro destino è di essere ricordati nei commenti e nei libri di storia come incompiuti.
    Anche se non per questo meno amati, anzi forse proprio per questo ancora di più!

  5. zinzun says:

    Sono daccordo in pieno con l’articolo. Mike è sempre più un pesce fuor d’acqua nello stagno newyorkese. Dal momento della fatidica trade, partita dopo partita non sono più i suoi Knicks.
    Invece di intasare il salary cap con Chandler dovevano prendere un play con i contro fiocchi e visto che non ci erano riusciti con CP3 o provavano con Deron oppure aspettavo un anno e si tenevano il buon Billups copn il quale sicuramente ora sarebbero saldamente al comando della scadente atlantic division e farebbero divertire sicuramente di più i tifosi del Madison perchè questi Knicks oltre che non vincere sono pure noiosi da veder giocare.
    Proprio il fatto di giocare ad est è l’unica nota positiva perchè almeno l’ottavo posto per i playoff è alla loro portata.

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