Ha già palesemente acquisito i gradi di All Star ed è sbadigliando tra le prime 5 ali piccole della Lega, ma nemmeno lui se n’è accorto. Per ora sa solo che Denver è meglio di Milano e dell’Italia.

Danilo è ormai come il classico giocatore di formazione statunitense, programmato ed abituato alla NBA, che incontra problemi di ambientamento in Europa. Il confronto è fresco, attualissimo, senza nemmeno la scusa della scarsa conoscenza dello stile di vita italiano. Ci sono state critiche, la percezione che si ha di lui è cambiata, non piace più a tutti come una volta.

E tanto più ora si nota la differenza in campo rispetto ai mesi milanesi, quanto più le sue caratteristiche da all around sono esaltate dal sistema liberal-democratico di George Karl, in cui tutti contribuiscono facendo tutto, nella facoltà di improvvisare e sbagliare.

Vederlo in campo alla prossima partita delle Stelle non è ora solo un’ipotesi suggestiva e provocatoria, potrebbero bastare due possibili ma non probabili presupposti per farla diventare realtà: un record più che positivo per i Nuggets ed il suo primato tra i marcatori di squadra.

Ma anche se non sarà presente quest’anno ad Orlando, nell’attuale sistema è agli atti: non ci sono 50 giocatori NBA più forti di Gallinari.

C’è un primo dato visivo, emblematico, fisico: ha un corpo nuovo, tanto da costringermi ad impiegare ancora qualche secondo per realizzare che “sì, quello è il Gallo”.
Ha aggiunto chili di muscoli nella parte alta del corpo, come qualsiasi confronto tra foto attuali e di due anni fa renderà evidente, superando gli storici guai alla schiena senza perdere, anzi guadagnando, sia esplosività in verticale che in orizzontale.

Questo nuovo involucro gli permette di giocare un basket diverso sul piano tecnico e più vario nelle selezioni: va dentro, attacca il ferro, ama i contatti che a New York lo sbilanciavano, imperversa in post basso ed ha situazioni volute dallo staff tecnico in cui è cercato in isolamento spalle a canestro, specie in transizione.

Ha perso qualcosa al tiro, ma quello va e viene a prescindere, non si disimpara di colpo, dovrebbe essere solo un momento in attesa di assimilare i nuovi automatismi.
Ha energia, gambe, corre, salta, gode nel tirare giù rimbalzi stringendo forte la palla tra le mani, adora scappare e distendersi in campo aperto.

Uno di questi contropiedi si è concluso, dopo aver dato 5 metri di distacco a Carter su metà campo, con una preoccupante schiacciata che mi ha fatto sobbalzare per il terrore che picchiasse la testa sul tabellone.

E poi difende. Gallinari difende su tutto e su tutti, quando ha voglia. Non solo lontano dalla palla con l’intelligenza e l’astuzia che lo contraddistinguono, ma anche uno contro uno sia scivolando sul perimetro che facendo sentire il corpo internamente: oppone il fisico, ti gioca addosso, muove i piedi, non ti fa passare, non ti fa saltare.
Chiedere al ridicolizzato Shawn Marion per approfondimenti.

A New York era sicuramente un altro giocatore ed un altro uomo, ma altrettanto sicuramente i compiti monotematico-perimetrali che il sistema di D’Antoni gli affidava ne comprimevano il potenziale e, cosa ancora più essenziale, gli facevano sentire meno fiducia.

Ora non solamente è in pieno equilibrio fisico e tecnico in campo, ma sta trasformando questa rinnovata confidence in quell’arroganza positiva ed un po’ tamarra che serve per la leadership in spogliatoio, per essere uno di loro, per stare più antipatico e non solo agli avversari, per guidare la coreografia dei terrificanti balletti di auguri natalizi e per avere in mano sul piano emotivo e tecnico la squadra.
I suoi Denver Nuggets.

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6 Comments to “Il Gallo e la Stella”

  1. Tullio says:

    Credevo che fosse il mio occhio parziale da tifoso ad ingannare il mio giudizio sul “nuovo” Gallo ma forse così non è. Conoscendo il modo in cui, senza patriottismi, si elaborano i giudizi su questo sito posso considerare questo post (ai miei occhi) come una consacrazione che conferma che l'”accozzato da D’Antoni” non è poi così accozzato. Volevo infatti sottolineare l’imbarazzo di “pigliotuttoio” Harrington nel ricevere dal Gallo il dono un canestro già praticamente fatto. Gran signore che rappresenta quello che vorrei fosse riconosciuto nel mondo come il vero italian style.

  2. Francesco says:

    se quest’anno Gallinari esplode nel senso in cui se ne parla in questo articolo a New York si mangeranno il fegato per i prossimi 5 anni. Non che Melo non sia buono, anzi tutt’altro è un talento offensivo clamoroso ma a quel punto il prezzo pagato sarà evidentemente spropositato. Una sola domanda non sembra anche a voi che Gallinari sia ancora “troppo europeo”, troppo unselfish un po’ riluttante a fare la prima stella; una pecca che in chiave playoff potrebbe pesare non poco. Che ne dite? Rimango preoccupato invece per il tiro da tre anche in questa partita ha sbagliato due “rigori” che doveva mettere e le percentuali italiane sono state sinceramente scarse

  3. Gerry says:

    Ho volutamente esagerato nelle lodi a Gallinari anche per evidenziare questa nuova strada che ha intrapreso appena arrivato in Colorado e che in questi giorni mi ha veramente colpito: manda segnali da leader senza essere un leader e senza avere un gioco da leader.

    Sicuramente non è e mai sarà una prima stella a tutti gli effetti. Infatti solo ed unicamente un sistema come Denver, in cui ognuno può fare 20 punti nella serata giusta, può portarlo a flirtare addirittura con la convocazione per l’All Star Game come azzardato sopra, paradossalmente in modo spontaneo senza che nemmeno se ne accorga.

    Si può considerare allora il primo violino più atipico dell’attuale NBA, oppure si deve ufficialmente derubricare i Nuggets come sistema senza gerarchie per eccesso di democrazia (ma poi ai playoff sull’ultimo possesso in parità da chi vai? Ho grosse perplessità sull’efficacia di questo meccanismo nella pallacanestro di postseason).

    Se si mettono a confronto le partite di Gallinari con New York, con Milano e con Denver, mi sembra evidentissimo che lui preferisca di gran lunga giocare per i Nuggets, così come nell’attuale sistema di coach Karl lui sembra di colpo ancora più forte di quello che è, sia che faccia 25 punti sia che ne faccia 5.

    Dimmi dove, con che compagni e per che allenatore giochi, e ti dirò che giocatore sei.

  4. Doddi says:

    Complimenti Gerry, gran bel pezzo. E la pensiamo alla stessa maniera sul Gallo; nella NBA si fa strada anche diventando personaggi e showman e per farlo serve quella faccia tosta che il Gallo ha. Anche io ho pronosticato la sua presenza al ASG ed il fatto di essere una tweet-star in ascesa lo aiuterà tanto.

  5. Fabrizio says:

    Gerry…però dopo la partita di stanotte sto ragazzo mi pare abbia ufficialmente un problema…il tiro da fuori. Va bene cambiare gioco rispetto all’era D’Antoni, ma ora mi pare stia esagerando. Ho visto la partita vs i blazers…ha sbagliato trooooppi tiri piedi per terra facili facili…
    che dici…problema di scarsa fiducia (quindi mentale)…o forse è un fondamentale (il tiro) che ha totalmente tralasciato nella sua crescita tecnica??

  6. Gerry says:

    Un problema in effetti c’è, perché non è tanto il quanto (solo 12 tiri effettuati) stia sbagliando ma il come (tiri piedi a terra con spazio che sfiorano il ferro) a preoccupare.

    E quei due-tre canestri da fuori che non gli entrano fanno tutta la differenza proprio per quel traguardo di miglior realizzatore di squadra, oltre ovviamente a creare l’esitazione nella testa.

    I grandi tiratori rispondono sempre di aver vissuto momenti di “down” al tiro e che le oscillazioni delle percentuali fanno parte della loro carriera.

    Ray Allen è passato nel giro di una stagione a Boston dal 36% al 44%, nello stesso sistema e con le stesse situazioni di gioco.

    Sicuramente in questi mesi ha lavorato soprattutto su altro, perché altrimenti non sarebbe diventato quello che vediamo. L’ipotesi che il problema sia diventato strutturale è quindi d’attualità, ma non credo che migliorando una dimensione del gioco si debba per forza perdere in quelle già acquisite, come se fosse una coperta corta.
    Si può perdere il “focus” per qualche gara, si deve registrare di nuovo l’automatismo, ma poi tutto torna a regime.

    Lui è uno che sperimenta molto nuove soluzioni, per esempio che io ricordi ha cambiato almeno 3 volte la preparazione e la meccanica ai tiri liberi, quindi un improvviso ritorno ai suoi standard (tra il 35% ed il 40%), dopo aver messo a punto qualcosa che sa solo lui, mi pare ancora la soluzione più probabile.

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