Premessa doverosa e consiglio sincero: non registratevi per l’NBA League Pass, gratuito fino al 9 gennaio.

Al massimo fatelo solo se siete studenti, nottambuli, dimissionari, in ferie o se vi accontentate delle singole repliche, perché l’alternativa è ridursi come Homer dopo la notte al Jet Market di Apu per mantenere il pony di Lisa: si va a letto ed è già ora di alzarsi per andare al “lavoro”.

Non aggiungo altro, oltre a tre appunti sparsi di due notti bianche nella Western Conference dalle gerarchie scombussolate con un solo ben identificato nuovo padrone: Kevin Durant ed i suoi Thunder.

Dicesi Defending Champion..


Dallas al momento fa talmente schifo che persino ad un suo giocatore (il redivivo Sean Williams) viene da vomitare in campo.


Pancia piena, testa e motivazioni rimaste a giugno, scheletri presi dall’armadio e buttati giù dalla finestra, vuoto adrenalico, chiavi tattiche dell’anello a New York e Minnesota, innesti ancora fuori spartito, i primi 7 giocatori oltre i 32 anni: c’è letteralmente tutto per mettere in conto una regular season di sofferenza, specie all’inizio.
Però i campioni in carica stanno facendo le cose in grande, tanto più se Odom ha questa voglia (espulso la prima sera, 1/10 dal campo la seconda) e Carter è questo giocatore finito.

Qualcuno spieghi ai Mavs che essere defending champions non vuol dire omettere la difesa per tutto l’anno.

Tutto sotto controllo, comunque: Dirk e Jason sono il bene, rispettano il gioco perché amano il gioco.
Prima o poi abbasseranno lo sguardo ora rivolto verso il gonfalone issato all’American Airlines Center e raggiungeranno un dignitoso quinto posto o qualcosa del genere.

Ma sarebbe meglio prima che poi, visto che mancano solo 64 partite ed il record è già 0-2, col “2” che non conteggia le sconfitte ma le umiliazioni subite a domicilio. Ed il Karma da giugno scorso ha tutto il diritto di guardare altrove.

Il Triangolo no


Per fortuna Sean Williams non ha ancora incrociato l’attacco dei Lakers, perché le sue condizioni peggiorerebbero ulteriormente. Per altro a Lakerslandia giocare meglio, trovare una nuova identità dal nulla e crescere tra le sconfitte è per mille motivi più difficile che in quella Dallas, anzi è a prescindere più difficile che altrove.


Più degli isolamenti e delle forzature inevitabili di Kobe, mi hanno colpito almeno 2-3 situazioni a quarto in cui un indemoniato coach Brown, dopo ben 10 secondi di azione, doveva far notare ad un giocatore che la sua posizione era scorretta, indicandogli quella giusta prevista dallo schema ormai inevitabilmente andato a farsi benedire.

Ovvero tutto quello che un sistema aperto di read-and-react come la Triangle non avrebbe mai procurato o avrebbe dinamicamente corretto al suo interno. Ovvero tutto quello che poteva invece succedere nella Cleveland di LeBron.

Ovvero infine tutto quello che non è previsto nelle squadre di Ettore Messina, costretto a scavalcare alla Edwin Moses la prima fila di sedie per accedere coi suoi occhialini da turista al time-out dei colleghi (?) che già si stanno parlando da 45 secondi: non una bella scena.

Most defaced coach


Paul Westphal e Rick Adelman si contendono il premio di coach più invecchiato durante il lockout, non a causa del lockout ma per il lavoro che li attende a Sacramento e Minnesota.
Il primo è ormai il sosia di Gandalf, il secondo nella notte ha stracciato il precedente record in singola partita di mani in faccia per la disperazione, con Beasley (27 tiri dal campo!) e Wesley Johnson (un’ameba) non estranei tra le cause.

Eppure Kings e Wolves, per quanto solo nei concetti embrionali, appaiono tra i progetti da seguire con maggiore simpatia ad Ovest, ancora più di Warriors ed Hornets che non sono partiti da così lontano: se non succede niente di strano (ma sicuramente succederà), da novembre potranno giocare per accedere ai playoff.
Minnesota con Adelman, Sacramento non necessariamente con Westphal.

Bisogna ancora inquadrarli nelle individualità, nessuno per esempio può dire con certezza su che tipo di regolarità si attesteranno gli ammalianti Rubio e Fredette nel tempo o cosa verrà fuori da Derrick Williams e DeMarcus Cousins, ma sono i team chiaramente perdenti che hanno la più elevata quantità di talento potenziale inespresso.

Per quello espresso le nuove immagini ad otto mesi di distanza dalle precedenti hanno dissolto ogni mio dubbio: nei prossimi 10 anni non c’è speranza di schiodare frequentemente dall’All Star Game il nuovo Tyreke Evans ed il nuovo Kevin Love.

Sedato, più in controllo, più affidabile al tiro, con più fiducia nei compagni il primo; in pillole: più maturo (ma c’è da fidarsi?). Tiratissimo, più dinamico, più elastico, ormai temutissimo anche da tre punti il secondo; in pillole: lo yoga evidentemente funziona.
Per loro è apparecchiato, se lo vorranno, uno degli sfizi più gustosi ed al tempo stesso ansiogeni per un giovane campione NBA: essere il presente delle squadre del futuro.

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3 Comments to “Molto di nuovo sul fronte occidentale”

  1. r0by says:

    Sul League Pass non darti ragione! Meno male che sono in ferie 😉

    r

  2. Fabio says:

    Westphal non sarebbe da licenziare, ma da radiare dall’albo degli allenatori di basket. Incompetente come nessun altro, con un allenatore valido che impostasse una transizione difensiva decente e insegnasse un po’ di circolazione di palla, si riuscirebbe a direzionare tutto il talento che c’è lì a Sacramento e ad andare quantomeno ai playoff

  3. Gerry says:

    Impossibile non concordare, mi pare la grande differenza tra le due squadre progettuali citate: entrambe hanno talento, entrambe perdono, ma Minnesota gioca ed è allenata bene, Sacramento no.

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