Doveva essere un anno di transizione nella migliore delle ipotesi; nessuno li ha messi tra le otto candidate ai playoff; Charles Barkley li ha derisi prima del season opener, inquadrandoli come la peggiore squadra dell’intera NBA.

Eppure i Rockets hanno sempre mantenuto da inizio stagione un record positivo, collezionando scalpi prestigiosi come Portland, Jazz a Salt Lake City e Lakers a Los Angeles.

Applausi per coach Adelman.

Applausi per coach Adelman.


Se azioniamo i circuiti temporali e digitiamo l’anno 2007 sul display della nostra DeLorean, raggiunte le 88 miglia orarie ci appare il seguente paesaggio:

Aaron Brooks: tascabile playmaker in uscita da Oregon, scelto in fondo al primo giro da Houston. Molti dubbi sulle possibilità che un giocatore di quella taglia possa dire la propria a questi livelli. Minuti giocati nella NBA: 0.

Trevor Ariza: disperso tra infortuni e dilemmi tattici in fondo alle panchine di Orlando prima e dei Lakers poi. Quasi un’impresa vedergli giocare 15 minuti a partita con continuità.

Luis Scola: tra i leader della colonia argentina trapiantata in quel di Vitoria, abbandonato nientemeno che dagli Spurs che l’avevano scelto nel 2002, prova a riattraversare l’Atlantico tra mille incertezze. Minuti giocati nella NBA: 0.

Chuck Hayes: undrafted e riesumato dal sommerso nel 2005 dai Rockets. Unico caso di centro più basso di una guardia nella NBA contemporanea, distilla difesa e pallacanestro rendendo una dozzina di centimetri al diretto avversario.

Carl Landry: undersized power forward se ce n’è una, scelto al secondo giro da Seattle e subito girato a Houston. Numerose offerte dall’Europa, a rischio taglio fino a Dicembre, non vedrà il campo fino al 2008. Minuti giocati nella NBA: 0.

David Andersen: alla corte di Ettore Messina in quel di Mosca, non sembra proprio fare dell’approdo nella NBA una questione di principio. Minuti giocati nella NBA: 0.

Kyle Lowry: dieci misere partite giocate nella precedente stagione da rookie a Memphis, eufemisticamente catalogabile come “interlocutoria”. Minuti giocati nella NBA: 175.

Chase Budinger: incontrastato protagonista delle feste in spiaggia sul Pacifico e dei letti delle laureande nel campus di Arizona, inizia la sua caduta libera che lo porterà da possibile scelta in lotteria al dimenticatoio del draft 2009. Minuti giocati nella NBA: sempre quelli, 0.

Bene, questi 8 personaggi in cerca d’autore compongono gli attuali Houston Rockets, instradati da quello squisito personaggio NBA che risponde al nome di Shane Battier.

Solo giocatori di ruolo, nessuna stella conclamata, ma all’interno dell’involucro ognuno di loro ha un senso tecnico ed un progetto: si ruota in difesa, si esegue in attacco, si prova a correre, ti mandano a vuoto sia con il tiro da tre punti che col gioco interno.

Houston gioca diverso dalle altre squadre ed è al tempo stesso più squadra di tutte.
E’ una delle tante regole non scritte nella NBA: in assenza delle stelle o presunte tali (Artest, McGrady e Yao, ovviamente obbligati a ricevere attenzioni e palloni per nobilitarli), tutti si passano la palla, tutti possono prendersi un tiro, tutti si sentono e sono importanti.

In pillole, giocano una pallacanestro collettiva, in cui il singolo si impone oltre le aspettative ed è messo nelle condizioni ideali per massimizzare il suo potenziale.

Ammiro Rick Adelman e la sua capacità di insegnare pallacanestro ad ogni livello e in ogni situazione.
In Oregon è stato l’artefice dei migliori Blazers di tutti i tempi ed a Sacile c’è chi è convinto che al posto di McMillan porterebbe come minimo Portland alla finale di conference; ai Kings abbiamo assistito alla più bella pallacanestro offensiva degli ultimi 15 anni; persino ai Warriors, suo unico presunto fallimento con una squadra spremuta ed insensata, chi c’era prima e chi è arrivato dopo non ha certamente fatto meglio.

Problemi e limiti ci sono e pure evidenti; sconfitte e periodi bui arriveranno, rendendo tutt’altro che garantito il posto ai playoff; il ritorno di McGrady appare tanto imminente quanto minaccioso per gli equilibri raggiunti.
Ma l’applauso al coach è un dovere morale ed il tentativo dei Rockets di rimanere in orbita merita almeno di essere seguito con simpatia.

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