Non sarà la bella tra Lakers-Celtics che in autunno intravedevo guardando il cielo stellato, ma la NBA riesce in modo ancestrale a trovare sempre la soluzione alternativa più degna.

Bentornati alle Finals.


Gli ultimi minuti di gara 4 e 5 delle finali di conference (supplementari compresi) hanno prodotto i seguenti parziali complessivi: 39-14 per Miami su Chicago, 42-10 per Dallas su Oklahoma City.

In questi freddi numeri c’è tutto: l’esperienza, la mentalità, l’abitudine a giocare certe gare da una parte; l’inesperienza, la fanciullezza, la prima volta ad affrontare certi finali dall’altra.

Derrick Rose e Kevin Durant capiranno tra qualche anno il bene che gli avrà fatto questa batosta, perché fin dall’ultimo suono di sirena che hanno udito la loro mente ed il loro cuore stanno già lavorando per il titolo che prima o poi vinceranno.

Ma ora tocca agli altri, a quelli più forti, a quelli più pronti, a quelli più affamati, a quelli più disperatamente alla caccia della vittoria. Tocca a coloro che da batoste anche peggiori si sono ripresi e rialzati, a modo loro, tornando a rigiocarsela proprio per appagare il vuoto lasciato da quelle sconfitte.

La rivincita, che si tramuterà nella conferma o nella vendetta, 5 anni dopo.

Dirk e Jason nella parte dei buoni, gli eroi all’ultimo tentativo per coronare una carriera fantastica; i tre amigos nel ruolo dei cattivi, Barzini, Tartaglia e Moe Greene, alla stregua di tre delinquenti che si coalizzano per i loro sporchi affari.

Due modi diversi di intendere il basket, anche per mera questione geografico-culturale: le gare agli 80 punti ad Est, con le difese tecniche ed intense ad insozzare i reciproci attacchi; le gare ai 100 punti ad Ovest, con i magnifici realizzatori ad avere la meglio sulle troppe disattenzioni difensive.

Come nei film è umanamente impossibile non schierarsi con Clint Eastwood e con Michael Corleone, così nelle prossime settimane tutti gli appassionati NBA tiferanno per Dallas ed i loro due leader.

Hanno perso tre Finals, il tedesco le più sanguinose della storia nel 2006, l’ex Nets arrendendosi prima ai Lakers e poi agli Spurs nel 2002 e 2003.

Nowitzki sta combinando cose che non ricordavo di aver visto su un campo di pallacanestro, Kidd è riuscito a migliorare il proprio gioco a 38 anni dopo essere apparso bollito a Pechino 2008.
Ed arrivano in Finale alzando un ditino per un minuto, senza il casino e le urla di South Beach.

Come si può non stare dalla loro parte?

Eppure da spettatore neutrale non mi vergogno di stare anche da quella di LeBron: se titolo a Miami dovesse essere, sarebbe la sua grande vittoria personale, che sfogherà con un’esultanza deflagrante nella quale usciranno tutti i bocconi amari che ha ingoiato a Cleveland e saranno spediti al mittente tutti gli insulti presi per La decisione.

Ma sarebbe soprattutto un titolo meritato, perché il giocatore LeBron James mi ha convinto definitivamente della sua grandezza e sarebbe disonesto non riconoscerlo, a prescindere dalle mille opinioni soggettive e personali che si possono avere sull’uomo.

Prima le critiche, doverose quando un prescelto ammette di aver bisogno di aiuto, come se Batman dovesse chiamare Superman e Zorro per sconfiggere il Joker.

Poi il campo, che condannava senza appello Miami in autunno, quando Spoelstra si concentrava solo sulla difesa, abbandonandosi al talento ed alle preghiere in attacco.

Negli ultimi due mesi in vista dei playoff il cambio di passo è stato sontuoso: fu 3-0 per i Bulls in regular season, è stato non a caso 4-1 per Miami ora.

L’evoluzione dell’attacco in primis, che non sarà mai bello o continuo ed avrà sempre momenti di stanca per l’eccessivo ego delle star, ma che sicuramente permette alle stesse di avere più soluzioni nello spartito.

Ma soprattutto tanta tanta tanta voglia di vincere decollata in postseason, un gruppo di uomini in missione al primo anno insieme, come i Celtics del 2008 ma con la tamarra presentazione del Welcome Party davanti a migliaia di persone al posto del segretissimo patto di Roma negli spogliatoi.

Mai arriverò a sostenere che LeBron sia un secondo violino, mai potrà essere veramente così perché è semplicemente troppo forte. Ma con Wade e Bosh abbiamo visto un altro James, che può anche giocare da secondo violino o primo violino e mezzo.

Nel parziale di 18-3 che ha deciso gara 5 c’è tutta la realizzazione di questo concetto: prima Wade, poi LeBron, poi di nuovo Wade, poi ancora LeBron, infine due liberi di Bosh per la serie “ehi ragazzi, ci sono anch’io”.

A Cleveland James avrebbe dovuto fare tutto da solo; qui non solo può aspettare il suo momento, ma contribuisce anche solo come minaccia per quello dei compagni, oltre ovviamente a valere il percorso inverso.

E difende. LeBron difende come mai aveva fatto in carriera, da Defensive Player of the Year, proprio perché non ha l’assillante pensiero di dover andare dall’altra parte sapendo che invece di Dwyane e Chris ci sono Mo Williams e Jamison.

L’aiuto chiesto la scorsa estate resta una macchia indelebile, perché ha cancellato insieme alle sconfitte coi Cavs l’esigenza della testimonianza in Ohio e l’immagine invincibile dell’eroe biblico da Akron; quelli arrivano solo da Nazaret, ora lo sappiamo.

Ma l’aiuto è stato quello che serviva, piaccia o non piaccia, per l’ufficialità di qualcosa che abbiamo sempre pensato e che non abbiamo mai potuto dire: LeBron James è il più forte giocatore del mondo.
Dirk, Jason: siete d’accordo e rinunciate a Satana?

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8 Comments to “Il bene contro il male”

  1. Skittle says:

    Con la chiusura ti sei superato.
    Articolo sontuoso, tanto quanto le prestazioni dei 3 eroi da te citati.

  2. AK47 says:

    Bellissimo articolo. Io sto dalla parte di “Michael Corleone”; James doveva essere la stella capace di portare i secondi e i terzi violini in casa, è invece andato via…Vincerà ma, per me, ha rinunciato all’Olimpo!

  3. Vitor says:

    L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio.
    Il problema è che i risultati elettorali…

  4. Luca 8 says:

    Parere OGGETTIVO:il giocatore Lebron non è mai stato in discussione e tantomeno lo è ora; è straripante, incontenibile, quando la deve mettere la mette. Ha propiziato la rimonta di 12 punti in nemmeno 3 minuti con 2 triple da campione vero. Odio ammetterlo ma James È il giocatore + forte del mondo.
    Parere SOGGETTIVO: discorso diverso vale per l’uomo Lebron. Posso dire senza un attimo di esitazione che Lebron James è lo sportivo che + odio al mondo. Mai mi è capitato di detestare tanto qualcuno e sono sicuro che mai succederà nemmeno in futuro. Lasciamo perdere la tanto discussa decision; la sua “richiesta di aiuto” per fuggire dallo spauracchio del ritiro senza anelli mi rende impossibile anche solo pensare di annoverarlo tra i più grandi di sempre, ma non è questo il motivo del mio astio verso di lui.
    Lo trovo borioso, stucchevole in tutti i suoi gesti, non trasmette quel rispetto reverenziale che emanavano alcuni suoi illustri predecessori. The chosen one, the decision (inteso come evento mediatico), il borotalco, ecc. ecc. sono di per se piccolezze ma rendono perfettamente l’idea di quello che dico.
    Ultima cosa: ho visto una scena veramente brutta nella partita di stanotte, ho visto un james che mi ha ricordato il pavel nedved dei tempi migliori. rose tenta di rubare palla a Lebron ma non trova ne palla, ne giocatore. James si butta a terra tenendosi la faccia come se un cecchino di precisione gli avesse sparato; dopo essersi rialzato strizza l’occhio verso il filippino in panchina come per dire: “tranquillo, li ho gabbati”.
    Concludo dicendo che un uomo del genere per me potrà essere solo un grande giocatore ma mai un campione.
    Forza Dirk, forza jason, il male non deve trionfare!

  5. Eastbrook says:

    – LeBron e’ il numero uno nell’NBA.
    – LeBron non e’ un eroe invincibile e senza macchia, ma non l’ho mai pensato ne’ mi e’ mai interessato.
    – LeBron mi e’ simpatico.

    Detto questo, e’ impossibile non tifare per i Mavericks.

  6. sandrokan says:

    io continuo a sostenerlo da tempo e la macchia indelebile per me non esiste…lo rende più umano qualcosa in cui è più facile credere e che in me riscuote più simpatie adesso rispetto a quando era definito il prescelto…ci vuole molta più forza a riconoscere di non essere il prescelto che a definirsi tale …anche sua santità eccellenza MJ passo sei anni di purgatorio ma i suoi compagni non erano Mo e Jamison…ed in panca non c’era spolestra ma Mr baffo (cosa che dai suoi commenti di quest’anno mi pare si sia scordato anche lui) ora non voglio fare polemiche e convincere nessuno ma bisogna sempre ricordare come sono andate veramente le cose e non vivere nelle leggende ricordandosi che tutti sono uomini…anche quelli che all’interno di quel rettangolo sono delle divinità!

  7. Bandini says:

    Pezzo perfetto, grande Gerry.
    Sappiamo tutti che le favole in nba non hanno mai il lieto fine, è stato così per il grande Karl Malone, eccezionale anche nella stagione dei Lakers 2004, sarà così anche per i Mavs.
    Resta indubbio che se Lebron ha giocato al massimo del suo potenziale, Kidd ha fatto un clinic di pallacanestro in attacco ed in difesa. A 38 anni un giocatore di quella statura fisica in questa lega giocherebbe i minuti da role player (tipo Kerr negli spurs 2003), Kidd ha giocato da vero protagonista, mi ha commosso in certi frangenti nella sfida contro OKC.
    Ci sono diversi giovani PG della lega (Rose, Westbrook, Evans, Wall, Felton) che dovrebbero guardarsi gli ultimi due mesi di gioco di Kidd per capire cosa significa giocare nel ruolo di PG.

  8. hanamichi sakuragi says:

    COMPLIMENTI PER L’ARTICOLO… ANCHE SE PERSONALMENTE NON MI AUGURO IL LIETO FINE PER LEBRON…

    PROVOCAZIONE… MA SE LE FINALS LE GIOCASSE MEGLIO WADE.. TUTTI SICURI NEL DIRE CHE LBJ E’ IL PIU’ FORTE?

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