…continua da Where trash playoff happens (1)

Come mai si gioca così male e con così tanti errori?


Sicuramente incide un dato banalissimo: i giocatori sono grossi ed alti il doppio rispetto a 30 anni fa, si gioca più fisico, più veloce, ma le dimensioni del campo sono rimaste le stesse. All’interno dello stesso involucro gli spazi sono in realtà diversi ed inferiori, con l’ovvia conseguenza di assistere ad una pallacanestro ristretta e quindi in sofferenza.

Basket più fisico vuol dire inoltre maggiore interventismo potenziale degli arbitri. Dico “potenziale” perché non è tanto e solo un fatto di quantità di fischi, quanto piuttosto di possibilità di interpretare un contatto in più modi, vista appunto la larga fattispecie di casi possibile, generando spezzettamenti, furbate, simulazioni, controsensi, metri non univoci, nervosismi e proteste.

Gli allenatori della difesa (figura pensabile solo nel football fino a qualche anno fa) e la cura nello studio e nella preparazione delle partite hanno raggiunto livelli maniacali: tutti conoscono tutto di tutti, non c’è uno schema che non passa sotto la lente di ingrandimento dello staff tecnico, non c’è un gioco offensivo che non abbia già una contromossa difensiva per romperlo.

L’esecuzione in attacco ne risente, perché è molto più facile distruggere che costruire: la difesa nella NBA del 2011 ha preso il sopravvento sull’attacco.

Lo star system impone da sempre un ruolo ingombrante della stella stessa, che si riflette anche sulle gerarchie tecniche a discapito della collettività. Gli ultimi possessi vanno al campione, la scenografia prevede solo quello, è un fatto di proprietà, non sono previsti emendamenti in materia. E’ nel DNA storico dell’America, perché in Europa non c’è questo tipo di caratterizzazione e personalizzazione dello show sportivo.

Folcloristico ma collegato a questo tema è pure il trittico diretta-sponsor-televisione: una gara playoff dura ormai quasi 3 ore complessive, per servilismo a spot e promozioni di ogni genere, dal divano come sugli spalti. Troppo.
Chiaro che per noi europei è più gravoso assistere nella notte a questi spettacoli, ma sfido chiunque a non aver mai maledetto la vicinanza, la frequenza e l’interminabile durata dei time-out in una partita NBA seguita live.

Infine il discorso tecnico a me più caro: non ci sono più i playmaker di una volta, non ci sono più le menti di pallacanestro di una volta, non si parte più dal portatore di palla nell’ideazione e nello sviluppo di uno schema come una volta.
Non c’è più il play old-school determinante e carismatico, ancora ben presente e decisivo invece in area FIBA (Jasikevičius, Papaloukas, Spanoulis, Diamantidis, etc).

Un europeo di qualità fatica a trovarsi a proprio agio nella NBA non perché inadatto, ma perché nella NBA si gioca banalmente meno bene. Fuoriclasse di area FIBA tornano in Europa bollati come “non pronti” dagli osservatori USA, ma in realtà sono la NBA e soprattutto le tante squadre che giocano male a non essere pronte per loro.

Manca fosforo, manca lettura, manca sapienza, manca pensiero, mancano passatori finalizzati non solo all’assist terminale, ma anche al semplice passaggio intelligente che coinvolge e facilita la circolazione.

Si entra allora in un vortice di causa ed effetto: mancando questa fattispecie di giocatore, gli staff tecnici si adeguano prevedendo giochi sempre più orientati alla discontinuità e sempre meno all’esecuzione, abusando (e vincendo) con isolamenti e creando modelli distorti per le generazioni future.

Ed al tempo stesso al college si lavora sempre meno su qualità e fondamentali, formando e creando sempre meno giocatori tecnici nel senso stretto del termine, dai piccoli ai lunghi, tanto più se quelli buoni salutano la NCAA dopo un solo anno (solo un caso che l’ultimo dei Mohicani Steve Nash abbia completato l’iter universitario passando 4 anni nel dimenticatoio di Santa Clara?).

Il sistema più vincente e sofisticato degli ultimi 20 anni è la Triple Post Offense di quel signore uscito di scena poche ore fa, sistema nel quale le caratteristiche classiche (o europee) del play sono del tutto superflue, rendendo evidente che lo stato avanzato della rivoluzione sia ad un punto di non ritorno.

Rose e Westbrook pensano prima (se non solo) a segnare; Rondo gioca per conto suo coi suoi 5 metri di spazio per il tiro; Hinrich poteva essere una speranza, ma ci siamo ritrovati Teague; a Miami addirittura potrebbe andare qualche lettore di We Got Game a fare il play e non si noterebbe la differenza in attacco.

Sarò old-style o della vecchia scuola che dir si voglia, ma è solo un caso che la migliore pallacanestro di questi playoff stia arrivando dal meraviglioso 38enne Jason Kidd?

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14 Comments to “Where trash playoff happens (2)”

  1. Dave says:

    commento qui i due articoli… più facile…
    Sul tipo di gioco che fanno le squadre, beh… non ti do TUTTI i torti, nel senso che oklahoma, miami, chicago, atlanta, la stessa boston sono palesemente inguardabili. eppure secondo me, a questi playoff del “non te lo aspetti” abbiamo visto la resurrezione di una serie di squadre e di giocatori che la gente non vedeva da millenni, vedi l’ultimo play ad aver violentato lo “splendido 38enne”, sbattuto fuori dai giallo viola perché gli mancavano i lunghi. in fondo paul è proprio il play che cerchi, ma che da solo può fare poco, forse pochissimo. è stato l’anno di zibo, della difesa, delle squadre che non ti aspetti, di revisioni allucinanti sullo stile nba, come quella portata dai nuggets, squadra senza stelle ma con 8 giocatori fissi in doppia cifra. direi che siamo a una svolta. manca anche a me il play classico, ed è chiaro che dallas stia giocando non solo “da contender”, ma anche da vincente… ma credo che ormai dipenda sempre dallo stile di gioco di una squadra. dagli accoppiamenti individuali, da una serie di cose. il fatto che si studiano le contromisure per tutte le formazioni avviene in tutti gli sport a tutti i livelli, non solo nella nba. ed è sempre più difficile creare un attacco impossibile da smontare, salvo ci si appelli alla stella di turno. credo sia solo un’evoluzione. in bene o in male, beh… dipende da come la guardi. io per ora sono felice della fine dell’egemonia di lakers e spurs a ovest… mi dispiace per la non fine di dallas, che reputo ” noiosa” e che spesso si è fatta avanti solo grazie alle estemporanee e senza senso uscite di jet, ai danni di portland. in fondo credo siano i playoff più imprevedibili da parecchio tempo!

  2. Gec says:

    Ciò che dici rappresenta un trend visibile ma non in quella versione egemonica.
    Perchè nella NBA c’è ancora il sopracitato Paul o Deron Williams, due playmaker vecchio stampo che non sono a questi livelli di competizione NON perchè usano un sistema che sta venendo superato ma semplicemente per la pochezza delle squadre in cui si trovano.

    Ma cercando un pò più a fondo qualche “speranza” la si trova ancora: Conley a Memphis (non avrei mai pensato di dire una cosa del genere anche solo ad inizio stagione) fa girare un buon attacco, gestisce i ritmi e si è vista nella partita di ieri notte la profonda differenza con lui in panchina, come si è vista in gara1 una gran bella pallacanestro rispetto ai thunders, cosa che ha fatto la differenza.
    Collison in quel di Indiana sembra che sia un vero playmakerino.

    Poi stiamo parlando solo di giocatori giovanissimi, questo comporta due cose:
    1) col tempo tutti hanno bisogno di giocare una pallacanestro vera e propria, corale, i celtics ne sono stati la prova oggi e con la “corsa” dello scroso anno dove rondo non sembrava nemmeno parente di quello di quest’anno.
    2) sarebbe forse il caso di spostare la lente di ingrandimento sugli allenatori, westbrook è tutto l’anno che gioca in quel modo ed ha poco più di vent’anni e un fisico col quale si sente quasi onnipotente. Sta all’allenatore insegnarli come si gioca a questo sport, o prima o poi lo farà qualche cocente sconfitta.

    Capisco comunque il tuo “sfogo” vedere gli Hawks che fanno del kobebryantismo di squadra e vincono è aberrante, così come gli Heat che attaccano a turno e al momento sono pure la contender più credibili.

  3. Luca says:

    Ti sei contraddetto quando dici: “Manca fosforo, manca lettura,…” per poi dire piu’ sotto: “Si entra allora in un vortice di causa ed effetto…”.

    “Leggere” il gioco significa proprio effettuare una contromossa in relazione ad una causa scatenante: se il mio avversario fa una mossa, allora ne faccio un’altra per batterla.

    I giocatori NBA hanno una creativita’ e un senso del gioco di molto superiore rispetto ai giocatori europei.

  4. Alessandro says:

    @Luca, secondo me i giocatori NBA hanno una creatività e un senso del gioco superiore rispetto ai giocatori europei, ma nell’uno contro uno, non a livello di squadra.

    @Gec, sono d’accordo con te, in particolare per quanto riguarda Westbrook. Io lo prenderei a calci dall’inizio alla fine. Non è possibile che il tuo playmaker titolare perda 5 palloni a partita…fa 120 palleggi ad azione, non ha i tempi del passaggio, non ha i tempi del gioco. è un giocatore di rottura, ha doti straordinarie ma non sa ancora giocare a basket. Forse pensa di essere al livello di KD, sta al suo coach fargli capire la realtà dei fatti.

  5. Gerry says:

    Il vortice di causa ed effetto è riferito al fatto che da un lato l’assenza di giocatori con certe caratteristiche impone agli allenatori di cercare nuovi modelli di gioco meno play-esecuzione-dipendenti (e concordo in pieno col punto 2 di Gec), dall’altro questi nuovi modelli di gioco impongono la creazione (a livello collegiale e “giovanil-scolastico”) di giocatori adatti ad essi, quindi meno cerebrali ma con ben altri requisiti.
    Per esempio Tyreke Evans, John Wall e lo stesso Rose provengono dalla Dribble Drive Motion di Calipari che esalta la penetrazione individuale.

    Non so dire quale dei due processi nasca prima e fissare una data di avvio, ma il punto di arrivo è che si gioca in modo diverso con giocatori diversi: i giocatori NBA del 2011 fanno meno bene ma al doppio della velocità le cose che facevano i giocatori del 1981.

    Quanto dice Alessandro è il succo di quello che volevo dire.

    Uso come esempio la Triple Post Offense, che è un sistema di “read and react”, leggi e reagisci; a me pare che la larghissima maggioranza di giocatori NBA (non vorrei mai fare l’errore di generalizzare) faccia solo la seconda parte, la reazione, con prevalenza dell’istinto (spesso eccezionale) sulla lettura del gioco.
    E’ il disagio storico che raccontava coach Jackson nei suoi libri, quando al momento di selezionare il roster sceglieva sempre il giocatore “intelligente” (il Walton della situazione) accantonando giocatori più talentuosi che però non capivano nulla (Ruben Patterson).

    La rapidità di esecuzione non è raggiungibile dai giocatori europei, ma sono gesti individuali ed istintivi (oltre che meno puri per tecnica e fondamentali) da non leggere in funzione del coinvolgimento dei 4 compagni ma all’interno della giocata uno contro uno (d’altronde è un elemento storico del basket USA, fosse solo per le regole tipo il divieto della zona).

    Manca la rappresentazione anticipata di quello può succedere attorno, ma prevale l’idea di sopraffare il diretto avversario: il gioco di Westbrook e Rose in questi playoff è sempre più da intendere come “intanto vado dentro perché sono fortissimo, poi se mi chiudono faccio un numero o trovo il modo di scaricarla”.
    Diamantadis e Papaloukas mi pare intendano il basket in modo diverso, ma anche perché è un basket diverso (si pensi anche alla vicenda Jennings tra Roma e Bucks).

    I risultati possono anche essere entusiasmanti e sicuramente molti adorano la fattispecie moderna di play USA, ma io mi concedo ancora di preferire Jason Kidd a loro. 😉

  6. Mike says:

    condivisibile, eh, sia chiaro, ma quando la smetti di dare dello stronzo (o del “westbrook”, non so cosa sia peggio) a Rose mi fai un fischio.

  7. Gerry says:

    😀

    Fiiiii: mi piace Rose, fin dal primo momento.

    Il mio problema forse è solo quello di essere nato nel 1979, avere iniziato a giocare nel 1985, essere diventato play nel 1989 ed aver iniziato a seguire basket NBA nel 1990.

  8. Mike says:

    Fiiiii? del tipo Fo-Fi-Fo?

    Comunque Rose non sarà il play puro dei sogni, ma a livello di gestione dell’attacco è già molto avanti a Westbrook nonostante due fattori a suo svantaggio: il primo è che non ha un Durant accanto a sé a fare tutta la differenza del mondo in attacco; il secondo è che Thibodeau è palesemente in ritardo (volontariamente magari) nella consegna del playbook offensivo costringendo spesso il suo play ad improvvisare, mentre Westbrook è con lo stesso coach e con gli stessi giocatori da ben 3 anni.

    Se poi si vuole continuare a sparargli addosso per via di gara 4 contro gli Hawks, lascio fare.

  9. Gerry says:

    C’è qualcuno che a livello di gestione dell’attacco è dietro a Westbrook? Che Rose legga meglio non è in discussione.

    Hai detto tutto, l’attacco di Chicago batte in testa, manca la seconda punta e Thibodeau è palesemente in ritardo nella consegna del playbook offensivo.
    Chicago negli ultimi quarti attacca con Rose che palleggia in punta per 15 secondi (o 5 se il risultato è sfavorevole) finché arriva un compagno a portargli un blocco. Lui penetra e segna.

    Fantastico, evviva Rose. Ma la bella pallacanestro in attacco, corale, collettiva, è un’altra cosa. Ed io, perdonatemi, la rimpiango.

    P.S.: Fiiiii era il fischio per ricordarti che non ho mai dato dello stronzo a Rose 🙂

  10. Mike says:

    Lo “stronzo” era cestisticamente parlando, si intende: è che mi sembrava gli piovessero addosso troppe responsabilità universalistiche, troppe critiche al sistema riassunte nella sua figura quando lui non ha assolutamente colpe. Un po’ quando accusano Jordan di essere responsabile delle capre salterine di oggi: dico solo di andarci piano.

    Le responsabilità sull’estetica, ma anche sull’efficacia o meno, dell’attacco dei Bulls pendono a mio avviso più dalla parte di Thibodeau ad oggi (e sottolineo ad oggi). Poi dalla prossima stagione, quando si presume comincerà ad arrivare la quadratura del cerchio in attacco, emergeranno gli eventuali meriti e demeriti di Rose, come verranno a galla tutti i limiti nel playmaking di Derrick. Anzi, scopriremo quali sono le vere capacità in regia di Rose e potremo dargli un giudizio più preciso: che non sia un play puro bensì un play costruito/da costruire è comunque già oggi abbastanza assodato.

    Posso aggiungere alla tua analisi una breve appendice? Per anni ci è stato detto che si vinceva con la difesa, ed in effetti così era quando a scontrarsi erano attacchi ben più funzionali di quelli che vediamo adesso e tra loro tendeva ad avere la meglio il sistema difensivamente migliore. Oggi il rapporto si è ribaltato (inappuntabile quando parli di squadre più fisiche e spazi che si riducono in area rendendo più efficaci le difese): oggi a scontrarsi sono squadre per lo più difensivamente tutte molto attrezzate e a fare la differenza – qui ritorno a quanto mi dicesti qualche tempo fa – ora sono gli attacchi. Avere oggi un sistema offensivo funzionale o eccellenti attaccanti, a parità o quasi di rendimento difensivo, fa la differenza.
    Ma è un ribaltamento delle prospettive avvenuto anche stavolta con una certa gradualità, arrivato dopo una parabola constatabile nel corso delle stagioni e che vedremo come si evolverà. Raro è vedere piene rivoluzioni da una stagione all’altra.

    P.s.: hai un PM.

  11. Luca 8 says:

    @gerry:
    Il mio problema forse è solo quello di essere nato nel 1979, avere iniziato a giocare nel 1985, essere diventato play nel 1989…. e non esserti fatto fischiare un’infrazione di passi dal 1995?? ah no, quella te l’hanno fischiata il mese scorso! 🙂

    Quoto quello che dice mike:
    chapeau al novello coach of the year, però il suo playbook offensivo è decisamente scarso. Bisogna però capire se questo è dovuto alla pochezza offensiva degli interpretim al poco tempo che allena i bulls o alla mentalità “tanto ci pensa rose”.
    È verissimo che nell’ultimo quarto il gioco dei bulls è:
    -palla in punta a rose
    -blocco
    -finta, controfinta, crossover e layup.
    Se da un lato (da tifoso) mi viene da dire “per fortuna che tira rose”visti i brividi che mi vengono quando capisco che un brewer, un boogans o un noah vogliono tirare, dall’altro mi rendo conto che è un sistema con cui GLI ANELLI NON SI VINCONO.
    P.S.: ho capito che rose e westbrook sono i 2 migliori esempi di combo guard che si possano fare, ma non facciamo confusione: il primo gioca così per l’evidente inadeguatezza offensiva dei suoi compagni (escluso forse il solo deng), il secondo è un decerebrato che pur avendo il miglior realizzatore della lega accanto non gli fa vedere palla nei momenti finali di partita.

  12. Alessandro says:

    Ragazzi siamo tutti d’accordo su una cosa…ci troviamo a OKC per una birra e andiamo a dare una man di legnate a Westbrook? Vi prego…fosse un pò più ragionatore, per me i Thunder potrebbero puntare direttamente al titolo…

  13. Dave says:

    fatta. io porto la spranga…

  14. Gec says:

    Westbrook sempre più amabile 😀 io porto la mazza ferrata.

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