Se non vi piacciono i playoff NBA, non voglio neanche conoscervi, dice il saggio.
E chi se ne frega, mi farò altri amici, rispondo io. Perché la qualità complessiva ed il livello di gioco di questi playoff è palesemente sotto standard.


Per carità, l’intensità di queste gare, la bellezza di questo sport ed il talento individuale di questi campioni sono in grado di supplire a qualsiasi carenza di altro genere. Le vicende della scorsa notte in quel di Memphis dovrebbero zittire ogni altra conclusione.

Ma al di là di singole grandi prestazioni, stiamo assistendo ad uno spettacolo molto deludente se letto sul piano collettivo, di squadra, della combinazione dei cinque uomini in campo e delle selezioni offensive per qualità del movimento di uomini e palla.

Oklahoma City attacca in modo orrendo, tanto più orrendo più ci si avvicina ai finali e più prende in mano la situazione Westbrook (non incantino gli straordinari e fuorvianti eventi notturni), che ha sicuramente in Durant uno dei più accaniti haters in questi giorni.

Chicago è Rose più di quanto i Bulls degli anni ’90 fossero Jordan, anche se può sembrare incredibile. Non è un male in assoluto, si badi bene: quando i 30 e passa tiri di Derrick non entrano è giusto contestarlo, ma gara 3 non è stata certo la prima vinta da solo dal neo MVP; semplicemente Chicago nasce e muore con la propria difesa ed i pieni poteri a Rose, ma Federico Buffa ha già sentenziato che ciò potrebbe non bastare per l’anello.

Atlanta è la peggiore di tutte, se possibile, per quanto abbia fatto sporadici passi in avanti rispetto allo scorso anno ed avuto segnali in controtendenza in gara 4: Joe Johnson riscrive il concetto di isolamento portandolo a vette di staticità mai raggiunte da umani, le improvvisazioni fuori contesto di Jamal Crawford fanno il resto.
Attorno, il nulla.

Boston e Miami, agli occhi di un purista, hanno offerto una serie sul piano strettamente tecnico offensiva, ma non nel senso di “orientata sull’attacco”, quanto in quello di “recare offesa” allo spettatore: errori banali, palloni che scivolano di mano, gente che inciampa o si palleggia sul piede, passaggi allucinanti fuori controllo, letture oscene, ritmo inesistente.

L’attacco dei Celtics è apparso inguardabile anche per meriti palesi della difesa e della fisicità dei rivali, ma il modo in cui Rondo (menomato o no) ha rotto gli schemi e danneggiato l’esecuzione (che almeno si tenta di far esistere) è stato imbarazzante ben oltre la versione unplugged e tuttavia dominante dell’anno scorso.

Allen e Garnett che si scontrano sull’ultimo gioco dei tempi regolamentari, costringendo un furibondo Pierce a prendersi un tiro in emergenza dopo aver aspettato che i due compagni facessero i loro comodi, è il simbolo di una confusione mentale, fisica e tecnica atroce, ben riflessa anche dai numerosi battibecchi tra Pierce e Rondo o tra i giocatori e lo staff tecnico.

Gli Heat dal canto loro hanno fatto passi da gigante mostruosi, come più volte ribadito dopo le agghiaccianti sensazioni che davano in autunno; progressi auspicati che a questo punto possono valere finale e, chissà, titolo.

Ma meriti a Spoelstra premessi, non si può certo parlare nel complesso di un bell’attacco lineare, vario e continuo, come d’altronde non potrebbe connotarsi in via ancestrale a Wade e LeBron, pur con tutti i loro meritevoli sforzi.
Miami ha vinto gara 4 perché sono entrati alcuni tiri speciali e sono usciti quelli dei biancoverdi, ma sa benissimo di non aver giocato una bella partita e di essere caduta nei soliti trabocchetti.

Continua… Where trash playoff happens (2)

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