Tre eliminazioni nella notte, ma tre modi molto differenti di uscire di scena.

«Ed ora che faccio?»


Fallimentare e fragoroso quello di Orlando, un ciclo probabilmente finito.
Eroico ed impotente quello di New Orleans, un ciclo che non avrà mai modo di esserci.
Struggente e malinconico quello di Portland, un ciclo che non vuole proprio saperne di iniziare.

Il 4-0 rifilato agli Hawks negli scorsi playoff aveva accecato tutti, ma i Magic non sono più la squadra che aveva raggiunto la finale NBA 2009 e quella di conference 2010: non c’è più quella precisa identità filosofica, quella convinzione, fame, imprevedibilità e voglia di stupire nei propri interpreti.

Atlanta viceversa ha trovato novità non rintracciabili 12 mesi fa: la difesa sulla palla e su Nelson di Kirk Hinrich, i nuovi adeguamenti difensivi su Howard e tanto tanto tanto spirito di rivalsa dopo l’umiliazione subita. Al resto hanno pensato le percentuali dalla lunga distanza e qualche miracolo dei finalmente convincenti Johnson e Crawford.

Vincente in particolare la scelta di coach Drew, opposta rispetto al predecessore Woodson, di non raddoppiare continuativamente Howard in post: grandi prestazioni individuali di Dwight a livello statistico, ma anche e soprattutto annientamento di tutti gli altri giocatori pronti a colpire dal perimetro, mai entrati in ritmo anche per demeriti propri e percentuali scadenti a prescindere dalla contestazione del tiro.

Howard ora fa il vago sul futuro, sovrastato dalla delusione ed abbandonato dal declino di una franchigia che è diventata tanto più sua quanto si sono rivelati inidonei i compagni storici (tra cui la sbiadita versione del turco), i nuovi arrivati (ahi ahi Gilberto) e lo staff tecnico guidato dal pericolante e di colpo monotematico Van Gundy.

Se c’è una cosa che ha capito in questi giorni è che così, sia per inadeguatezza che per logoramento, non si vince. Il passaggio successivo può solo essere chiedere di provarci altrove.

New Orleans ha fatto più di quanto fosse tenuta a fare, arrivando persino al massimo livello di pathos raggiungibile in una serie attuale contro i Lakers: l’illusione.
Nessuno, realisticamente, ha mai creduto in qualcos’altro, ma la sola visualizzazione onirica di gara 7 è una conquista superba per Monty Williams ed un ricordo da tenere stretto per i tifosi, destinati a non averne tanti altri in futuro.

Il futuro di una franchigia commissionata senza un proprietario e di una squadra che sta per perdere la stella e l’unico punto di riferimento in campo: Chris Paul è già stato fin troppo fedele al popolo della Louisiana, immaginarselo nell’autunno 2012 con questa maglia è ora diventato anacronistico a prescindere dai nuovi sviluppi societari.

Portland è una ferita aperta che non si rimargina mai, proprio come i suoi dogmatici ed inoppugnabili infortuni non cessano di contaminare la storia di una franchigia che avrebbe dovuto concretizzarsi oggi in contender e domani in dinastia, ma che ancora deve passare un turno da quella storica gara 7 contro i Lakers del 2000.

Brandon Roy è resuscitato il giorno di Pasqua, nel pieno rispetto di quella Bibbia che certamente avrà letto spesso in questi mesi, ma il dubbio che non possa più tornare quello che oggi può solo essere saltuariamente sta diventando sempre più certezza.

E per i Blazers no Brandon no party, sempre in attesa di notizie dalla straziante vicenda Oden e mentre la beffa si intensifica ad ogni canestro di Kevin Durant in quell’altra dinastia che ha ormai preso il loro posto.

Orlando, New Orleans, Portland: diverse amarezze, stessa data di eliminazione ed inizio delle ferie, stesso futuro del tutto non rassicurante.
Talmente incerto che ai rispettivi tifosi e per esigenze diverse balena in testa un dubbio paradossale: e se fosse davvero meglio il lockout?

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