Era solo questione di tempo, il momento doveva inevitabilmente arrivare, ma ancora una volta i Thunder hanno voluto fare le cose in grande e soprattutto in anticipo: Oklahoma City è già oggi contender.

Quando si dice «essere una squadra».


Manca il centro e poi sarà dinastia, dicevamo tutti da circa un anno, più o meno ad alta voce. Ora è già partita la sagra del te l’avevo detto io prima che me lo dicessi tu, con la caccia a messaggi, post, mail o ricordi per certificare la premonizione, anche risalendo ai tempi in cui i Thunder facevano schifo o si chiamavano Seattle Supersonics.

Ebbene sì, con l’arrivo di Kendrick Perkins e le conseguenze che ciò ha comportato, ci siamo: ogni elemento previsto nella lista della spesa di Sam Presti è già presente nel carrello, in mostruoso vantaggio rispetto alla tabella di marcia.

C’è la stella buona che decanta la Bibbia (Durant), la stella cattiva che fa la faccia incazzata (Westbrook), il bruto d’area che litiga con tutti (Perkins), il bello d’area che commuove Amnesty International (Ibaka), i pretoriani umili che difendono (Sefolosha, Mohammed), i pretoriani screanzati che segnano (Harden, Cook), i pretoriani intelligenti che fanno i pretoriani (Maynor, Collison).

Si potrebbe discutere sul carisma e l’inventiva del coach, incognita ai massimi livelli e chiamato nelle prossime settimane a dare risposte urgenti all’intero mondo NBA, perché soprattutto in attacco non basta lo status attuale.

Ma i suoi ragazzi hanno almeno comprato il progetto e Scott Brooks sta importando alla grande da altri sistemi, con un sapiente mix tra principi dei Celtics di Thibodeau in difesa e dei primi Spurs di Popovich in attacco, per esempio nell’occupazione tassativa degli angoli in transizione offensiva.

Impressiona la complementarietà sia sul piano tecnico che soprattutto a livello di personalità tra Kevin e Russell, come il contrasto tra poesia e prosa che trova il comune denominatore nella forma d’arte letteraria: così diversi ma insieme così straordinariamente efficaci, persino troppo quando rischiano di giocare eccessivamente da soli.

Impressionano i progressi di Serge Ibaka, imprevedibili in difesa, ma addirittura misteriosi in attacco: la cessione di Green non ha solo colmato la lacuna del centro con Perkins, ma ha permesso anche l’utilizzo del congolese da 4 con sua definitiva esplosione, sempre a proposito della vicenda executive dell’anno.

Impressiona quello che i Thunder fanno in difesa: semplicemente non si tira negli ultimi 3 metri, specie con Serge e Kendrick. C’è sempre una seconda linea in aiuto, c’è sempre una terza linea in movimento per il recupero, ci sono sempre atleti che possono cambiare su ogni situazione lo richieda.

Già, atletismo, perché come se non bastasse sono anche la squadra più orizzontale ed al tempo stesso più verticale della lega, grazie anche alle belle risposte che arrivano sfogliando l’anagrafe.

Quindi, in pillole: anello del Fulmine già nel 2011? Certo che no.
Essere contender è un concetto ben diverso dall’essere realmente pronti per il successo, cosa a cui i Thunder non sono manco vicino. Un conto è lottare per il titolo, magari arrivando pure alle Finals; un altro è vincere, con gli infiniti dettagli di cui quel verbo si compone per trovare realizzazione nella pratica.

In modo esattamente simmetrico a Chicago nell’altra conference, Oklahoma City non solo deve ancora perdere la verginità superando ufficialmente un turno di playoff, ma deve anche trascorrere un’intera estate a rimuginare sui propri errori per l’amara sconfitta, arrivata quando iniziava a prenderci gusto.

Non basta credere, bisogna anche provare. Non basta pensare di aver capito come si fa, bisogna anche farlo per imparare. Magari fin dal 2012, che era ed è comunque una data impensabile per gli standard NBA nella costruzione di una dinastia, dal nulla.
Ma mi raccomando, non ditelo ai Thunder: loro sanno solo fare le cose in anticipo.

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8 Comments to “Thunder ring”

  1. zauker says:

    a volte si dice la coincidenza…!!!

    proprio oggi, anzi poco fa, ho scritto un commento su playit che voleva sottolineare come, a mio avviso, spesso ci sia poca obiettività e ci si lascia “trasportare dalle emozioni” quando si esprime un’opinione su determinate squadre.

    il commento in questione, che riporterò in versione integrale, verteva sul “modo di vedere” 2 franchigie in particolare: heat e thunder. premetto che nn sono tifoso di nessuna delle 2 squadre (anche se ho visto qualche partita in più di miami, ma solo per una mia curiosità sull’evoluzione tattica di questa), che nn è assolutamente mia intenzione sminuire o esaltare una delle 2 squadre. il mio scopo è solamente quello portare un po’ più obiettività nelle varie discussioni

    “voglio lanciare una provocazione:

    quest’anno moltissime persone dentro al blog hanno criticato costantemente i miami heat per vari motivi. uno di questi diceva che nn solo nn avrebbero vinto niente, ma soprattutto nn sarebbero arrivati neanche in finale di conference, in quanto i punti a referto venivano e vengono fatti solo ed esclusivamente dai 3 amigos, i quali fatturano oltre il 70% dei canestri di squadra (e in questo modo secondo molti ai po nn si vince).

    sempre nel blog si è parlato dei thunder come di squadra praticamente pronta al definitivo salto al rango di contender e infatti in molti ipotizzavano per loro addirittura una possibile finale nba, soprattutto dopo la trade che ha portato perk in oklahoma.

    a questo punto, se si guardano i boxscore del primo turno dei po sia di miami che di okc, si può notare un dato molto interessante. i big3 degli heat hanno segnato rispettivamente 63 punti in gara1 (97-89), 64 (94-73) in gara2, 75 (100-94) in gara3, 65 (82-86) in gara4. la cosa interessante e che conferma in un certo senso quanto detto in precedenza è che quando lbj-wade-bosh restano sotto al 70% del fatturato di squadra (gara 1 e 2), questa va incontro a vittorie abbastanza agevoli (+8 e +21), mentre quando superano la soglia del 70% miami o vince in maniera sofferta (in gara 3 alla fine del terzo quarto era sotto di 2) oppure esce con una sconfitta (gara 4, con il picco del 79%)
    guardando i tabellini dei thunder si può riscontrare una situazione per certi versi simile. infatti il duo durant-westbrook ha messo a referto rispettivamente 72 punti in gara1 (107-103), 44 in gara2 (106-83), 49 in gara 3 (97-94) e 61 in gara 4 (101-104). come si può notare, ogni volta che il duo supera il 50% del fatturato di squadra, oklahoma è costretta a vittorie sofferte (+4 e +3, ma in gara1 la loro partita è stata qualcosa di mostruoso) oppure perde (gara4). sarà un caso, ma l’unica volta in cui durant e westbrook si sono tenuti sotto il 50% del fatturato è coincisa proprio con la più ampia vittoria da parte di okc (+23 in gara 2).

    inoltre le avversarie affrontate da queste 2 squadre, a mio avviso, sono per talento paragonabili, visto che anche se denver ha il talento molto diluito all’interno del suo roster, cioè tutti buoni giocatori, ma nessuna “stella”, phila ha all’interno del suo roster un giocatore che si può considerare molto vicino al rango di all-star (sicuramente molto più rispetto a qualsiasi giocatore del roster dei nuggets attualmente).

    concludendo il discorso, sarei curioso di capire il motivo di tale contrasto di opinioni, che fa dire che miami farà una pessima figura poichè giocano solo in 3, mentre okc può ambire alla finale nba, “nonostante” giochino in 2.

    p.s.: evitiamo di scomodare l’aspetto difensivo, anche perchè personalmente la differenza la vedo solo sull’impostazione, poichè sull’efficacia sono molto simili; infatti okc, dopo la trade, basa la sua difesa sull’intimidazione con 2 corpaccioni come ibaka e perkins a pattugliare il pitturato, mentre gli heat, nonostante l’evidente mancanza di peso sottocanestro, riesce ad essere altrettanto efficace basando la loro difesa sulla mobilità dei giocatore e sulla pressione esercitata sugli esterni, dato che 2 mastini (o potenziali tali quando decidono di impegnarsi seriamente, cosa che all’interno della partita nn sempre accade) come wade e lbj, in nba possono dire di averli solamente i grizzlies con battier e tony allen”

  2. AK47 says:

    zauker penso che il problema sia il modo come sono costruite le squadre: a OKC tutti sanno che il primo violino è Durant, il secondo è Westbrook, eccetera. A Miami sai solo chi è il terzo (Bosh). Non si sa chi è il primo e chi il secondo (LBJ o Wade?), ma soprattutto chi sono i comprimari affidabili e quelli buoni solo per far numero. Diciamo che se ad ovest è stata costruita una squadra, ad est sono stati messi assieme una dozzina di giocatori. Questo ovviamente secondo la mia opinione!

    Riguardo l’articolo: credo anch’io che i Thunder sono ancora troppo “spensierati” per puntare al titolo. Attualmente sono una bella conferma, ma non danno l’impressione di essere la classica corazzata. C’è anche da dire che devono giocare una serie contro una squadra da playoff ancora, perché Denver è troppo lontana dall’essere affidabile in post season (troppi “secondi” e zero “prime donne”). Insomma, manca poco, il classico centesimo per fare la lira: la troveranno questa benedetta monetina o rimarranno sempre ad un passo dalla gloria?

    Lancio una provocazione: ma voi, foste in Dwight Howard in scadenza di contratto, per chi firmereste? Io, da tifoso Lakers, firmerei per i Thunder…

  3. Canigggia says:

    Aspetto il momento in cui a Durant non entreranno più tutte quelle triple con quella semplicità irreale, prima o poi dimostrerà anche lui di essere umano. Ma magari…

    @zauker: per quanto riguarda il tuo discorso, il fatto è abbastanza logico: nelle partite tirate i Big Three e Durant+Westbrook devono prendersi più responsabilità e quindi mettono a segno più punti rispetto al resto della squadra, superando le quote che tu hai descritto; viceversa, nelle partite vinte ‘facilmente’, non devono giocare al massimo per tutti i 48′ e possono lasciare più spazio ai compagni, risparmiando energie in partite che si concludono ben prima degli ultimi 5′: per questo motivo le percentuali di ‘punti sul totale della squadra’ si abbassano rispetto alle partite tirate.

    Per quanto riguarda Howard, penso che assisteremo ad un nuovo Melo-dramma, forse non nei contenuti, ma nell’esposizione mediatica e nella lunghezza del passaggio sì. Penso comunque che non andrà ai Thunder, sia perchè loro dovrebbero cambiare il modo di giocare sia perchè lui non sarebbe la ‘prima stella’, e forse nemmeno la seconda, e credo che abbia già scelto di andare ai Lakers per ripercorrere le orme di Shaq ed iscriversi a quella ‘legacy’ di centri Mikan-Chamberlain-Jabbar-O’Neal(-Gasol) che sono transitati in maglia gialloviola. Però ci sarebbe sempre la Grande Mela…

  4. Gerry says:

    Parto da una premessa doverosa e personale: Miami ha molte più probabilità di vincere di Oklahoma City quest’anno, è banalmente più pronta anche se nata solo quest’anno. Ha fatto progressi rispetto al critico inizio e qualche merito va riconosciuto a coach Spoelstra.

    Mi accodo poi alla posizione di AK47, oltre che al contributo logico-numerico di Canigggia.
    Anche se il punto di arrivo può apparire simile (giocano in 3, giocano in 2), a me pare piuttosto evidente la strada diversa da cui ci si arriva, con conseguenze sull’approccio mentale e sulle gerarchie di squadra:
    a Miami i tre amigos si sono messi insieme dal nulla per poi arrangiarsi con tutto il resto;
    ad Oklahoma City si sta costruendo meticolosamente dalle fondamenta, un passo alla volta, permettendo una graduale crescita del gruppo.

    Perkins non arriva a far numero per coprire un buco a roster, ma arriva perché è ciò che serve. A Miami è più facile riscontrare il processo inverso.

    C’è infine un discorso di responsabilità abbinato a quello dell’immagine, che si può perfettamente riassumere con quel “lasciarsi trasportare dalle emozioni” che sottolineava zauker:
    Miami ha alzato l’asticella con lo show estivo, ha meno facoltà di fallire e meno credito di simpatia e di anagrafe da amministrare, specie per la storia personale di LeBron ed in parte di Bosh;
    Oklahoma City può ancora (per poco e dal secondo turno) permettersi di sbagliare, di giocare spensierata, di lasciare le due stelle da sole per eccesso di entusiasmo o inesperienza, in attesa che capiscano come si vince a certi livelli ed insieme.

    Se Miami esce con Boston si attira polemiche, se Oklahoma City perde coi Lakers (o con San Antonio, mentre sarebbe grave con Memphis ma è ugualmente possibile!) ha fatto un altro passo in avanti nel suo cammino in costante e stupefacente ascesa.

  5. Riccardo says:

    Perfettamente d’accordo, ma i Lakers devono chiudere subito la serie con New Orleans!

  6. Riccardo says:

    Bellissimo articolo, Gerry!

  7. Francesco says:

    @riccardo

    se anche a NO i lakers fanno a pezzi NOLA a rimbalzo come stanotte, alla prossima si impacchetta tutto e si va a giocare con dallas/portland…

  8. espy85 says:

    la differenza tra le due squadre è semplicemente il modo in cui sono costruite, è vero che durant e westbrook sono quelli che realizzano di più, ma solo perchè attorno a loro ci sono dei difensori puri, sefolosha perkins e ibaka hanno medie e percentuali imbarazzanti in attacco, perchè sono loro ad essere più votati alla difesa, in oltre nel roster di okc ci sono giocatori utili in ogbni reparto, a miami troviamo invece solo attaccanti, che giocando con tre mangia possessi non possono dar contributi decisivi alla squadra, per non parlare di elementi di corredo quali anthony iligauskas ecc

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