Ci eravamo lasciati negli scorsi playoff con una verità acquisita: i giovani non vincono la NBA, per lo meno non come leader o senza un compagno più forte accanto.

La storia chiama, Derrick per ora risponde.


Erano i tempi della finale dei veterani, Lakers e Celtics, che avevano sculacciato in prima persona i più dispettosi monelli della lega, da LeBron a Kevin, da Dwyane a Deron, da Dwight ad Amar’e, tutti più o meno sposi promessi dell’anello da quando sono arrivati tra i pro, ma tutti fermi al miracolo di Wade nel 2006.

Oggi c’è un profeta in patria che vuole smentire tutto e tutti, con i suoi 23 anni da compiere, la sua maturità Duncaniana, al suo terzo anno nella lega e dall’alto del suo indiscusso status di uomo franchigia.

Esco allo scoperto: non solo ritengo Chicago la più sorprendente testa di serie numero 1 e Derrick Rose il più impronosticabile MVP degli ultimi 20 anni, ma sarei enormemente sorpreso qualora i Bulls vincessero il titolo già quest’anno.

E’ agli atti: per vincere non basta essere fortissimi, non basta mettere insieme cifre mostruose, non basta fare la faccia cattiva, non basta essere MVP, non basta avere il coach più preparato. Non basta addirittura essere Michael Jordan.

Per vincere in questa lega devi prima aver sbattuto il naso contro i campioni del momento e vissuto amare sconfitte che ti permettono di capire cosa ti manca per essere come loro.

Fu così per Domineddio MJ contro i Bad Boys di Detroit, fu così per Shaq contro Hakeem, fu così per Kobe contro Jazz e Spurs, fu così per i Pistons e gli Spurs, fu così per i Big Three di Boston in tutte le loro incarnazioni precedenti al ritrovo in Massachusetts.

Derrick è a metà strada. Si potrebbe azzardare che sia già pronto per il grande salto, avendo perso contro i Celtics (incantando il pianeta) e contro LeBron negli unici due anni della sua inquietante carriera in ascesa.

Ma c’è l’inghippo: erano serie di primo turno, in cui Chicago non aveva nulla da perdere e si presentava come settima ed ottava testa di serie.

Manca cioè quella delusione cocente che solo un’eliminazione in finale di conference può suscitare, tanto più se ci si arriva (come ci arriverebbero i Bulls) con credenziali e favori del pronostico, dopo un cammino fatto di ostacoli anche insospettabili come quelli proposti da Indiana.

Manca l’esperienza della stanchezza mentale che aumenta quella fisica, la prova empirica della sofferenza, la lucida motivazione che scaturisce dalla sconfitta, l’amaro che renderà il dolce ancora più dolce.
Manca la capacità dei campioni di conoscere e riconoscere i segnali che ti mandano cuore, gambe e cervello, per gestire il proprio corpo e la propria mente al livello massimo di competizione.

Derrick Rose incontrerà queste sensazioni inesplorate per la prima volta tra poche settimane, e sarà chiamato alla rilevazione rivelatrice: consacrazione istantanea e riti pagani nell’Illinois per il più speciale condottiero della NBA moderna, oppure sospensione della cerimonia e coda dietro a LeBron per ritirare il numeretto in sala d’attesa.

Il titolo rappresenterebbe un’impresa individuale catalogabile solo come epica e leggendaria.
Ma proprio per questo, perdonami Derrick, non sarebbe sorprendente non vederla realizzata.

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4 Comments to “The long run for the legend”

  1. Mike says:

    poca analisi del personaggio, come se oramai di lui si sapesse già tutto, come sei lui fosse già arrivato. ed invece è soltanto alla partenza, la partenza per un viaggio verso l’Olimpo che hai descritto magnificamente.
    diciamo che te la sei cavata (smart version de “ne è valsa la pena aspettare”).

  2. Carmine D'Amico says:

    Una cocente delusione Derrick l’avrebbe già, e la causa principale giocherebbe a South Beach.

    Certo non era NBA, ma sicuri fosse meno importante?

  3. Luca 8 says:

    Occhio Gerry..te l’ho detto all’inizio dell’anno scorso (quando scrivesti un articolo in cui ritenevi rose ridimensionato dalla partenza di gordon) e te lo ripeto: non sottovalutare questo ragazzo.
    Non credo assolutamente che i bulls possano vincere il titolo quest’anno ma non per il fatto che derrick deve ancora provare tutto quello che hai descritto. Non vinceranno perchè ci sono squadre più complete di chicago, tutto qui. Se al posto di quel cadavere di boogans ci fosse nello spot di SG un hamilton o semplicemente un ben gordon (nella versione vista a chicago) il titolo sarebbe cosa credibile; se al posto di noah ci fosse lo shaq che ha vinto il titolo con wade sarebbe addirittura probabile.

  4. mircodiuboldo says:

    io sono per il partito “cazzo sti bulls fanno il culo a tutti soprattutto per rose, che è immarcabile”
    ho visto gara 1 contro i pacers, forse ha ragione chi (come danny granger, ndr) dice che “i bulls vanno dove va rose, se fermi lui fermi i bulls”, sarà anche vero, il problema è fermarlo, ragazzi questo nel finale di gara 1 ha fatto queelo che voleva veramente, nonostante indiana non sia proprio messa male in difesa, con hibbert (2.19) sotto canestro… poi se aiutano anche deng e korver, occhio all’anello…

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