La stagione in tre foto.

Fine dell'avventura per entrambi?


Dei tanti modi che ha una franchigia NBA di mancare i playoff, Houston ha sicuramente trovato il più nobile ed encomiabile, non solo per il record abbondantemente positivo che valeva la sesta piazza ad est, ma anche e soprattutto per la scrupolosità con cui sono riusciti a crescere e restare in corsa fino alla fine.

Segreto di questo parziale successo? Facile: Rick Adelman e la sua capacità di ricostruire, gestendo una rivoluzione senza darlo a vedere nei risultati e nel gioco di squadra:

Semplicemente mi piacciono questi ragazzi. Basta guardare come abbiamo chiuso la stagione (17-8 il record nelle ultime 25) per capire perché mi sono innamorato di questo gruppo e del modo in cui non abbiamo mai mollato.

Il simbolo di una squadra e del suo stile di gioco: Chuck Hayes.

Artest, McGrady, Ariza, il povero Yao, Battier, Landry, Brooks: tutti evaporati.
Ora la squadra non ha un vero leader, ma c’è un gruppo di giocatori sopra la media per disciplina, disponibilità ed attitudine al miglioramento, splendidamente rappresentati dal testosterone argentino di Luis Scola e da quello scienziato del gioco di nome Chuck Hayes, in grado a marzo di deliziarci persino con una tripla doppia pur essendo il centro titolare più basso della storia recente della lega.

Si gioca una pallacanestro collettiva, specie in attacco, ed anche senza stelle conclamate ciascuno ha nel sistema un preciso senso tecnico e la facoltà di esprimersi al meglio del proprio potenziale: Kevin Martin fa canestro, Courtney Lee difende, Budinger e Patterson fanno i giovani che crescono e che saranno da seguire con enorme attenzione dal prossimo ottobre.

Kyle indica la via.

Si spiega solo in questo modo la crescita esponenziale di Kyle Lowry, il cui rendimento ha permesso il sacrificio del deludente Most Improved 2010 Brooks e l’arrivo di uno sfizio quale Goran Dragic che deve ancora dirimere l’incognita sul suo reale valore assoluto.

Non sono più i Rockets ambiziosi di qualche anno fa, ma se il coach riuscisse persino a cavare fuori qualcosa dal terzetto di delusioni (Terrence Williams, Hasheem Thabeet, Jordan Hill), i playoff 2012 ed il suo primo premio di Coach of the Year non sarebbero una chimera.

Eppure oltreoceano si fanno largo voci inquietanti di una possibile conclusione del rapporto tra la dirigenza ed Adelman. “We all want him back”, dicono in coro i giocatori. C’è veramente qualcuno disposto a dissentire?

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2 Comments to “At home: the Rockets”

  1. mavio says:

    Adelman strameriterebbe la riconferma, fuori di dubbio: ha gestito al meglio una situazione in cui qualsiasi franchigia avrebbe preso la via più diretta per una delle prime 3 scelte assolute al Draft.

    Imho, l’unico del terzetto di delusioni da cui si potrebbe tirar fuori cose davvero interessanti è Williams: ai Nets ha dato lampi di classe cristallina, se questi lampi cominciassero a diventare più frequenti e l’approccio psicologico diventasse più serio, potremmo vedere un nuovo Terrence sul parquet.

  2. luca says:

    Adelman è un fenomeno. Le sue squadre sono sempre state brillanti. Sacramento giocava in modo divino e con Houston, visto il rooster, ha fatto benissimo. Vorrei tanto vedere cosa avrebbe fatto Jackson se avesse allenato Houston quest’anno…

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