La stagione in tre foto.

«Sono forte, che ci posso fare?»


C’era una volta il regno indecifrabile di Don Nelson, del run&gun, del primo posto assoluto (per distacco) nel numero di possessi dal 2006, della smalball, del Barone, dei carneadi scovati sul modello Foggia di Zeman, di una pletora di atleti pazzi a zampettare su e giù per il campo. Non si vinceva moltissimo, ma il divertimento era assicurato (chiedere a Dallas per ulteriori conferme).

Ora si vince sempre poco (per quanto ad est i Warriors sarebbero arrivati ad una partita dall’ottavo posto di Indiana) e ci si diverte sempre meno, nonostante un Monta Ellis che strizza l’occhio al rango di All Star e la presenza di altri 3 giocatori (Curry, Lee, Wright) tra i primi 40 realizzatori assoluti della lega.

Curry e Lee: garanzie ancora insufficienti.

Stephen non è esploso dopo la mirabolante stagione da rookie e l’esperienza con Team USA, ma resta il secondo anno con la media punti più alta e dietro solo ad Holiday per numero di assist. La sua purezza tecnica è l’assicurazione per una carriera NBA da protagonista, anche se dai contorni ancora non del tutto decifrabili e dalla sospetta compatibilità con Ellis: prima o poi bisognerà scegliere su chi puntare dei due.

David, arrivato a suon di milioni dalla free agency estiva, ha confermato tutto quello che si poteva pronosticare dodici mesi fa: cifre di tutto rispetto e doppie doppie con regolarità non saranno mai un problema, ma essere protagonista di un team vincente non appare il ruolo ritagliato su misura per le sue caratteristiche tecniche e fisiche.

Wright e Udoh: la sorpresa e la speranza.

Chi ha messo d’accordo tutti è Dorrell Wright, mio candidato al premio di Most Improved Player. A Miami era stato accantonato e bollato per poca personalità e limiti tecnici assortiti in entrambe le fasi del gioco; nella baia di San Francisco si è invece rivelato un interessantissimo all around, a cui è difficile trovare sia punti deboli che elementi di eccellenza.

Ma tra la crisi inquietante di Biedrins ed in attesa che il rookie Udoh venga sviluppato come centro (ancora un paio di anni almeno), coach Keith Smart ha dovuto gestire (per altro con 10 vittorie in più) una delicatissima transizione da un sistema atipico al tentativo di normalizzare una franchigia.
Ma se i Warriors, oltre a mancare i playoff come al solito (una sola presenza dal 1994), diventano pure normali..

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4 Comments to “At home: the Warriors”

  1. mavio says:

    Qualche nota a margine:

    1) Il binomio Ellis-Curry porterà sempre con sé il problema dell’incompatibilità tra di loro, ma credo che ne soffrà più il sophomore, visto che Ellis sembra sempre lì lì per raggiungere l’obiettivo-ASG (visto che con la sua franchigia non pare averne molti…);

    2) Lee è andato come si aspettava chiunque guardasse qualche partita dei Knicks: buonissimo giocatore ma non vale lontanamente quelle cifre. Evidente che la stratosferica free-agency di questa stagione ha alzato i contratti di giocatori di secondo piano (per maggiori info contattare il sig. JJ dall’universita di Arkansas) e Lee, dall’alto dei suoi numeri gonfiati a NY dal fatto che era l’unico a prendere rimbalzi, ne ha beneficiato ma non c’è dubbio che la levatura del giocatore è altra;

    3) Wright si sta specializzando nel diventare un tiratore scelto: dopo aver fallito a Miami, sta riuscendo benissimo con meno pressioni. Farà ottime cose e sono d’accordo sul fatto che sia uno dei MI della stagione;

    4) Udoh centro è un esperimento timidamente provato: non so quanto tempo ci vorrebbe ma non mi sembra avrà molto credito in quel ruolo, non investirei troppo in questa prova.

  2. tfrab says:

    lee ha avuto problemi fisici, però. gli darei un’altra possibilità

  3. Gerry says:

    Anche a me ha sorpreso vedere il tentativo di sviluppare Udoh da centro (per altro a sua volta gravemente condizionato da infortunio ad inizio stagione), ma credo che i Warriors vogliano testare una strada simile a quella percorsa da Ibaka ad Oklahoma City, due giocatori che in qualche modo trovo paragonabili per base di partenza.

    Quanto a Lee, quando un giocatore con i suoi limiti, ma a lungo sottovalutato e non a caso idolo delle folle a New York, si ritrova dall’oggi al domani con un contratto da 80 milioni fino al 2016, cambia inevitabilmente il giudizio dell’osservatore.

    Io temo sia impossibile che possa arrivare ad un livello di gioco che giustifichi tale somma, ma non ho dubbi che rendimento e cifre siano destinate a crescere con la ritrovata forma fisica l’anno prossimo.

  4. mavio says:

    Nel mio intervento non intendevo dire che Lee sia un cattivo giocatore, sia ben chiaro. I guai fisici sono una parziale scusante della stagione non all’altezza delle precedenti, ma è fuor di dubbio che il giocatore non valga tutti i milioni che prende; è un giocatore di secondo livello, al di sotto dei grandissimi del gioco, ma guadagna quanto i top players.

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