Questi Knicks così configurati non sono e non potranno mai essere di D’Antoni.

Gli ultimi giorni dell'equilibrista?


La regola è tassativa: dimmi che giocatori hai e ti dirò che allenatore sei.
Ci sono cose che alcuni allenatori sanno fare benissimo ed altre in cui sono meno preparati: il coach ex Milano non sa e non può allenare questo gruppo di giocatori, almeno non al meglio del suo potenziale.

Amar’e e Melo giocano zone del campo molto simili, ma sono entrambi individualisti, catalizzatori, accentratori del gioco; non sono passatori, non sono creativi, non leggono il gioco, non sono al servizio dei compagni quando hanno palla in mano, non sanno giocare insieme.

Costringono così l’attacco di New York alla più fastidiosa conseguenza possibile per coach Mike e per chi vuole vincere il titolo: i turni in isolamento.
Questa azione si va da te al gomito, quest’altra si viene da me su un lato di campo, nella successiva vediamo chi è andato meglio e decidiamo chi cavalcare. Alla Miami Heat dei tre amigos, per farla breve.

Avere Amar’e e Melo insieme in squadra è l’impossibilità di creare un sistema offensivo di continuità e di poter utilizzare quello di D’Antoni: non solo le zone del campo che giocano sono simili, ma soprattutto sono diverse da quelle che vuole il coach.

New York non riempie più gli angoli, non inizia tutti i giochi con lo storico pick and roll centrale, non si spazia allargando il campo, non lascia l’area libera.
Non utilizza più la ricezione al gomito per fare iniziare il gioco con tagli e movimenti, ma lo fa per isolare la stella mentre gli altri quattro giocano da fermi una mano di briscola. Non si muove e non muove la palla. Inizia l’azione quando prima la finiva.

Il coach amerebbe utilizzare Amar’e da 5 e Melo da 4, ma questo significherebbe andare sotto in difesa come nemmeno i Suns che sfiorarono la finale anni fa. Ed allora la quadratura del cerchio non può arrivare dai metodi e dalla mentalità di D’Antoni.

Se poi è già dura mettere insieme Stoudemire e Anthony, figuriamoci quando al duo c’è da aggiungere un atipico come Billups, che gioca da sempre a modo suo, nei fatti più da guardia che da play, ed è molto lontano dall’interpretazione del ruolo di point guard come Nash comanda e come solo Chris Paul e (forse) Deron Williams potrebbero oggi emulare.

Inoltre Chauncey è pure abituato a giocare con Carmelo nel sistema “liberal” di George Karl a Denver, ma Anthony è ormai in aperto conflitto filosofico ed ideologico col suo nuovo coach non solo in campo ma anche a parole, come l’agghiacciante ed emblematico “qui a New York ci sono troppi schemi difensivi” dimostra.

La contraddizione appare palese anche dalle giustificate rimostranze di Amar’e (“non potremmo tornare al sistema di pick and roll?”) e la conseguenza logica sembra allora la più naturale: Mike D’Antoni non può più essere il coach dei New York Knicks.

Sta facendo buon viso a cattivo gioco, fa l’equilibrista tra le sue idee e le necessità della squadra, ovviamente prova ad allenare anche a costo di snaturare se stesso, ma non è più l’uomo giusto al posto giusto. Anzi, forse non lo è mai stato, per colpe sue ma soprattutto per fattori esterni poco favorevoli.

Il record di 7 vinte e 9 perse dopo la trade avvalora la tesi, ogni dichiarazione di Melo va in un preciso senso anti-D’Antoni ed è evidente che la proprietà (tra gli altri rappresentata nientemeno che dall’Araba fenice Isiah Thomas) non agisce nella stessa direzione dello staff tecnico (raffinato eufemismo), oltre ovviamente a dover cavalcare il nuovo arrivato nel futuro e per esigenze di star-system in versione Broadway.

Il mancato rinnovo del contratto del coach suona solo come il colpo di grazia ed il definitivo approssimarsi del capolinea, per quanto, nel misterioso incedere delle vicende NBA, non si possa mai prevedere l’esatta collocazione dei titoli di coda.

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4 Comments to “D’Antoni: the end”

  1. Mike says:

    Concordo.
    Le colpe sono da condividere, però:
    sono della dirigenza che ha chiuso una trade che non doveva fare;
    sono dei due giocatori che al momento non sembrano voler fare sforzi per integrare i propri modi di giocare;
    e sono di D’Antoni che sa allenare soltanto in un modo (cosa che ci può anche stare fino ad un certo punto) e soltanto con giocatori che abbiano determinate caratteristiche (limite gravissimo per un coach).
    Ha ancora tempo per smentire tutto e tutti, ma la vedo davvero in salita per lui la strada di New York.

    http://confortevolmenteinsensibile.blogspot.com/

  2. francesco says:

    Non è però che i Knicks giocassero divinamente prima della trade. Non era un gioco pessimo si intende, ma scintille io non ne ho mai viste. Quello che si dice in questo articolo su Stoudemire accentratore e non passatore era vero anche due mesi fa. Riceveva palla lui a difesa schierata e poi non la vedevi più o quasi. D’antoni ben inteso ha le sue giustificazioni; io ho mille riserve su D’Antoni allenatore ma la trade che ha fatto New York per me è follia pura e ha distrutto la squadra. Chiunque fosse stato in panchina adesso sarebbe in difficoltà. Curiosissimo di vedere cosa farà Gallinari a Denver sotto Karl (io scommetto che farà grandi cose); se fossi in lui mi andrei a nascondere sull’everest fino a che D’Antoni non trova una squadra poi deciderei dove andare: praticamente quasi qualunque altro posto del pianeta cestistico.

  3. Canigggia says:

    Tutto ampiamente previsto (e prevedibile) già nel momento in cui si parlava della trade, tra l’altro… Il suicidio perfetto.

  4. Mookie says:

    Quando a New York chiamarono D’Antoni ebbi subito un cattivo pensiero: quando i Knicks avranno sistemato i malanni gestionali ereditati da Isiah e potranno quindi avviare DAVVERO la ricostruzione, si disferanno di lui. L’hanno preso per quei 2-3 anni di disastro inevitabile, la fase pre-ricostruzione, altrimenti detta di Demolizione. Con lui almeno le partite non saranno noiose.

    E se poi riesce a valorizzare qualche giocatore come capitò con Diaw a Phoenix, tanto meglio: si prendono questi giovani emergenti e si impacchettano tutti assieme per prendere un big, magari da Denver…

    Per capire se davvero a NY credono in D’Antoni sarà sufficiente controllare chi, al via della prossima stagione, sarà il play titolare dei Knicks.

    Altro cattivo pensiero: prendere giocatori di grande talento, anche se non funzionali/essenziali per il sistema di gioco del coach dal passato italiano. Tanto meglio se i risultati non arriveranno, saremo legittimati a cambiare l’allenatore.
    In questo senso l’arrivo di Melo, le voci di rinnovo di Billups e l’essersi fatti sfuggire l’occasione Deron sono tutti indizi che giocano a favore del classico “A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.”

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