Lo sfondo indecifrabile, come il suo futuro.

La prossima partita potrebbe andare in modo diverso. – Brandon Roy.

Basterebbe così poco per lasciarsi trascinare dall’entusiasmo e dire che Brandon Roy è tornato. Ma non è il caso.

Come al solito si alza dalla panchina, terzo ed ultimo a subentrare nella nuova 8-men rotation di McMillan. Come al solito gioca metà partita, cercando di distillare il meglio di sé. Come al solito è una versione opaca del brillante protagonista di tante vittorie dei Blazers. Poi dal nulla, riecco Brandon l’astuto.

Mio fratello era più veloce, più forte, più alto, più tutto. L’unico cosa che potevo fare per batterlo era cercare di essere più scaltro di lui. Ora che sono nella NBA continuo a usare le stesse capacità, perché i ragazzi qui sono più grandi, più veloci e più forti di me. Questo è il mio stile di gioco. Potrei andare su e schiacciare, ma preferisco arrivare a fare canestro nel modo più rapido possibile con il minor dispendio di energia.

Dalla fine delle terza frazione in poi Roy mette in mostra tutto il suo arsenale di cambi di ritmo e direzione, di finte, di fade-away, di arresto e tiro dalla media distanza, di penetrazioni verso il canestro concluse indifferentemente di destro o sinistro.
Non è potente, è elegante. Non vola, scivola. Non ha il primo passo di Kobe, ma l’avversario è dietro di lui quando appoggia in sottomano. Quando lo vedi giocare non ti sembra un alieno, un superuomo, ma sa fare tutto e fa sembrare tutto facile. Se Tim Duncan fosse una guardia, probabilmente assomiglierebbe a Brandon Roy, e viceversa.
Non a caso il Rookie of the Year 2007 è soprannominato The Natural.

Questo è Brandon Roy at his best.
Quello attuale non so bene cosa sia, e neppure lui lo sa. Dopo un finale di partita come quello di ieri sera il #7 dei Blazers invece che esaltarsi riporta tutti con i piedi per terra: la prossima partita potrebbe andare in modo diverso.

Il riferimento è ai suoi malanni fisici, a quelle ginocchia operate che non gli permettono più di esprimersi al suo massimo potenziale, che non gli permettono di stare in campo più di 25 minuti senza rischiare ricadute.

Non sappiamo come, quando e se tornerà integro e performante come nei primi tre anni. Nella peggiore ipotesi la sua carriera può restare solida proprio perché non è l’atletismo che lo ha portato ad essere un All-Star. Ma lui si sente sullo stesso livello dei migliori giocatori della Lega e in queste condizioni non può reggere il confronto con i vari Kobe, Wade, Durant, LeBron.

Un leader come lui potrebbe portare questi Blazers allo status di contender, ma in questo momento deve assistere impotente ad un’occasione che non può cogliere. E chissà se ci saranno altre opportunità in futuro, o se dovrà abituarsi ad un nuovo ruolo, da sparring partner, da gregario. È un aggiustamento a cui nessun giocatore di quel talento può adeguarsi, se non a fine carriera.

Roy ha 26 anni e poche certezze su quale futuro lo attende.
La speranza, sua e di chi ama questo sport, è di non dover assistere ad un nuovo caso Grant Hill. E il secondo tempo contro i Mavs consente un cauto ottimismo.

O almeno ci dice che è ancora presto per dimenticarci di Brandon Roy.
Se il basket è davvero poesia in movimento, possiamo ancora ammirare la danza sincopata di questo interprete old-school, anacronistico come un brano jazz nell’era hip hop.

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One Comment to “Dancer in the dark”

  1. Francesco says:

    amo questo ragazzo dalla prima volta che l’ho visto giocare…

    e portland al completo sarebbe una squadra davvero difficile da battere…nei prossimi sei-sette anni le sfide thunder-blazers sarebbero state incredibili…

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