From Knicks vs Heat 93-88, del 27.1


La definizione dell’Avvocato è perfetta: LeBron prende proprietà delle sue squadre per usucapione.

Nelle intenzioni preliminari, a palla ferma, avrà certamente voluto portare in punta di piedi il suo talento a South Beach, senza dare eccessivamente nell’occhio, accettando di buon grado il demansionamento delle responsabilità ed il calo delle statistiche.

Ma quando poi si inizia a giocare non c’è niente da fare, siamo al solito elemento ancestrale: non solo decide che partita sarà per gli avversari, ma lo decide anche per i compagni e per lo staff tecnico.
E tutti lasciano fare, solo perché lui è fatto così.

Si rischia di diventare noiosi e ripetitivi, ma non può essere noioso e ripetitivo il tema per cui il più forte, avveniristico, totale, incommensurabile giocatore della storia di questo sport sia ancora a zeru tituli e rischi di rimanervi per le stesse ragioni del passato recente.

Io, Flavio e Federico (con evidenti distinzioni di credibilità ed autorevolezza) possiamo già sbilanciarci a Gennaio, così come abbiamo fatto regolarmente nei 4 mesi che anticipavano l’arrivo dei playoff di Cleveland: Miami non ha un attacco che vince il titolo.

Non chiamano nulla, non muovono la difesa, non generano buoni tiri, alternano attacchi dinamici ad attacchi statici, vivono nei finali di isolamenti rendendo LeBron più normale (menzione d’onore nella notte di New York per Shawne Williams).

Vincono contro le piccole, e ci mancherebbe altro, perché sono straordinariamente forti; ma pur essendo certamente all’altezza nella propria metà campo anche in vista di Maggio e Giugno, non vinceranno il titolo a queste condizioni.
Una cosa è generare dalla difesa 4-5 possessi in campo aperto in regular season anche nell’ultimo quarto; tutt’altra è giocare 7-8 minuti decisivi a metà campo nelle paludose difese dei playoff.

Spoelstra non riesce ad introdurre quel tanto evocato sistema di continuità offensiva, ripercorrendo esattamente gli errori che portarono coach Mike Brown al fallimento in Ohio ed all’attuale oblio, semplicemente perché con Lebron non è possibile avere il sistema offensivo.

James accetterebbe il sistema solo se pensasse che lo porti a vincere, come hanno fatto faticosamente Michael e Kobe con il Triangolo di Jackson. Ma per il suo ego inestimabile e la sua forza inarrivabile, che nessuno meglio di lui conosce bene e da così tanto tempo, non può esistere qualcosa meglio di se stesso per arrivare alla vittoria.
Il sistema offensivo è lui.

LeBron era The Choosen One tre anni prima di essere scelto al draft. Era il Prescelto, è cresciuto come Prescelto, ha vissuto come Prescelto, pensa la pallacanestro da Prescelto, sarà sempre il Prescelto.

Michael e Kobe sono invece stati selezionati alla terza e tredicesima scelta dei rispettivi draft: vuol dire che per 14 franchigie esistevano 14 giocatori preferibili ai fuoriclasse più nitidi e vincenti degli ultimi 20 anni NBA.

I Bulls senza Jordan non hanno fatto pena, anzi hanno vinto solo due partite in meno; i Lakers senza Kobe non avrebbero fatto pena, così come sono tornati a vincere anche senza O’Neal.
Motivo? Erano un sistema, con giocatori che riconoscevano il sistema e con un coach che metteva il sistema in testa ad ogni priorità, affidandosi ad esso non solo per sopperire all’assenza del singolo, ma anche e soprattutto per esaltarlo nel modo più efficiente.

I Cavaliers senza James invece fanno pena, sono il vuoto cosmico, lo zero assoluto, sono annientati.
Motivo? Erano LeBron, con giocatori e coach che sapevano di poter solo affidarsi a lui per vincere ed avere un senso, con l’esaltazione del singolo come unico mezzo per esaltare tutti gli altri.

Poco importa ora avere a fianco Wade e Bosh, anche perché è Dwyane in primis a preconizzare inconsapevolmente il possibile fallimento, avallando il manifesto programmatico della Monarchia:

Non ci interessa vincere di squadra, come fanno per esempio i Celtics; noi vinciamo col talento individuale.

La cosa tuttavia paradossale è che queste parole, agghiaccianti se pronunciate da qualsiasi altro giocatore, dette da Dwyane reggono, perché solo lui negli ultimi 20 anni è riuscito a vincere un titolo caricandosi sulle spalle i compagni e smentendo la tassativa regola “sistema batte individuo”.
Dwyane può, sa come si fa, ce l’ha fatta, è credibile. LeBron no.

Ma caricarsi sulle spalle Haslem, Posey e quello che restava di Shaq, Payton, Jason Williams ed Antoine Walker fu possibile perché tutti loro in primis ne riconoscevano la superiore necessità.
Riuscirà Dwyane a convincere e fare lo stesso anche con LeBron?

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10 Comments to “System: impossible”

  1. Non esagererei con “quel che restava di Shaq”, tenderei a non che dimenticare che l’anno precedente era arrivato secondo dietro a Nash per l’MVP, e che pur non essendo lo spaccatutto di inizio millennio, era pure sempre uno da raddoppio fisso che spesso abusava a piacimento delle difese avversarie. E se Wade in quei famosi Playoff aveva tanto campo libero era anche perchè la difesa avversaria onorava ancora Shaq come un tempo.

    Su Miami attuale, tenderei ad assolvere in pieno il malcapitato Spoelstra, purtroppo per Miami la dichiarazione Shock di Wade si commenta da sola, vinceranno pure con il talento individuale, inranto stanotte hanno perso contro una NY neppure in serata eclatante al tiro, con il duo che ha totalmente ignorato il resto della squadra (Mike Miller solo 3 tiri in 20 minuti sembra uno scherzo), salvo pretendere che difendano come pazzi per loro. Equazione che non funziona in nessuno sport.

    Al momento questi Heat sono l’emblema della presunzione, e per loro la cosa più triste è che a livello di gioco sono gli stessi della Opening Night persa a Boston a ottobre, solo che nel frattempo le difese avversarie iniziano a conoscerli e li “parano” pure bene.

    Se gli togli il contropiede davanti a difesa schierata sono improponibili, quindi o Wade e LeBron si mettono a tirare con il 45% da tre o son dolori.

  2. D’accordo su tutta la linea tranne sulla riga: “il più forte, avveniristico, totale, incommensurabile giocatore della storia di questo sport”…

    A parte questo, il sistema vince sempre sull’individuo da che sport è sport, solo nel tennis vince il singolo..
    Io penso che ci voglia il Phil Jackson della situazione (che non esiste) per non farlo rimanere a zeru tituli..

  3. FD says:

    bel articolo curato bene ed interessante…però mettici anche del tuo..mezzo articolo sono le stesse parole fatte dal duo buffa tranquillo!ciao!

  4. simonpietro says:

    beh fd gerry lo ripete da tempo, come credo chiunque guardi il basket: F&F lo vedono prima e meglio e lo spiegano semplicemente in maniera superba.
    La dichiarazione di Wade è pazzesca, e non credo che sia così giustificata: Cuban direbbe di riguardare un attimo il numero di liberi concessi a Flash in quella serie, oltre al fatto che Dallas ha fatto un clamoroso harakiri, che non poteva opporre granchè contro Shaq (che ancora il gettone lo metteva) e che era una squadra immatura e inesperta per una finale.
    Mi verrebbe da rispondere: perchè allora il ragazzo con la lingua di fuori e quello fissato con la lingua del serpente, 2 accentratori di gioco di incredibile talento, hanno avuto bisogno di uno degli attacchi più democratici della pallacanestro contemporanea per vincere i vari titoli? Phil Jackson con quei 2 secondo me impazzirebbe: hanno un talento smisurato, ma il suo attacco, sui principi di Tex Winter, si basa sul “read-and-react”, ovvero sul reagire in base alle scelte della difesa. E quei 2 fanno tutto eccetto leggere le difese: anche i loro scarichi e i loro assist non sono frutto di comprensione del gioco, ma della loro superiore pallacanestro. Sarà anche vincente? Mah!
    Io ho una mia teoria: Lebron in 3 momenti della sua carriera ha dimostrato di poter portare da solo il titolo a Cleveland (gara 5 contro Detroit del 2007, gara 7 contro Boston del 2008 e la serie contro Orlando nel 2009). Quando ha provato a circondarsi di un adeguato cast l’anno scorso, non ce l’ha fatta: allora si è scelto i migliori compagni possibili, ma è troppo abituato a giocare come l’unico che può vincere. Basta guardare i 4 minuti finali di NYK-MIA: dopo il 4/21, 8 punti con 3/3 dal campo e tutti i palloni a lui.

  5. Stavrogin says:

    “Michael e Kobe sono invece stati selezionati alla terza e tredicesima scelta dei rispettivi draft: vuol dire che per 14 franchigie esistevano 14 giocatori preferibili ai fuoriclasse più nitidi e vincenti degli ultimi 20 anni NBA.”

    Ahem… Shaq vi saluta.

    Comunque, minuzie. L’articolo è molto bello e il concetto di fondo è molto molto sensato. Convincenti come sempre!

  6. Lukish says:

    Bellissimo pezzo.
    Ho visto la partita, non in italiano perchè sky non è ancora arrivato dalle parti di casa di mia, ma l’idea che mi son fatto è esattamente spiegata nell’articolo e da Buffa e Tranquillo.
    Questi Heat, così, non andranno da nessuna parte.

  7. Qoqqo says:

    Sono decisamente d’accordo e vedo nell’articolo un’ispirazione (qualcuno direbbe un pretesto) per introdurre un paio d’argomenti: il primo è P-Jax: moltissimi continuano a considerarlo solo un buon allenatore, per il fatto che non ha mai fatto chissà quali miracoli tattici durante partite disperate, e attribuiscono i suoi 11 (undici!) anelli all’aver allenato le squadre dove giocavano i dominatori degli ultimi vent’anni. Quindi Jackson avrebbe vinto così tanto solo perché c’erano MJ e Kobe, ma nessuno fa, posto che secondo me nessuna delle due parti ha ragione, il discorso contrario, probabilmente solo per un discorso di carisma, perché è un personaggio che o si odia o si ama. Per il Mamba è lo stesso, solo che lui ha dalla sua le statistiche. Semi-citando Stan Van Gundy, mi pare, «dietro tutte le stronzate zen che racconta ci sono solide idee da grande allenatore». Evidentemente, se Kobe & Michael hanno vinto solo con lui in panca, un motivo ci sarà, ed è quello che lui sa come far fruttare i talenti straripanti ed i rispettivi ego (anch’essi straripanti). “L’attacco delle pari opportunità”, come definito spregiativamente da Jordan nei primi tempi, sarà pure un’invenzione di Winter, ma è Jackson che non solo lo ha portato in NBA, ma ai massimi livelli di essa, e per insegnare la triangolo a gente come Devean George, Tyronne Lue, Glen Rice, tutti asini tatticamente (ho visto gli ultimi due in alcune partite del corso Del Harris, dal 96 al 99 più o meno, ed erano impressionantemente impresentabili, George gioca ancora, e non è un belvedere a livello di letture) ci vuole qualcosa di più del carisma e di qualche libro da leggere a casa. Altro discorso che volevo introdurre, che in realtà poco c’entra, è quello dell’istituzionalizzazione di alcuni giocatori. Ad esempio il fatto che Jordan sia stato il n° 1 lo rende tale sino a data da destinarsi, ma sicuramente il 90% della generazione che l’ha visto dal vivo dirà che non c’è (e non ci sarà, penserà) nessuno di paragonabile, così come dicevano del primo Jordan rispetto a Bird e Magic, ecc. ecc. Quelli che attaccano il mito sono antipatici, ancor di più se lo fanno dichiaratamente, e in questo Kobe e LeBron sono (stati) molto simili. Molte persone dimenticano che LeBron era antipatico a molti da prima della “decisione”, e anche da prima del draft 2003; “the decision” è stato per molti lover un tradimento e per molti hater un prestesto per dire “io l’avevo detto”. Stessa cosa per Bryant, e non solo. Ho letto da qualche parte che un giocatore di baseball, di cui ora il nome mi sfugge, a pochi fuoricampo dal battere il record nientepopodimenoche di Babe Ruth (!), venne fischiato per partite e partite dai tifosi, non solo avversari ma anche della sua squadra. Perché aveva attaccato il mito. Quando Durant infrangerà qualche decina di record (e lo farà) e si incomincerà a dire, timidamente “se continua così sarà tra i giocatori più dominanti di sempre, forse addirittura…”, tutti cominceranno a dare i numeri, nel vero senso della parola, su questo giocatore o su quello, o a togliere assurdi pretesti su “a quei tempi le cose erano diverse, erano più così e meno cosà”, ecc. ecc.

    Scusate per l’argomento tutt’altro che centrato, ma l’articolo era già perfetto così com’era ^^

  8. Qoqqo says:

    Rivedendolo mi scuso anche per lo sproloquio spropositato 😀

  9. jay jay okocha says:

    Ottimo pezzo, as usual, sono d’accordo con Leonardo quando si parla degli Heat 2006: gli agiografi di Wade giustamente menzionano le prodezze dell’allora giovane stella, ma a mio avviso quella squadra già da ottobre era una contender, forse in divenire per via degli equilibri tutti da costruire, ma comunque una contender. Shaq era distante solo 2-3 stagioni da quando faceva il bello e cattivo tempo, Antoin Walker era ancora un giocatore vero ( testa strana ma tanto talento), JWill e Payton come titolare e back-up erano forse il meglio possibile in termini di talento ed esperienza fra le Pg pass-first, ideali per affiancare Wade senza togliergli spazio e palloni. Senza parlare di Posey, Haslem, gregari di lusso, e un Alonzo Mourning che come back-up di Shaq era quasi sprecato, pur essendo a fine carriera.

  10. La mia sul Phil Jackson : un grande allenatore non il più grande però.

    Semplici i motivi, i suoi credo cestistici in pratica li ha presi da Tex Winter, e perchè sostanzialmente è arrivato in squadre già fatte a livello di scelte, voglio dire Auerbach (il numero 1 senza dubbio) le squadre se le è costruite da zero, Riley dopo LA, ha portato i Knicks in finale con gente che non valeva una mazza, giocando un basket diametralmente opposto a quello di LA, e poi a Miami (non dimentichiamoci che se nel 2000 non salta fuori il problema al rene per Zo Mourning gli Heat erano da titolo e ad est avrebbero fatto il vuoto quasi sicuramente) ha costruite per ben due volte squadre con scelte sue. Jacksocn invece ha preso i Bulls già fatti a livello di scelte, è andato a LA con Shaq al top e Kobe in rampa di lancio, e poi si è trovato Gasol per le mani quando non riusciva più a gestire Kobe che era arrivato ad un soffio dai Bulls (bastava che accettassero di cedere Deng).

    La sua bravura è stata sicuramente quella di far accettare un sistema come il triangolo odiato dalle grandi stelle a gente come Jordan Shaq e Kobe.

    Per me a livello di coach ammesso si possano paragonare coach di ere così diverse, metto Auerbach davanti a Riley e poi Jackson !

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