Le conosci le regole, Uncino.
Un bravo capitano affonda sempre con la sua nave.

L'esempio di John Stockton.

Peter Pan era un sognatore e un idealista.
In questo senso, una figura poco popolare nella moderna NBA e non solo per gli atleti dell’ultima generazione.

Karl Malone è stato il primo a farmi pensare. Un atleta che ha legato tutta la sua carriera agonistica alla stessa squadra, anima e corpo, può salutare tutti e andare a provare a vincere altrove? Almeno una volta, prima che sia troppo tardi?
Conclusi che sì, era legittimo.

Il destino però aveva deciso che per il Postino non ci sarebbe stata gloria lontano dallo Utah. Anche per questo la differente scelta del compagno John Stockton conferisce al playmaker uscito da Gonzaga un fascino che è quasi superiore alla classe con cui ha guidato i suoi Jazz per diciannove anni e oltre milleseicento partite.

Sam Smith definì il riservato John Stockton uno dei protagonisti più noiosi da intervistare, ma anche uno che ha sempre lasciato che fosse il suo gioco a parlare per lui. John ha lottato per vincere e due volte si è arreso alle Finals, a due passi dal traguardo.

Poi semplicemente ha portato a termine la sua carriera, nella sua squadra.

La decisione di Stockton era anacronistica già nel 2003, figuriamoci se provassimo ad inserirla nei giorni del big-3, del big4 e dei super-team. Anni in cui i migliori professionisti della Lega si scelgono e scelgono pure dove darsi appuntamento per giocare assieme.
Salt Lake City aveva scelto Stockton e lui l’ha portata a sfidare i Bulls di Jordan, senza storcere il naso se il suo centro si chiamava Greg Ostertag.

Vincere è tutto, o è più importante come si raggiunge il successo?
Non ha ragione chi se n’è andato ed ha vinto, non ha torto chi ha cambiato maglia senza riuscirci e neppure chi è rimasto e non ha alcun anello sulle dita: Drexler, Malone, Stockton. Hanno fatto scelte diverse, nessuna sbagliata.

Ben diverse però da quelle di giocatori ancora lontani dall’apice della loro carriera, ma che hanno fretta di vincere. Ogni riferimento…

Are you still with us?

E così in questi giorni si parla tanto di Carmelo Anthony e della trade che entro il 24 febbraio lo porterà ai Nets. Non mi stupisce che Melo voglia lasciare il Colorado. Dopo le Western Finals del 2009 i Nuggets non sono riusciti a superare il primo turno pur con il fattore campo favorevole; quest’anno non tengono il passo delle migliori franchigie della costa Pacifica e le parole di George Karl (questi sono i Nuggets più forti della mia gestione) suonano come un bluff mal riuscito.

L’alternativa si chiama New Jersey, ma presto si scriverà Brooklyn. Melo tornerebbe a casa da vera star, pietra angolare dei nuovi Nets. Magari anche con un’estensione contrattuale che gli farebbe schivare i rischi di essere free-agent la prossima estate con un nuovo CBA all’insegna della recessione. Troverebbe già un buon centro in Brook Lopez e la corte per convincere l’amico Chris Paul a raggiungerlo è già iniziata.
Tutto torna, perfettamente in sintonia con i tempi.

Quel che mi sorprende piacevolmente è la reazione di Chauncey Billups.
Big Shot è nato a Denver, dove è stato una star a livello di high school prima e al college poi. Un avvio sottotono in NBA e diversi cambi di maglia, prima di approdare a Detroit e guidare i Pistons al titolo. Da leader, da MVP delle Finals.

Ma alla prima occasione è tornato nella sua Denver, per restarci. Anche se ora ha una squadra che viaggia attorno al 60% di vittorie, nonostante un paio di assenze pesanti nel roster, tra pochi giorni potrebbe essere leader di una squadra attrezzata a mala pena per conservare un posto nel tabellone. Chauncey ha 34 anni e sa che in Colorado, senza Anthony, non avrà più l’occasione di guidare una potenziale contender.

Ho parlato con lui dopo l’allenamento e mi ha espresso questo pensiero. Lui non vuole andare da nessuna parte. Anche se ci trovassimo in piena ricostruzione, lui preferirebbe restare a Denver.

Le parole sono dell’agente della point guard, inserita suo malgrado nella trade che lo spedirebbe con Melo alla corte di Avery Johnson.

In controtendenza non c’è solo Billups. C’è anche un altro playmaker che porta avanti da anni una scelta coraggiosa e che come Stockton è diventato uno dei migliori cestisti della Lega a fronte di un fisico non all’altezza degli atleti con cui si deve confrontare: Steve Nash.

Cambiano i compagni, ma lui punta sempre l'indice.

Anche il canadese due volte MVP della regular season è alla guida di una franchigia che ha abbandonato ogni sogno di gloria. Tra un mese compirà 37 anni e neppure il più invasato fan di Vince Carter può credere che questi Suns abbiano chances di fare strada in post-season. Personalmente ritengo serva un vero atto di fede anche solo per aspettarsi di vedere Phoenix tra le qualificate ai playoff.

Un anno fa pensavo sarebbero finiti dritti dritti in zona lottery, ma non avevo fatto i conti con Steve ed il suo love for the game: è assolutamente, irrimediabilmente contagioso!

Bastava guardarlo giocare per capire: lui ci credeva davvero, sempre. E la squadra lo seguiva. Hanno giocato bene quasi come quando in panchina c’era il coach con i Baffi, ed hanno pure difeso meglio. Ancora una volta i suoi Suns hanno disputato le finali di Conference. Un piccolo miracolo.

Ma il graduale smantellamento del roster competitivo di qualche anno fa ha trovato nell’addio estivo di Stoudemire la mazzata definitiva.

Al contrario di Billups, Nash non ha in bacheca l’anello che spetta ai campioni NBA ed è anzi un paradosso che proprio lui possa vantare dei titoli individuali e non di squadra. Eppure ancora oggi Steve non chiede di essere ceduto. Ancora oggi le dichiarazioni del canadese sono tutte per la sua squadra e come migliorare per poter tornare competitivi ai massimi livelli.

Da grande tifoso di Nash mi auguro di vederlo in campo in una serie con in palio il titolo di campioni NBA, e questo non può accadere in Arizona.

Ma se dovesse decidere di restare, e se il management decidesse di accontentarlo, non potrei che applaudire la scelta del capitano che affonda con la sua nave.

Nella NBA di LeBron James, seguire l’esempio di John Stockton sarebbe raro e prezioso.

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7 Comments to “Capitani coraggiosi”

  1. Bellissimo articolo. Sottoscrivo tutto quello che ho letto. Complimenti.

  2. Francesco says:

    d’accordo su tutto. il romanticismo nello sport ormai è merce rara ma qualcuno ci prova ancora..

  3. mirco di uboldo says:

    bellissimo articolo, complimenti. anch’io sono un fan di steve nash, è uno dei pochi fenomeni veri che abbia visto, un vero fuoriclasse, però c’è da dire che se finisse la carriera come play al minimo salariale ai lakers, per cercare di vincere un titolo, a me non dispiacerebbe semplicemente perchè se lo meriterebbe, poi magari andrebbe a finire come per karl malone, però sapere che steve nash non ha mai vinto un anello… mamma mia che effetto strano che mi fa…

  4. […] This post was mentioned on Twitter by Andrea Gandino. Andrea Gandino said: RT @multarimarco: Capitani coraggiosi: http://wegotgame.playitusa.com/?p=4103 […]

  5. Stavrogin says:

    Grande articolo, chapeau.
    Chapeau anche a Stockton, e… Quanti di noi durante quella Gara 6 del 1998 hanno sperato tanto che il suo tiro da tre a 1 secondo dalla sirena entrasse? Io di sicuro.

  6. Articolo Meraviglioso.
    Ah, io di certo non speravo che quel tiro entrasse però 🙂

  7. Mike says:

    bentornato Mookie, bel pezzo.

    rispondo sull’argomento e nello specifico a mirco di uboldo:

    non sono stato favorevole alla “decisione” di James e non lo sono neanche per la scelta di tanti ex-allstar che a fine carriera sono andati e ancora vanno o andranno a recitare il ruolo della comparsa o, nel migliore dei casi, del supporting cast, soltanto per raggiungere quell’anello che da leader legittimi della propria squadra non hanno mai raggiunto.

    patetico è stato Malone che non aveva affatto bisogno di rincorrere il titolo da terzo violino ai Lakers, come patetico sarebbe Nash lontano da Phoenix soltanto per tentare da spalla l’assalto a quel titolo che ancora gli manca. perché la grandezza di questi giocatori prescinde dall’aver vinto o meno un titolo, che non aggiungerebbe nulla alla loro carriera se raggiunto da comparsa.

    l’esempio più fulgido è quello di Gary Payton: pensate che il tentativo fallito a LA o quello riuscito a Miami di raggiungere l’anello abbiano aggiunto qualcosa alla sua carriera? il Payton superstar nasce e finisce a Seattle: tutto ciò che è venuto dopo è stato un di più.

    per chi ha fatto, in grande o nel suo piccolo, la storia di questo gioco, è importante vincere un titolo da protagonista e non da comprimario. un esempio possono esserlo le parole di delusione di Jerry West quando nella sua Los Angeles vinse il titolo, dopo anni e anni di tentativi, giocando il peggior basket mai giocato in un decennio di Finals e sentendosi non fondamentale alla causa (con 19,8 punti e 8,8 assist a partita).

    “I played terrible basketball in the Finals, and we won. It was particularly frustrating because I was playing so poorly that the team overcame me. Maybe that’s what a team is all about.”

    http://confortevolmenteinsensibile.blogspot.com/

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