Regular season: che noia che barba, che barba che noia.

L'erede osserva ed impara dal maestro.

L'erede osserva ed impara dal maestro.

Si dice che nella NBA si giochi troppo.
Sicuramente sarebbe stato d’accordo con questo adagio Robert Horry, primatista indiscusso durante le 82 partite di stagione regolare di un sano e consapevole letargo, in costante e direttamente proporzionale diminuzione all’avvicinarsi delle partite ad eliminazione diretta.

Doveroso allora dedicare a lui il premio per lo scansafatiche in regular season che diventa poi un fattore in post season.

Quattro sono gli elementi riscontrabili e necessari per entrare in nomination:
– far parte di una squadra che sicuramente farà i playoff, quando non proprio di una contender consolidata;
– lasciar fare ai compagni giocando (o direttamente non giocando) al risparmio o al di sotto del potenziale in stagione regolare;
– elevare il proprio livello di gioco per rendimento e soprattutto per capacità di essere decisivo ai playoff;
– essere veterano.

Courtside countdown

10 – Joe Smith (Atlanta)
Non lo immaginavo così poco utilizzato. Ha dimezzato il minutaggio consueto, anche perché è difficile mettere a sedere il suo scatenato omonimo Josh ed Horford, tanto più se i due presunti sottodimensionati portano gli Hawks al 75% di vittorie. Ma attenzione all’esperienza ed all’attitudine dalla panchina di questo signore quando sarà primavera. Encomiabile l’umiltà di Joe nel riciclarsi da talento e prima scelta assoluta a giocatore di ruolo e veterano rispettato in spogliatoio.

9 – Steve Nash (Phoenix)
Presenza che suona incomprensibile, eppure già da qualche anno il futuro azionista del Tottenham seleziona i contatti, come sottolineato anche da Federico Buffa: “Questo no, questo no, ancora no, anche questo no”. Ed è il primo caso di giocatore che si gestisce migliorando esponenzialmente le proprie statistiche a 35 anni; inutile dire poi quale sia l’effetto su quelle dei compagni e sul record di squadra se gli viene data carta bianca. Che la signora Amarilla ce lo conservi!

8 – Manu Ginobili (San Antonio)
E’ la grande minaccia che si aggira nella Western Conference e forse l’unico realmente in grado di disturbare i sonni beati da campione in carica di Kobe Bryant. Sulla sua importanza per gli Spurs mi sono già dilungato qualche giorno fa, non è un caso che faccia parte del miglior contesto possibile per elevare a scienza esatta l’arte del gestirsi durante l’anno.

7 – Shawn Marion (Dallas)
Non vorrei azzardare troppo, ma più che gestione in funzione dei playoff qui in realtà abbiamo a che fare con i primi segni evidenti del calo fisico di un ragazzo che ha sempre fatto dell’atletismo il primo motore immobile del suo gioco. Avere nei paraggi Kidd gli assicura ancora alley-oop in quantità ed i soliti canestri in movimento, ma il miglior Marion sarà solo un ricordo di filmati amarcord in maglia Suns?

6 – Ron Artest (Los Angeles Lakers)
Una delle presenze più scontate. Ron Ron si è infatti calato nei nuovi panni Hollywoodiani facendo contenti tutti, raggiungendo ampiamente il minimo sindacale (pur sempre determinante) per difesa ed intangibles ma vedendo ogni sua cifra regredire come ai tempi da giovinotto a Chicago, tranne una: gli assist. Siamo quindi in modalità ecumenica, che è esattamente tutto quello che serve a Kobe e coach Zen per tornare a mostrare gli anelli durante l’estate.

5 – Antonio McDyess (San Antonio)
Gregg Popovich si porta il cartello work in progress anche sotto la doccia, ma su un fatto può contare senza problemi: Totò c’è e soprattutto ci sarà quando una sportellata a rimbalzo o un blocco ben portato possono voler dire passaggio del turno. Il coach già sa cosa può ricevere e non ha nemmeno bisogno di coinvolgerlo in esperimenti, ma sta testando tutte le soluzioni possibili con il resto del materiale a disposizione.

4 – Shaquille O’Neal (Cleveland)
Sponsorizza esposizioni d’arte dai titoli ambigui e discutibili, bussa alla porta di tutti gli uffici delle contee dell’Ohio con il cartello “offresi vice-sceriffo”, prepara qualche sfizio da togliersi all’All Star Game, anche solo da spettatore. Vista la brutta piega presa dai suoi fragili eredi big-men, talvolta anche con 15 anni in meno, difficile biasimarlo. Ragionier LeBron, per ora vadi lei, che poi la raggiungo. Come faremo senza di lui?

3 – Derek Fisher (Los Angeles Lakers)
The Fish ha smesso di tirare (e quindi di segnare: 3.2 punti in meno dell’anno scorso), tanto tutti (soprattutto dalle parti di Disney World) hanno ancora davanti agli occhi il suo perfido e compiaciuto ghigno dopo l’ennesimo capolavoro decisivo nelle Finals della sua carriera. Pancia piena e vita di rendita? Non rientra proprio nel personaggio. Vietato concedergli 2 metri di spazio dopo Aprile se il cronometro segna meno di un minuto alla fine.

2 – Mike Bibby (Atlanta)
Caduta libera: 6 minuti e 5 punti in meno a partita, eppure gioca nella stessa squadra, con gli stessi compagni ed ha solo da poco superato i 30 anni. Aveva dichiarato di volersi prendere meno tiri e di mettersi al servizio del gruppo, ma così forse esagera. Va detto che la chimica di Atlanta funziona alla grande grazie all’effetto Crawford, quindi ben venga questa nuova versione dell’ex Sacramento ed occhio al valore delle sue 69 gare di playoff per i meno esperti falchetti.

1 – Rasheed Wallace (Boston)
Erede! Erede! E’ in fuga senza freni nella corsa per ricevere il testimone direttamente dalla mano di Big Shot Rob. Ha fatto a lungo dannare coach Rivers che gli chiedeva ben differenti selezioni di tiro nel ruolo da sesto uomo a lui poco aderente. Per altro ad onor del vero i flussi lunari condizionano le sue prestazioni da quando era al college, quindi era difficile aspettarsi qualcosa di molto diverso. Garanzia, anche di successo.

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