A livello statistico, è agli atti: nella NBA è giunto all’apice un ricambio generazionale.

Non solo i veterani con più di 10 anni di carriera, ma anche i nati prima del 1986 e scelti nei draft tra il 2003 ed il 2005 stanno subendo l’assalto o sono ormai soppiantati da una folgorante nuova generazione.

Kevin Durant (1988) è già dall’anno scorso il top scorer della lega, ma quest’anno si è affacciata o consolidata nella top 30 dei migliori realizzatori una quantità clamorosa di under 25:

6° Derrick Rose con 24.9 punti a sera (era 14° l’anno scorso con 20.8)
7° Eric Gordon 24.3 (47°, 16.9)
9° Russell Westbrook 23.7 (57°, 16.1)
13° Michael Beasley 21.8 (73°, 14.8)
15° Rudy Gay 21.5 (25°, 19.5)
18° Stephen Curry 21.2 (41°, 17.5)
23° Blake Griffin 20.2 (-)
25° Kevin Love 20.0 (81°, 14.0)
30° Brandon Jennings 18.3 (63°, 15.5)

Manca all’appello l’appannato Tyreke Evans, costretto a districarsi in uno dei più delicati gulag dell’attuale NBA non senza qualche sintomo di rigetto a livello personale anche extra basket, e sta prendendo le misure John Wall (45° con 17.0), ma il rinnovo dei piani alti del ranking è certificato.

Escono infatti dalla top 30:

34° Chris Bosh (era 9°)
36° Brandon Roy (16°)
38° Carlos Boozer (24°)
47° Gilbert Arenas (11°)
53° Aaron Brooks (23°)
71° Chauncey Billups (23°)
72° David Lee (18°)
93° Corey Maggette (20°)
94° Antawn Jamison (27°)
135° Chris Kaman (30°)

Minimo comune denominatore? Tutti nati prima del 1986.

Nella graduatoria dei rimbalzi imperversa Kevin Love (1988), con un immaginifico Blake Griffin (1989) nel gruppo degli inseguitori alla suggestiva media di 11.8 a sera, dopo 20 partite nella lega.

L’ex Ucla guida anche il ranking delle doppie doppie, con Griffin al secondo posto, Westbrook al sesto ed Horford all’ottavo.

La classifica degli assist vede Rondo (1986) in fuga come Coppi a Pinerolo con un rassicurante vantaggio (3.7) sul secondo. Nelle prime 9 posizioni figurano Wall, Westbrook e Rose e si affacciano nei 15 anche Holiday (1990!) e Conley.

Nei recuperi l’assalto a Chris Paul è portato da Wall, Curry, Conley, Rondo e Westbrook, tutti schierati in scia del play di New Orleans.

Il dato più inquietante riguarda però la speciale classifica tanto cara ai fantagiocatori, ovvero la somma tra punti, rimbalzi e assist, con prime quattro posizioni così delineate:

1. Russell Westbrook
2. Kevin Love
3. Derrick Rose
4. Kevin Durant

Uno stravolgimento rispetto a soli due anni fa:

1. LeBron James
2. Dwyane Wade
3. Chris Paul
4. Kobe Bryant
5. Dirk Nowitzki
6. Dwight Howard

La conclusione apparirebbe scontata: largo ai giovani, la lega è nelle loro mani.

Neanche per sogno!

Di tutti i nati dopo il 1986 citati in queste righe, solo Rondo e Rose fanno parte al momento di una delle 10 squadre col miglior record ed hanno reali possibilità di giocare la finale NBA, per altro il primo con una pletora di veterani attorno a lui.

E’ un inevitabile percorso anagrafico e gerarchico che si ripete da sempre nella NBA, più che in qualsiasi altro sport: l’impatto reale dei più giovani e la loro effettiva possibilità di incidere ai vertici è nettamente inferiore al dato apparente delle statistiche individuali.

Persino Domineddio con la maglia numero 23 ha dovuto sottostare a questa regola non scritta: nel 1987 fece registrare la media punti più alta (37.1) della sua decorosa carriera, ma i Bulls ebbero record perdente e non arrivarono ai playoff.

Basta mettere in relazione grafica l’età media dei roster NBA con il numero di vittorie di ogni squadra, per avere un dato visivo che fa Cassazione:


Sull’asse orizzontale (x) c’è l’età media; sull’asse verticale (y) la percentuale di vittorie. Gli assi evidenziati che creano i quattro quadranti sono i valori medi.

La disposizione dei team è quasi perfettamente in diagonale, evidenziando una tendenza oggettiva: le squadre più esperte vincono, le squadre più giovani perdono.

Nel quadrante in alto a destra (esperti e vincenti) si trovano le 6 squadre col miglior record e 10 delle prime 13.
Nel quadrante in basso a sinistra (giovani e perdenti) si trovano le 11 squadre col peggior record.

Gli unici nel quadrante “esperti-perdenti” sono i poveri Bobcats, con Phoenix e Detroit pericolosamente borderline, mentre Oklahoma City, New York, Indiana e New Orleans hanno preso il posto di Portland e Memphis come progetti giovani più a buon punto nella lega, ben al di sotto dell’età media ma con un record positivo.

Ad ulteriore dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che il basket è uno sport di squadra e che le statistiche individuali, per quanto affascinanti ed importanti, descrivono una realtà che merita almeno di essere ponderata se non proprio ridimensionata da indicatori collettivi.
I punti e le statistiche si pesano, non si contano.

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6 Comments to “Giovani, carini.. e perdenti”

  1. Bro says:

    Sono tornati i grafici di Gerry, siamo tutti in pericolo.
    Nessuno escluso!

    😀

  2. simonpietro says:

    purtroppo bro gli infortuni dell’altro innamoramento di gerry (KD) lo “costringono” a rimpiazzare su dei grafici sempre piacevoli da vedere, anche se l’età media dei roster NBA è influenzata da 13esimi e 14esimi giocatori inutili come un 2 di bastoni, forse bisognerebbe considerare l’età solo dei giocatori “della rotazione”, che so i primi 10 per minutaggio, o quelli con + di 10 min di media a partita.
    Eh Gerry, è lo stesso discorso che facevi dopo le ultime finali di conference: ai PO (e in questo primo quarto di stagione anche in RS) vince chi è più abituato a giocare certi tipi di partite. O sei un giovane mai stato giovane (Duncan) o sei circondato da super veterani (Rondo, Wade), oppure non si vince. Si gioca bene, anche meglio, ma non si vince

  3. brian says:

    Ciao, vi segue sempre con molto interesse perchè i vostri articoli non sono mia banali. Anche questo non fa eccezione! Vi propongo però un’altra chiave di lettura del grafico che avete presentato: quella statistica potrebbe anche avere 2 bias importanti che si chiamano draft e luxory tax. Mi spiego: da un lato più vinci più le scelte giovani che fai al draft sono da D-league o da trade, ergo; dall’altro più ti puoi permettere di sforare la LT più tendi ad acquisire giocatori esperti (leggi FA). Le due eccezioni notevoli sono Charlotte, che però esiste solo dal 2004 per cui è dura avere un roster molto giovane e OKC che è la vera dimostrazione di come dovrebbe funzionare (bene!) il meccanismo del draft. Dico dovrebbe perchè occorre azzeccare tutte o quasi le scelte affinchè il giochino del ricambio di squadra funzioni…

  4. Gerry says:

    😀 Ed è solo un antipasto, giusto per riabituarvi ai grafici.

    Ciao brian, ineccepibili le tue chiavi di lettura.
    A me premeva solo dimostrare che, per quanto fare 20 e passa punti nella NBA non sia mai facile, farlo predicando nel deserto di team che viaggiano al 20% di vittoria ha un peso specifico inferiore all’apparente dato assoluto.

    Il motivo di quella distribuzione così direttamente proporzionale tra età media e vittoria risiede anche e soprattutto nel meccanismo stesso della NBA, che dovrebbe teoricamente e formalmente renderla la lega professionistica più democratica del mondo con gli aspetti che hai descritto, dando a tutti ciclicamente l’occasione per arrivare al vertice.

    Meccanismo che tuttavia non funziona come dovrebbe quando le squadre “giovani e perdenti” non riescono ad essere competitive non per demeriti propri (scelte azzeccate, come sottolinei), ma per una sudditanza mediatica ed economica che porta alla concentrazione di campioni in mini dream team pur di arrivare all’anello, con rinuncia ad offerte anche migliori di piazze inferiori.

    Non è un caso che sia uno dei temi della selvaggia discussione contrattuale in corso, ci sarà modo di parlarne.

  5. brian says:

    Se ti riferisci all’Heat-style purtroppo hai ragione. Penso anche che 30 team in NBA siano davvero troppi (la questione del talento diluito) e forse con un taglio di franchigie ne beneficerebbe tutto lo show-biz. Ad OKC i tempi duri stanno per arrivare: esauriti i contratti da rookie, voglio vedere come Presti li ri-firma tutti senza che qualcuno dei Durant-boys ceda alla sudditanza economica altrui. Con l’hard cap la ciclicità sarebbe più realizzabile. Comunque la cosa che mi rode del tuo grafico è vedere che, tolta Miami per come è stata costruita, 9 delle 10 squadre in alto a destra sono quelle con i monte salari più alti. Chi manca all’appello? I miei amati 76ers, 8° nella classifica dei team più “ricchi” ma in basso a sinistra nel grafico. Questo perchè hanno fatto errori “mortali” in questa NBA: contrattoni a all-star in calo ed infortunate (Brand) e a ottimi giocatori che però non avevano ancora dimostrato nulla (Dalembert prima e Iguodala poi).

  6. Mike says:

    non era assolutamente questo il post che le avevo detto di fare.
    sì, lo so che non scrive su richiesta (anche se io per lei l’ho fatto) ma mi divertirò a sbugiardarla lettera per lettera. dopo le feste.

    per il momento bastino tanti auguri di buon Natale a entrambi tutti e due (cit.)

    http://confortevolmenteinsensibile.blogspot.com/

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