…continua da Most Improved Player 2010: nomination (Part.1)

Preparati a finire nel cesto.

Preparati a finire nel cesto.

3) Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…

Sottotitolo: forse arriviamo, scusate il ritardo. Sono i giocatori a lungo rimasti nel limbo che solo ora mandano segnali confortanti per quanto ancora indecifrabili.

Marco Belinelli (Toronto)
Siamo pur sempre italiani, quindi un posticino anche al terzo portacolori andava trovato. Ma tra un Jack con le marce basse, un Antoine Wright sotto il par ed un DeRozan ancora da svezzare, nei Raptors all’arrembaggio coach Triano si sta accorgendo che se c’è da metterla dentro questo qui non si tira certo indietro. Marco fa ancora prevalere troppo gli istinti sulla disciplina, ma questo è il suo basket decontratto che può renderlo un fattore dalla panchina.

Andray Blatche (Washington)
Se ne parla dal 2006 come di una promessa pronta ad esplodere, ma sembra avere un antidetonante incorporato che non gli permette il botto definitivo. L’infortunio di Jamison gli ha offerto la grande occasione e come al solito lui mette insieme punti e rimbalzi con alti e bassi sorprendenti. Quando si parlerà di lui come di una certezza e di un giocatore NBA affidabile e continuo? Il bello è che ha solo 23 anni…

Corey Brewer (Minnesota)
Beneficiato dalla nuova moda delle ali piccoli rivisitate in guardie, dopo i primi due anni macchiati da mille difficoltà ha trovato autorità in quintetto e continuità in campo. Tra lunghi malmessi fisicamente e tanta gioventù che non aiuta mai nell’ultimo quarto e nelle occhiatacce alla classifica, Corey può essere una delle poche note liete dei barcollanti Wolves.

Channing Frye (Phoenix)
Che sapesse tirare, lo sapevamo. Che a Phoenix potesse trovare minuti ed incrementare le sue cifre, pure. Che però riuscisse a viaggiare col 45% da tre punti e circa 6 tentativi a partita, onestamente non l’avevo messo in agenda. Aveva realizzato 20 canestri dalla lunga distanza in quattro anni di carriera; ne ha messi a segno 32 in undici partite con Nash. O Canada, we stand on guard for th(r)ee.

Carl Landry (Houston)
15 punti a partita, 55% dal campo ed 89% ai liberi: si sapeva che i Rockets vedovi di Yao avrebbero dovuto attingere dalla sua energia dalla panchina, ma Carl sta facendo davvero le cose in grande e pone una seria candidatura al titolo di sesto uomo dell’anno. Un plauso va anche a Re Mida Adelman che mi permette di inserire nelle nomination ben 4 giocatori di Houston e si permette di avere un record positivo contro ogni pronostico. Non penso proprio sia un caso.

Louis Williams (Philadelphia)
Viaggia col bollino non sono un play e non so cosa diventerò praticamente da quando ha iniziato ad indossare i calzettoni, rappresentando al meglio la potentissima lobby delle ibride combo guard che ha nel suo omonimo Mo un termine di riferimento azzeccato. Coach Jordan gli ha affidato le chiavi della sua Princeton Offense riveduta e corretta, Gigi ancora non sta facendo decollare squadra, compagni e difesa individuale come riesce viceversa con le sue statistiche.

Un candelotto di dinamite: Will Bynum.

Un candelotto di dinamite: Will Bynum.

4) Carneade, chi era costui?

Sono i meno noti al grande pubblico (ma spesso icone in Europa o idoli locali) che per le più svariate ragioni si trovano ora catapultati con decoroso successo nella lega; spesso si nascondono qui le storie personali più affascinanti del sottobosco NBA.

Arron Afflalo (Denver)
Un’istituzione del college basket (UCLA nel dettaglio), sa di giocarsi quest’anno una grande occasione in quel di Denver – anche con JR Smith rientrato dalla squalifica – perché è esattamente quello che serve ad un reparto piccoli con spiccata vocazione offensiva. Arron non sarà mai giudicabile dai numeri in quanto soprattutto specialista difensivo ed educato collezionista di intangibles, ma è la pedina su cui punterà coach Karl in primavera per fermare uno discreto col numero 24 e predisposizione agli anelli.

Will Bynum (Detroit)
Compatto, piccolo, pasticcione, tendenzialmente sgraziato, a modo suo efficace, certamente esplosivo: io ero rimasto qui, ovvero alla versione europea in quel di Tel Aviv. Ora i Pistons non possono fare a meno della sua energia dalla panchina e coach Kuester lo cavalca nel quintetto tascabile con Gordon e Stuckey. Pensare che dodici mesi fa era quasi fatta con la Virtus Bologna…

Chuck Hayes (Houston)
Lesa maestà! Inserire un califfo del gioco come Chuck tra i carneadi merita attenzione del codice penale. Brutto, disarmonico, non esattamente una minaccia palla in mano, ma nessuno riesce a stare più vicino di lui all’attaccante senza far fallo. Sfido chiunque a non amarlo, anche se la sua collocazione ideale è ovviamente nei migliori quintetti difensivi.

Ryan Hollins (Minnesota)
A qualcuno bastava dire corri Forrest! per ottenere una preziosissima borsa di studio al college; ad Hollins è sufficiente un zompa Ryan! per strappare un contratto NBA ed un senso in questa lega. Nella moria di Minnesota sotto le plance con Love e Jefferson dispersi, Hollins è l’unico salvagente a cui si aggrappa uno stralunato Kurt Rambis prima di ricorrere all’annegamento volontario (ovvero Pecherov, Cardinal e Jawai). Perdere dieci partite in fila è solo la naturale conseguenza.

Ersan Ilyasova (Milwaukee)
Tecnicamente andava inserito nella categoria dei sophomore, essendo alla sua seconda esperienza ai Bucks, preceduta però dal radioso intermezzo in quel di Barcellona che mi permette la licenza truffaldina. Se a quello strano soggetto di coach Skiles scocca la scintilla, tutto è possibile, come dimostrano le recenti esplosioni di Sessions, Mbah a Moute ed ovviamente il rutilante caso Jennings; perché Ersan a questo sport sa giocare eccome.

Dahntay Jones (Indiana)
Premesso che a Indiana sono quattro gatti, tra roster non profondissimo ed infortuni a scacchiera, il buon Dahntay si sta ritagliando uno stuzzicante profilo offensivo che era complicato intravedere nel suo scouting report fino al mese scorso. Ed i Pacers vincono pure. Umiltà, difesa ed un vistoso coefficiente carneade: ha tutto per entrarmi in simpatia. Reggerà a questi livelli?

Tanti, troppi nomi e nessuna garanzia che il vincitore finale sia in questo elenco. Ma d’altronde è esattamente quello che si chiede a questo premio, che racchiude tutta l’essenza ancestrale del gioco: migliorare il proprio livello oltre le attese degli osservatori.

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>