From Cavaliers vs Heat 90-118, del 2.12


La Quicken Loans Arena deserta a metà dell’ultimo quarto, esattamente come gara 5 contro Boston.

Il passaggio del Re.


Corsi e ricorsi: il ritorno del Re nelle macerie di Babilonia ha ricordato sinistramente la sua ultima apparizione casalinga in maglia Cavs, la sculacciata, 11 Maggio 2010, partita a senso unico per i Celtics.
Con l’unico reale comune denominatore dello scoramento per i tifosi di Cleveland, che non hanno nemmeno la scusa del traffico per defilarsi così in anticipo.

Quella gara 5 avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era, quella del LeBron lontano da casa sua e dal tempio pagano, forse a New York, forse a Chicago, magari a Los Angeles, non certo a Miami.

E’ cambiato invece solo il regno del Re ed il suo umore a fine gara, oltre alle facce dei cortigiani, ma non la sua collocazione gerarchica nell’organigramma della monarchia assoluta.

Anche quando in estate deridevamo la sua decisione, equiparandola a quella di un giocatore di ruolo che va ad aiutare i big a vincere, nessuno era realmente convinto che LeBron si facesse da parte per ricevere gli scarichi dei compagni o amenità simili, insensate per chi conosce l’uomo ed il giocatore.

Quando sei stato Re, è impossibile essere suddito, ma cerchi di ripristinare la monarchia ovunque ti trovi.

Mai tuttavia avrei immaginato di rivedere in questo primo mese NBA così tanti punti di contatto tra il James in maglia Cavs ed il James in maglia Heat.

E’ incredibile: persino Wade resta fermo a guardare il Re.
Sta al suo posto, aspetta il suo turno, anche da smarcato, magari in angolo, fermo, cercando di capire che intenzioni abbia LeBron. Ma non gioca con lui, gioca per lui.

Non è realmente così, ma agli occhi dell’osservatore Dwyane appare a sua volta intimidito da James, sembra qualcosa di più piccolo, esattamente come gli altri compagni, come gli avversari e ieri come gli ex compagni, in tutta la loro mediocrità.

Faccio mie le parole di Federico Buffa:

Insieme non riescono mai a giocare, vanno a turni e vanno solo in proprio, aspettano che l’altro abbia finito per poter partire col proprio momento. Con Wade seduto, LeBron si sente in dovere di fare di più; e lo fa, ma questo non è giocare di squadra per vincere ai playoff.
Dwyane resta solo a guardare il Re: ma come è possibile che James abbia così tanto impatto psicologico sui compagni?
E soprattutto: ma perché Spoelstra non implementa un attacco di continuità, una flex offense, un passing game con maggiore movimento di uomini e palla?
Sono troppo abituati a giocare per conto loro, a fermare la palla, ma non possono pensare che funzionino le stesse cose che facevi contro l’Angola per Team USA; questa è la NBA, tutti cercano e spesso sanno come fermarti.

La chiave, mai come per questa Miami, sarebbe la ricerca dell’identità e del sistema, capire chi siamo e dove andiamo.

Phil Jackson ovvia a questo problema dal principio con la Triangle Offense, che è una filosofia prima ancora che un sistema offensivo.
Doc Rivers ha trovato in Thibodeau l’uomo attorno al quale costruire la più affascinante organizzazione difensiva degli ultimi 10 anni NBA.
Popovich trae nel rigoroso sistema filo-militare l’origine dei suoi successi.

Spoelstra ora e Mike Brown prima, invece, hanno solo LeBron palla in mano. Non sai quel che fanno, non sai cosa eseguono, non li puoi ricordare e riconoscere per un determinato elemento. Li ricordi per il Re.

E’ suggestivo, apparentemente inspiegabile ed irrazionale, come lo stesso stupore dell’Avvocato tradisce; ma poiché non posso pensare che tutti i coach di LeBron siano degli stupidi che non cerchino il meglio dal proprio team, devo solo arrivare alla solita paradossale conclusione: James è troppo forte.

E’ allora odioso, ma necessario perché esemplificativo, riprendere pari pari le stesse parole che utilizzavo durante i playoff dei Cavs, anche quando Cleveland era ancora in corsa:

Nessuna squadra NBA (forse Miami a parte) dipende così tanto da un singolo giocatore, ma perché nessuna squadra ha un giocatore così forte in grado di scavare un divario tecnico, psicologico e mediatico così esteso tra sé ed il resto del mondo, solo vivendo la propria esistenza ancestrale di prescelto.

E’ andato a giocare proprio nell’altro caso analogo che proponevo di one-man-team, dipendente da un solo giocatore, ma si parla ancora solo di lui e la palla ce l’ha sempre solo lui.
Ed allora, alla Bonolis: m’arendo.

E’ la sintesi di un perdente, in grado di battere e dominare Mo Williams ed Antawn Jamison sia come compagni che come avversari, ma non di sconfiggere il proprio ego.

Se poi chi ha il ruolo di aiutarlo in questa battaglia è il sosia di Daniel Fonseca ed ha l’unica colpa di chiamarsi Spoelstra, preparatissimo quanto insignificante coach dal carisma troppo interlocutorio per non essere vittima sacrificale del Dio Pat Riley, siamo sempre al punto di partenza.

Ed al quinto posto in un Est in cui persino Toronto e questi Cavs (appaiati all’ottavo) parlano di playoff, anche se i tifosi di Cleveland non se ne sono accorti.
Perché nella prossima gara alla Quicken Loans, come potranno ben testimoniare, il Re non ci sarà più.

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6 Comments to “LeBron non passa più”

  1. doppok says:

    PIù che altro viene da chiedersi se LBJ accetterebbe di giocare dentro un sistema offensivo. Credo che Tex Winter gliene avrebbe dette di tutti i colori a questo punto della carriera. Perché è bravo, può essere il più forte, ma ha troppi specchi in casa secondo me…

    PS: complimenti per gli articoli, faccio parte di uno dei blog “concorrenti” e ti seguo sempre con molto piacere.

  2. simonpietro says:

    articolo spettacolo Gerry, per usare un termine tanto caro all’avvocato. Qualche mese fa su Play.it usa si parlava anche di una Dribble Drive Motion (stile Calipari se non sbaglio)… siccome ho poca confidenza con questa tattica e con l’NCAA tu che ne pensi?

  3. Francesco says:

    …amo questo blog, culturalmente, a livello di basket è una spanna sopra tutti gli altri che seguo (ottimi anche loro)…ma tra i loro articoli quotidiani che leggo con grande piacere c’è sempre l’attesa di entrare qui e trovare la chicca della giornata, che esce una volta ogni 3-4-5 giorni…

    cmq non potrei essere più d’accordo, james è praticamente onnipotente, fisico, tecnica, tipologie di attacco, potrebbe far tutto, da 3 al 5 al playmaker, al giocatore NFL allo scaricatore di porto, è qualcosa di molto sovrumano…ma non basta per vincere…anche io sono molto perplesso nel vedere un wade così depotenziato…è un sacrilegio vedere un giocatore che è tra i primi 4 della lega (bryant, lebron, wade, durant, non mi sento di fare classifiche tra questi) e fare il mo williams di turno…un giocatore che ha il potenziale per farne 30 a partita dominando comodamente ridotto alla quindicina di punti, ritmo scarso al tiro e semplicemente accantonato rispetto al Re

  4. Gerry says:

    Qualsiasi sistema offensivo più democratico che permetta a LeBron di passare dalla fase “a Deo rex, a rege lex” (diritto divino del Re di dettare legge) a quella “primus inter pares”, secondo me rappresenta un passo in avanti per Miami e per James stesso.

    La Dribble Drive Motion in questo senso (ma molto in astratto) potrebbe essere l’ibrido perfetto tra giusto risalto delle individualità e continuità offensiva: di fatto si tratta di una raffinata forma di penetra e scarica, ovviamente evoluta rispetto al mitico “5 fuori” che magari abbiamo vissuto all’epoca del minibasket, ma con concetti non molto difformi.

    Si sfruttano le doti uno contro uno e la capacità di battere il difensore del singolo, allargando il campo e lasciando libera l’area con almeno 3 giocatori oltre il perimetro ed al massimo un solo giocatore interno, bassissimo utilizzo di blocchi e giochi a due.

    Si deve leggere più che eseguire, perché in base a come la difesa prova o riesce a contenere il tuo tentativo di penetrazione devi reagire decidendo se coinvolgere con lo scarico o andare in fondo, ma tutto parte dal libero sfogo individuale di chi ha palla in mano.

    Il gioco di LeBron potrebbe quindi non essere stravolto ma venire inserito in un canovaccio in cui le spaziature ed i tempi del coinvolgimento sono pianificati invece che improvvisati.
    Potrebbe giocare a tutti gli effetti come una point guard che imposta ma attaccando costantemente e non tenendo palla ferma, esaltandosi come successo a Rose, Evans e Wall allenati da coach Calipari al college.

    New Jersey prima e Boston ora sono le due squadre che hanno adoperato questo sistema nella NBA, all’origine della grande crescita di Rondo; l’ex coach dei Nets Lawrence Frank è ora assistente di Rivers proprio come specialista per implementare quel sistema offensivo.

  5. john wallace says:

    articolo bellissimo….per james ci vorrebbe un allenatore alla mourinho…applicare un sistema di gioco….un larry brown lo vedrei benissimo…un talento come il suo ne nascono uno ogni ventanni…l unica cosa che gli manca e la capacita di leggere situazioni di gioco come fa kobe o come il grandissimo jordan…james pensa che con il suo talento possa fare tutto ma non e cosi, ha troppa fiducia nel suo talento e questa sua fiducia diventa un limite per il suo gioco e per il gioco della squadra

  6. Platini says:

    Ipotesi suggestiva e bell’articolo, ma forse è un pò presto per fare dei commenti su un sistema di gioco ancora tutto da creare, troppo talento per credere che questi non riusciranno a trovare i giusti equilibri, ma la cosa sicura, e l’ho pensato da subito, è che dal famigerato passaggio di Lebron a Miami sarà Wade a perderci e tanto, in termini di statistiche in primis, di immagine e di credibilità. Continuo a pensare, e non riesco a farmene una ragione, che l’NBA tutta abbia perso molto a causa della strana scelta di James e spero in cuor mio che non riescano ad arrivare a vincere l’anello, in modo da far capire a tutti i futuri campioni che non basta mettere insieme tre stelle per arrivare in fondo, ma che ci vuole(vorrebbe) molta strada e fatica, aggiungendo pezzi e maturando anno dopo anno, cosa che Lebron a rinunciato a fare in quel di Cleveland, ma che gente come Jordan, giusto uno a caso, è riuscita fare con immensa soddisfazione sua e di tutta una città. Se uno talento immenso come Lebron non ha avuto questa pazienza é un vero peccato, ma spero non avrà vita facile, cestisticamente parlando, neanche a Miami.

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