Da un rapido sguardo alla classifica, c’è una squadra delle 30 di cui nessuno parla ma che in questo primo mese NBA mi ha sorpreso più di altre e si trova in una posizione non pronosticabile.

Indiana got pace.


Mai avrei pensato ad inizio stagione che Indiana potesse assumere al rango di credibile candidata ai playoff, per quanto ad Est dopo le 4-5 grandi ci sia francamente uno storico vuoto di sceneggiatura colmabile un po’ da chiunque a turno.

Nessuno puntava su di loro e nessuno tuttora si è accorto di loro; forse i più distratti nemmeno hanno la certezza che l’allenatore sia ancora Jim O’Brien; lo stesso pubblico della Conseco Fieldhouse, tra i più innamorati del gioco negli States, li snobba platealmente lasciando ampi spazi vuoti sugli spalti.

Eppure questi Pacers vincono, almeno per il momento.

Il coach, ebbene sì, è ancora O’Brien. Un tipo strano, Pitiniano fino al midollo, ha portato una non certo eclatante edizione dei Celtics a due tiri liberi di Pierce dalla finale NBA, ha fatto una gavetta interminabile al college, è stimatissimo oltreoceano ed apprezzato anche per i suoi numerosi interventi in qualità di analyst.

Perde con discreta regolarità da qualche anno, ma le sue squadre hanno identità anche nelle sconfitte e sono riconoscibili per quell’abuso del tiro da tre punti anche in situazioni atipiche, tipo transizione o uscite dei “4” perimetrali.

Abuso che tuttavia ha raggiunto e raggiunge ora momenti feticisti, in quanto è pressoché impossibile riconoscere ulteriori principi offensivi ed esecuzione razionale nell’attacco dei Pacers.

A parole si sfrutta Hibbert ai post (clamorosa la sua crescita nel piazzato dai 6 metri) e Roy sta certamente rispondendo alla grande candidandosi tra i primi della lista al Most Improved Player, insidiandosi addirittura con la freccia in corsia di sorpasso per provare a scavalcare Brook Lopez ed Al Horford come miglior lungo giovane della lega.

Ma nei fatti la risorsa essenziale appare quella che non esiterei a definire una sorta di Three Point Shooting contest, nella forma del caos parzialmente organizzato.

Scorribande di Collison palla in mano, penetra e scarica selvaggio, non meno di 3 giocatori pronti a ricevere e tirare sul perimetro dallo scarico, un uomo quasi sempre disponibile al gomito per bloccare ed ovviamente poi aprirsi per ricevere da fuori: in estrema sintesi, fine degli Indiana Pacers su metà campo.

Se le percentuali non decollano o la circolazione balbetta, palla al leader per il più classico dei “Danny pensaci tu!”

E Granger, uscito paradossalmente più maturo dall’esperienza agrodolce con Team USA, nella quale non è certo entrato tra i preferiti delle rotazioni di coach K, ci sta pensando per davvero, scacciando le perplessità che a lungo mi hanno fatto dubitare del suo status di primo violino in franchigia da playoff.

Risultato? Sorprendente: mai meno di 20 tiri da 3 a partita (media di 24.6 con picchi anche oltre i 30), vittorie schiaccianti contro Miami e Denver, impensabile record positivo e clamoroso quinto posto nella Eastern, subito dietro gli Heat già entrati in modalità fire Spoelstra.

Recentemente i Pacers hanno addirittura sfiorato il quarto perfetto, segnando 54 punti proprio ai consenzienti Nuggets e macchiando il 100% dal campo nei 12 minuti con un tiraccio sciagurato di McRoberts proprio negli ultimi secondi.

Tutto bello, inaspettatamente. Ma è vietato mettere la mano sul fuoco circa la continuità di questi ragazzi nella stagione in corso.

Il raggiungimento della post season, certo ora più probabile partita dopo partita specie per assenza di avversari credibili, non mi sembra lo stesso così scontato.

Molto per esempio dipenderà dalla trade e dal valore aggiunto che certamente arriverà nei prossimi mesi, impacchettando i vari swingman superflui (Dahntay Jones, Rush, Posey) ed uno dei contratti in scadenza (30 milioni tra Dunleavy, Ford, Foster, più l’eredità contabile di Tinsley), dopo aver iniziato l’opera di snellimento del cap liberandosi di Troy Murphy pochi mesi fa.

Può anche non essere questa la stagione del ritorno ai playoff dopo l’ultima apparizione del 2006, ma se mi si chiede quale gruppo giovane ad Est stia seminando meglio per i prossimi anni, il primo nome che faccio è quello di Indiana.

In punta di piedi, silenziosi, senza proclami, come da tradizione del popolo Hoosiers, attendendo ancora Paul George, Tyler Hansbrough e – perché no? – persino quella testa disabitata di Lance Stephenson, messi solo provvisoriamente nella cuccia dallo staff tecnico.
I Pacers stanno tornando.

Perché dove la pallacanestro è una religione di stato e dove non avere un canestro appeso al garage può far insospettire la polizia locale, prima o poi si torna sempre competitivi.

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3 Comments to “In punta di piedi”

  1. Francesco says:

    grande articolo, come sempre…sono d’accordo, risultato sorprendente, squadra che non ha niente da dire sulla carta, ma in silenzio sta carburando e macinando più vittorie di quante ne avessi potute immaginare…non sarà certo una schiacciasassi ma contro di loro non si è mai certi di vincere, sia che ti chiami clippers, sia che ti chiami lakers, perché una pioggia di triple potrebbe abbattersi su di te, se loro hanno una giornata generosa con le percentuali!

  2. Lukish says:

    Volevo complimentarmi con te per i tuoi articoli, sempre obiettivi, ragionati e scritti in maniera impeccabile.
    Io e cinque miei amici scriviamo su un blog che tratta di basket, volevo chiedere se posso aggiungere il link per questo sito che io seguo da diversi mesi ormai ma non ho mai avuto occasione di commentare personalmente.
    Ciaoooo

  3. Gerry says:

    Naturalmente Lukish, con piacere. Grazie ed un saluto.

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