Gioca nei Chicago Bulls, prende circa 15 rimbalzi a sera, è struggente nel tiro da fuori per meccanica ed esiti, distilla capigliature che non esiterei a definire inusuali, detiene un’innata propensione al cabaret, parla molto fuori e soprattutto dentro il campo, ha una smisurata voglia di vincere e di difendere.

Ma non si chiama Dennis Rodman.

E’ Joakim Noah la naturale evoluzione contemporanea del Verme nella NBA moderna?
Il paragone, per quanto suggestivo e credibile, non incontra la mia più spassionata adesione.

Il modo di intimidire difensivamente e di concepire il gioco di Rodman era totalmente diverso da quello attuale di Noah.

Dennis era uno scienziato del gioco. Il suo approccio era prima di ogni altra cosa cerebrale, frutto di un calcolo, di una soluzione matematica, di un logaritmo, di conoscenze delle tendenze avversarie, di analisi logica dei momenti in cui fare o non fare certe cose.

All’aspetto scientifico si sovrapponeva (ed ognuno è libero di scegliere quale sia il mezzo e quale lo scopo) la questione mentale: la voglia, la furbizia, la necessità di sorprendere, la durezza, l’elemento della sfida e del duello personale, che si tramutava nella capacità di giocare addosso al rivale per 48 minuti, riuscendo a stargli così vicino senza far fallo.

Da questo punto di vista c’è molto più Rodman in Artest che in Noah, anche per un fatto di background culturale e sociale.

Apprendista Dennis Rodman fin dal primo giorno.

Joakim è almeno 10 centimetri più alto di Dennis: da questo dato nasce la divergenza tra i modi di giocare dei due, che si riverbera a cascata in molte singole differenze.

Noah non è forte nella difesa uno contro uno e non muove i piedi come Rodman, perché ha fisicità, agilità, compattezza, costruzione e persino ruolo troppo differenti.

Dennis nasce ala piccola, si trasforma in ala grande e gli verrà poi chiesto di giocare centro. Noah è e sarà un centro, pur avendo avuto senso da power forward in passato.

The Worm non prendeva pletore di rimbalzi saltando tanto (anche se era un atleta sublime con elasticità ineguagliabile e spesso sottovalutato) o partendo da altezze dominanti, ma saltando nel momento giusto partendo dalla posizione giusta per arrivare al posto giusto.

Non è un caso che fosse anche un clamoroso rimbalzista offensivo, fondamentale in cui tempismo, intuito ed astuzia sono più determinanti di centimetri ed elevazione, perché spesso si arriva da lontano e si è liberi dall’onere di curare e tagliare fuori l’avversario diretto.

Dennis non schiacciava e non stoppava presidiando l’area ed andando su come Noah, ma giocava sotto il ferro insinuandosi nei corpi altrui e comprendendo con qualche secondo di anticipo l’evoluzione dell’azione e le mosse degli avversari.

Perché, appunto, le conosceva già.

Le cifre attuali di Noah sono da partecipazione all’All Star Game, anche se il posto per i Bulls è già prenotato da Derrick Rose e serve allora un record di squadra davvero convincente per avere due portacolori dell’Illinois a Los Angeles verso fine Febbraio.

L’inserimento nel primo quintetto difensivo NBA ed addirittura il premio di miglior difensore 2011, oltre alla classifica dei rimbalzi ed alla candidatura al Most Improved Player, rappresentano traguardi raggiungibili per il figlio di Yannick, che inizierebbe così l’impervio percorso per avvicinare Dennis nella quantità e nel prestigio di titoli individuali.

Per quelli di squadra ci sarà tempo, perché giocatori come loro, per quanto splendidi, per l’anello hanno pur sempre bisogno di un Isiah, di un Dumars, di un Pippen e di un Domineddio con la lingua spesso di fuori, perché qualcuno i punti li devi pur fare (altro punto di divergenza tra Rodman ed il certamente superiore attaccante Noah).

E non so se Rose, Deng e Boozer appartengono (al momento) a quella categoria.

Eppure vale allo stesso modo il percorso inverso: i big di cui sopra, per vincere, hanno avuto bisogno di Rodman, così come nei prossimi 10 anni i big del futuro avranno bisogno di Noah.

Ed è proprio qui, nella voglia di essere utile alla squadra e di contribuire con le piccole enormi cose, nel gusto di fare ciò che gli altri non possono o non vogliono fare, ben lontani dall’essere un primo o secondo violino palla in mano, che si materializza il parallelo con l’ex Pistons.

Nell’essere vincenti, per farla breve, cosa per altro già riuscita due volte a Noah in quel di Florida nella NCAA, con annesso titolo di miglior giocatore del torneo.

Ma il paragone, per quanto sempre proponibile nella forma, in alcuni aspetti antropologici ed in svariati elementi statistici, non lo sarà mai nel fondamento e nella sostanza del gioco.

Tags: , , , ,

7 Comments to “Il Verme ed il figlio del tennista”

  1. Direttamente da “Bulls on a Parade”, ti dico una sola parola: perfetto.

  2. Mike says:

    Ci pensavo qualche giorno fa a questo paragone, durante la partita contro i Celtics.

    Due giocatori molto diversi: per ruolo, altezza, corporatura, caratteristiche, tutte cose che hai già detto e che non mi va di ripetere.

    Rodman nel suo genere è un giocatore più unico che raro, quello che faceva lui non l’ha più fatto nessuno e prima di lui ci sono riusciti in pochissimi eletti ed in modi differenti.

    Ricordo il mio allenatore ai tempi del liceo: “Per sorprendere e battere il tuo avversario devi avere un tuo personale ed imprevedibile ritmo di gioco e movenze”: quanto aveva ragione.

    Ma se ciò può essere valido quando attacchi ed è il difensore a dover starti dietro, per Rodman e per lui solo ciò valeva in difesa. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto, dove sarebbe andato, quale mossa potevi fare per batterlo. Altri grandissimi difensori, da Russell a scendere, ti annientavano difensivamente col predominio fisico e tecnico: ma Rodman arrivava col suo fisico non all’altezza degli altri pivot, dove questi non potevano arrivare.

    Non c’è nulla da fare: Rodman con ogni possibilità rimarrà il giocatore più forte della storia a non avere degli eredi o validi imitatori.

    http://confortevolmenteinsensibile.blogspot.com/

  3. tfrab says:

    io per, certi aspetti, a dover trovare un erede di rodman direi blair di san antonio (yet another steal of the draft, btw).

    fisico relativamente sottodimensionato e capacità di prendere rimbalzi a volontà.

    oppure se dovessi guardare QI cestistico, capacità di sbucare fuori da chissà dove per rubarti il rimbalzo, atipicità totale allora l’erede sarebbe, forse, rajon rondo, ma gioca in tutta un’altra zona del campo.

  4. Daniele says:

    La meccanica di tiro di Noah è a dir poco oscena, ma ce da dire che è dalla fine della passata stagione che la mette abbastanza, ha acquisito sicurezza. Anche hai liberi, con quel movimento osceno, ha un 76% non certo brutto per un lungo.

  5. mauro says:

    Eppure vale allo stesso modo il percorso inverso: i big di cui sopra, per vincere, hanno avuto bisogno di Rodman, così come nei prossimi 10 anni i big del futuro avranno bisogno di Noah.

    qualcuno ha pensato che bastasse un RU bosh PAUL qualsiasi
    poveri illusi :)
    ciao a tutti

    ps: per chi non ha capito la battuta/citazione studiare la biografia di shaq, per queste cose un genio :) e guardare qui:
    http://www.blakstone.com/Drags.....uPaul.html

  6. mauro says:

    dimenticavo:
    http://blogs.suntimes.com/spor.....is_bo.html
    :):):):):):):):):):):):):):):):):):):)

  7. Bandini says:

    Grazie Mauro per la citazione di Shaq, eccezionale.
    Il mio personale ricordo del Verme è datato gara 6 di finale con utah nel 98. Rodman va a rimbalzo di attacco, tocca la palla e la spinge nel canestro, si volta e rientra in difesa esultando con le braccia alzate nemmeno tardelli nell’82.
    Dubito che in futuro ci sarà un giocatore che riterrà fare canestro come segnare un gol, cioè un evento.
    Gerry, il ritratto di Dennis che hai stilato, come sempre, è perfetto.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>