Ci sono allenatori che si scoprono bravi e vincenti quasi per caso, facendosi trovare al posto giusto nel momento giusto, ed allenatori che sono bravi a prescindere, quasi per ragioni ancestrali, perché lo dicono tutti e può solo essere così.

Monty Williams appartiene a questa seconda categoria.

Da quando nel 2005 è entrato nello staff tecnico dei Blazers, voluto da coach McMillan dopo il doveroso apprendistato nella scuderia Spurs, i più attenti addetti ai lavori lo indicano come sicuro ed imminente head coach su qualche panchina NBA, anche di prestigio.

La leggenda narra che Monty, quando ancora giocava ad Orlando e mentre veniva sostituito dall’allora debuttante coach Rivers, fece notare senza fronzoli al Doc che non avrebbe risolto molto con quel cambio, ma che servisse in realtà un time-out per mettere ordine nella testa dei giocatori e rivedere il game plan della gara.

Doc Rivers, da quella pasta d’uomo di mondo che è sempre stato, non solo apprezzò l’apparente insubordinazione (che avrebbe mandato in bestia molti colleghi oltre che messo sul mercato il giocatore), ma dopo una serie di colloqui di chiarimento rivelò la sua conclusione a Williams:

Diventerai sicuramente un grande head coach NBA; nel frattempo sarai la mia emanazione ed il mio primo riferimento in campo.

Ipse dixit, ed infatti eccolo qui, come il più giovane capo allenatore della lega, dopo aver strappato a Spoelstra (che ha ben altro a cui pensare) il primato.

I primi passi di un predestinato.

Ero convinto che il suo approdo naturale fosse Portland, con ineguagliabile gioia del mio socio di blog e di una fetta importante di tifosi dell’Oregon, ma una non meglio precisata e reiterata fiducia verso lo scialbo Nate, insieme ad un insistito corteggiamento degli Hornets, ha portato Monty in Louisiana.

Il manifesto programmatico del coach è stato chiaro fin dal giorno del suo insediamento:

Vorrei giocare ad alti ritmi, ma non me ne frega niente di quello che facciamo in attacco se poi non miglioriamo in difesa. David (West) ed Emeka (Okafor) hanno ricevuto un sacco di critiche per l’eccessiva quantità di punti in vernice ed in post concessi lo scorso anno. Non credo che la responsabilità sia solo sulle loro spalle, perché le nostre guardie e le nostre ali sono lì per aiutarli e per non fare entrare gli avversari in area così spesso. E’ sempre un discorso di squadra.

Semplice, sobrio, educato, preparato ed indolore, devoto al gioco ed alla chiesa nel solco della tradizione Cristiana del Nord-Est e di chi passa da Notre Dame, con annesso possibile dramma (malfunzionamento cardiaco diagnosticato al college) trasformatosi in miracolo (il disturbo è scomparso, dopo due anni di stop, senza apparente spiegazione scientifica).

Ed ora, com’è come non è, New Orleans è 3-0, ha battuto Denver ed ha sbancato San Antonio, ma soprattutto difende, traendo dalla propria metà campo la ratio di questi successi iniziali: c’è voglia, disponibilità e comunicazione, con ruolo di collante essenziale affidato ad un motivatissimo ed onnipresente Trevor Ariza.

In attacco i sistemi originali e fantasiosi risiedono altrove, ma d’altronde i giochi a due tra Chris Paul e David West sono nelle più strette vicinanze dell’incontenibile grazie alla creatività palla in mano del primo ed all’ineffabile precisione dai 5-6 metri del secondo, mostruoso quando può aprirsi dopo aver bloccato e ricevere in ritmo dalle sapienti mani del suo numero 3.

L’asse portante completato da Okafor è francamente uno dei quartetti meglio assemblati sul piano della chimica di tutta la lega, poiché tutto quello che manca ad uno è ben presente nell’altro.

Monty coinvolge e fa sentire tutti importanti, fissando obiettivi individuali, non alzando troppo l’asticella, sfidando sul campo i suoi ragazzi per entrare in confidenza da subito (un giocatore va sempre matto per un coach che lo affronta in tuta nell’uno contro uno) ed insegnando buona pallacanestro, addestramento ad onor del vero agevolato da un CP3 pienamente ristabilito.

Nel calcio si direbbe che gioca facile, nel basket USA si parla di hands-on coach, allenatore pragmatico, concreto.

Non penso che New Orleans possa aspirare a qualcosa in più di un sano biglietto per i playoff senza fattore campo al primo turno (dal quinto all’ottavo posto ad Ovest); momenti bui e sconfitte arriveranno, anche in serie, perché il roster ha missing links oggettivi (incostanza delle guardie, panchina corta e mediocre specie nel reparto lunghi, questione Paul sempre da monitorare) a cui nemmeno un predestinato come Monty potrà facilmente porre rimedio.

Eppure la sensazione è che Doc Rivers (insieme a tutti gli altri) ci abbia davvero visto giusto; forse quel time-out ad Orlando andava davvero chiamato.

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7 Comments to “Full Monty”

  1. Katala says:

    Il solito Gerry: Pillole di Nba a dosaggio controllato 😀

    Si può essere d’accordo oppure no sulle tesi degli articoli, ma oggettivamente questo blog è una certezza di qualità, competenza, sobrietà.

    Aspetto sempre con ansia le vostre pubblicazioni!

  2. […] Tripla doppia di Kobe, prima vittoria per Bobcats, Clippers e Sixers Dal blog: We Got GameFull MontyCi sono allenatori che si scoprono bravi e vincenti quasi per caso, facendosi trovare al posto […]

  3. GiangioTheGlide says:

    Monty mi piace, e anche Io mi immaginavo che fosse rimasto a Portland per prendere il posto di Nate.
    Ma probabilmente le cose dovevano andare così e do anche Io l’ultimatum a Nate.
    Magari Monty tornerà da noi in futuro. Nel frattempo mi prenderò in simpatia gli Hornets con lui e Belinelli…

  4. Brisss says:

    Gerry, mi son visto per la prima volta gli Hornets stanotte nella partita contro Miami. Beh…sono rimasto colpito da questa squadra, partita divertente e appassionante fino all’ultimo. Rispetto a Miami che pare (per ora) una somma di individualità, questa è una squadra vera! L’impressione che mi ha fatto è che il gruppo sia stato costruito in maniera quasi impeccabile…ogni giocatore sembra davvero al proprio posto e tutti sono valorizzati per quello che possono dare. Certo…sarà Paul che rende tutto più facile (ieri mostruoso e “gioia per gli occhi”…altro che big 3!!), ma è giusto segnalare i mattoncini portati alla causa ad esempio da Okafor, dominante sia in attacco che in difesa, Ariza decisivo nei momenti importanti, Belinelli che non ho mai visto così disciplinato in vita mia!! Per non parlare della panca…(ma da dove vien fuori questo Jason Smith!!??). Che dire…da quello che ho potuto vedere, una squadra così bella da vedere e che gioca a basket con così grande entusiasmo, non può venir fuori dal nulla…grande merito sicuramente al coach.

  5. Bro says:

    Ottimo Gerry as always, la riprova dell’ analisi si è avuta proprio stanotte, come giustamente dice Brisss (dovrei averle messe tutte le s :D).
    Okafor molto duro su Bosh su entrambi i fronti, controllo sulla difesa nonostante il cerbero offensivo che avevano di fronte e pressione.
    Monty si sta dimostrando molto intelligente, ora guardiamo se riesce a farci ricredere anche su Bayless [Mission Impossible].

  6. Brisss says:

    Bro…con le tre esse di Brisss ho la garanzia che Gerry abbia capito chi sono…eheh

    Ah ecco Gerry, un’ultima cosa che mi è venuta in mente dopo aver visto la partita…e su cui vorrei una tua competente opinione:

    DJ Mbenga…è o non è un giocatore di basket?? ahah
    Dai…facci un articolo ti prego!!!:-))

  7. Gerry says:

    Grande Brisss! 😀 Ma ancora più grande DJ, uno dei pochi idoli rimasti nella NBA, anche se come accennavo prima o poi questa panchina temo possa far pagare dazio agli Hornets, con un calo in prestazioni e risultati.

    Ci sono solo due giocatori che Monty deve ancora spremere completamente, anche a causa di una guardia titolare di nostra conoscenza che sta facendo bene: Bayless e Thornton. Se sul primo continuo storicamente in coppia con Bro (e non solo) a non avere speranze, il secondo può solo crescere durante l’anno.

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