Adoro David Stern.

Ecumenico David.


La sua capacità di valorizzare sotto ogni profilo la lega che commissiona ha raggiunto standard biblici e sfavillanti di eccellenza e pignoleria, cavalcando prima i vari Magic, Larry, MJ ed internazionalizzando poi in maniera impeccabile il prodotto.

Ora la decisione di punire ogni singolo gesto e reazione di insofferenza verso un’iniziativa arbitrale è, dal mio punto di vista benpensante, bacchettone e moralista, l’ennesimo capolavoro.

Allarghi le braccia? Applaudi o sorridi ironico? Scuoti la testa? Balli sul posto la taranta alla Rasheed? Fallo tecnico.

E’ una novità probabilmente eccessiva in cui è possibile intravedere una soppressione di quella libertà di espressione tanto cara oltreoceano; soppressione, mi sento di scommetterci, destinata tuttavia a sgonfiarsi nei prossimi mesi dopo qualche segnale forte lanciato in queste prime settimane.

Ma è anche una novità molto banalmente giusta, in una lega di professionisti esposti al pubblico.

Spesso l’abitudine e la prassi fanno definire e valutare come “naturali” ed accettabili gesti, episodi, commenti e parole che non hanno nulla di lecito e corretto.

Si pensi ai cori da stadio, infarciti di aberranti insulti e scostumatezze che sarebbero reato in qualsiasi altra sede ma sono invece liberalizzati solo perché “si è sempre fatto e fa parte dello spettacolo”.

No, David Stern non ragiona così. Se vede qualcosa che non gli piace, lo rimuove. Andando oltre: se intravede qualcosa che potrebbe nascere e potrebbe non piacergli, rimuove anche i potenziali presupposti, prima ancora che vi sia un reale allarme.

Si può leggere questa tolleranza zero anche come una rappresaglia ed una sorta di Crodino offerto all’associazione giocatori in vista delle trattative finali per il nuovo contratto collettivo.

Ma è prima di ogni altra cosa l’ennesimo passaggio nella formazione di una lega modello, educata ed educatrice, rispettosa dei ruoli, delle gerarchie e della gente che guarda.

Credibile all’interno e verso l’esterno, con principi e valori sani, direbbe la buona zia di famiglia. Purché condivisi dal commissioner, aggiungiamo noi.

La NBA è questa perché David Stern è questo. Nessuna lega sportiva professionistica al mondo riesce ad avere una tale immedesimazione culturale e sociale nel proprio capo. In quanti conoscono, al di là dell’interesse per gli altri sport, il presidente dell’ATP, della PGA o addirittura si ricordano il nome di quello attuale della Lega Calcio?

Lungi da me avventurarmi in una tangenziale trafficata come l’improponibile parallelo tra soccer e basket, ma io non accetto e continuerò a non accettare l’assioma degenere secondo cui una società, una cultura ed uno sport diversi possano produrre differenti comportamenti o differenti possibilità di applicare leggi corrette.

Come se il mondo del calcio (portatore malato di una non meglio precisata ed incurabile cultura selvaggia e disonesta) fosse impermeabile a certe forme di equità, rispetto e legalità, ma dovesse rimanere sempre e comunque il mondo dei barbari, dei giocatori forcaioli che simulano, dei presidenti ed allenatori che protestano, dei tifosi primitivi, delle polemiche infinite, della prova TV vista come uno spauracchio.

O peggio, come se gli italiani ed i serbi fossero a prescindere più predisposti a delinquere di altre etnie, come un male antropologico.

Non è così. O almeno non è tutto così semplice.

Una normativa sana, anche se parzialmente restrittiva, con regole di comportamento condivise e poste in essere da persone di buon senso (pur nella soggettività della loro cultura) è la chiave per il buon funzionamento di una struttura chiusa, come uno Stato, una scuola o una lega sportiva.

Importiamo le regole di comportamento (fuori e dentro il campo) che governano la NBA, e poi vediamo se è solo un fatto di cultura italiana o amenità simili che spesso richiamano in telecronaca anche Flavio e Federico con inevitabili sorrisini.

Vuoi essere un giocatore di calcio professionista ed avere i privilegi che ciò comporta? Vestiti e comportati bene, altrimenti ti puniamo.

Artest oggi si comporta bene non per motivi trascendentali, ma perché è stato educato dall’ordinamento della NBA a comportarsi bene.
Educato nel senso etimologico del termine, condotto fuori, quindi liberato; non c’è più grande libertà che essere educati da altri a comportarsi correttamente nei rapporti sociali, se costoro hanno dimostrato negli anni la bontà delle proprie posizioni.

Certo, non tutto è rose e fiori anche sull’altra sponda dell’Atlantico.
Certo, ci sarebbe un periodo non facile di adattamento, di meraviglia e di stupore, né più né meno come ora alcuni giocatori ed allenatori NBA sono disorientati dalla grande T che viene loro segnalata davanti al naso.

Ma il prodotto finito sarebbe semplicemente migliore e più apprezzabile per tutti, senza storture ma nello spirito del gioco e delle persone per bene.
Perché, sembrerà strano, il magistero dell’educazione si può riscontrare persino in una lega sportiva. Come David Stern insegna.

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3 Comments to “Stern e la grande T”

  1. Ciombe says:

    Curioso come i nuovi modi di regolare i falli tecnici siano coincisi con la prima stagione senza Sheed…

  2. L’hanno fatto apposta, così non torna più 😀

  3. xandro24 says:

    Sono molto d’accordo con il discorso fatto nell’articolo. In molti accusano Stern di buonismo, di essere intervenuto nella NBA con regole che la fanno assomigliare più ad un mondo utopico che ad una Lega sportiva…e invece il lavoro svolto, a livello di immagine, è stato molto, molto buono nel corso di questi decenni. A me non piace vedere una persona, come lui o come Blatter nel calcio, che ricopre il ruolo di vertice per 30 anni o giù di lì, ma sicuramente sopporto meglio Stern di altri.

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