Non ho mai realmente capito se Don Nelson sia stato un grande allenatore, un grande precursore o un grande sopravalutato.

Come sarà ricordato Don Nelson?


Forse un po’ di tutte quelle definizioni, ma di sicuro i numeri gli consegnano un’epigrafe dal frastuono francamente eccessivo quanto incontestabile: coach più vincente della storia, dopo il sorpasso alle 1332 vittorie di Lenny Wilkens.

Si è aggiudicato inoltre tre premi di coach of the year ed è stato votato nel 1997 tra i 10 più grandi allenatori NBA di tutti i tempi, eppure non solo non ha mai vinto un titolo, ma non ha mai raggiunto nemmeno una Finale.

Sono almeno 10 anni che scaturisce nell’osservatore la sensazione di avere a che fare con una persona stanca, un uomo disincantato, un coach anticonformista ma nell’accezione peggiore del termine, ovvero ai limiti del bizzarro, che si annoia se non fa qualcosa di diverso ed a cui non interessa la vittoria.

Un bollito, per farla breve.

Ampiamente esemplificativo il commento di un coach avversario, rimasto clamorosamente senza identità, che penso rispecchi il pensiero comune di addetti ai lavori ed appassionati in questi anni:

Io non penso che Nellie lavori con l’intensità, la fame e la durezza dei suoi primi tempi. Le sue squadre sono le più facili da battere per noi e la cosa suona paradossale perché Nelson è come se stesse solo cercando di essere creativo, fantasioso, di sorprendere tutti. Sta sperimentando, con milioni di dollari non suoi.

Rientrano in questo discorso le scelte pazze al draft rinnegate nel volgere di un istante, la caccia ossessiva e spesso infruttuosa al lungo spilungone oltre i 2.15 (Ralph Sampson, Manute Bol, Shawn Bradley, Andris Biedrins), la small ball erroneamente oggi attestata a D’Antoniana memoria, quando in realtà 10 anni prima dei Suns del coach ex Milano il buon Nellie giocava con 4 piccoli senza alcuna distinzione di ruoli a gravitare come schegge impazzite attorno ad un centro.

O ancora gli avveniristici matchups creati ad arte, in cui lunghi di 210 centimetri si trovano a difendere su guardie sotto i due metri con risultati spesso agghiaccianti, e singoli episodi eclatanti come i cinque titolari lasciati in panchina per tutto il secondo tempo quando era a Dallas.

E, perché no, le scarpe da ginnastica indossate sotto impeccabili abiti griffati, le urla ai giocatori e le proteste agli arbitri, uno stile di vita per lo meno guascone.

Eppure le stravaganze di Nelson hanno avuto un impatto entusiasmante quando sono state accompagnate dai risultati: basti ricordare la sontuosa creatura predisposta a Milwaukee a cavallo degli anni ’80, quando riuscì ad aggiudicarsi sette titoli consecutivi della Central Division sempre con almeno 50 vittorie, solo con una serie di buoni giocatori di cui oggi anche gli over 30 faticano a ricordare il nome o addirittura non ne abbinano il volto e le caratteristiche (Marques Johnson, Sidney Moncrief, Junior Bridgeman, Paul Pressey, Jack Sikma, il grande Terry Cummings).

Ma anche a Golden State ha abbinato la sua imponente figura alla squadra di Mullin, Hardaway, Ritchmond prima ed a quella dei giovani Webber e Sprewell poi.

Tutti team palesemente più divertenti che vincenti, per quanto i Bucks senza i Sixers e soprattutto i Celtics dell’epoca avrebbero potuto forse riscrivere l’albo d’oro.

Volendo azzardare un paragone delicatissimo con uno sport un po’ troppo distante dal basket per simili paralleli, mi viene naturale abbinare Don Nelson a Zdenek Zeman per quella capacità di elevare le prestazioni di sconosciuti ed operai specializzati in piccole piazze, di dare nel bene e nel male identità e riconoscibilità alla propria squadra, di non adeguarsi al cliché imposto dagli stereotipi del momento.

Ma anche (e, purtroppo, soprattutto) per quei difetti e quelle controindicazioni che una simile esoterica ortodossia si porta dietro, ovvero l’incapacità di salire di livello quando ci si dovrebbe avvicinare alla vittoria, l’eccessiva cocciutaggine nel voler proporre un modello a prescindere, la dannata reputazione di belli, forse speciali, ma certamente perdenti che verrà tramandata ai posteri.

A meno che non siate della razza più in estinzione nel mondo dello sport professionistico contemporaneo, ovvero i romantici, odierete o comunque non avrete apprezzato Don Nelson in questi anni.

Nonostante i bei ricordi e l’affetto immutato, gli stessi tifosi dei Warriors si sentono liberati dal suo abbandono (leggesi licenziamento) alla panchina, poiché stava portando la franchigia della Baia ad un anonimato inquietante nonostante l’impresa al primo turno del 2007 contro la sua Dallas testa di serie numero uno.

Ma conta più vincere o essere creativi e divertenti? E’ lo stesso Nellie che non esita a rafforzare il suo manifesto programmatico anticonvenzionale:

Cosa c’è di difficile ed impegnativo nel dare la palla ad un giocatore in isolamento o in post basso ed aspettare che faccia la sua giocata, con gli altri 4 giocatori che guardano da fermi? Che fine fa il ruolo di un allenatore se deve solo guardare l’orologio e chiamare il giocatore al suo turno di lavoro nella rotazione?

Ed allora a me il dubbio iniziale resta e forse resterà sempre: grandissimo o sopravalutato? Visionario o scienziato pazzo?
Di sicuro, concedeteglielo perché è agli atti, il più vincente di sempre che non ha mai vinto. Paradossi NBA.

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2 Comments to “Don(e) Nelson”

  1. Francesco says:

    gran bell’articolo…e si, il paragone con zeman secondo me è dei più azzeccati possibili, inoltre
    sul fatto che da anni ormai era un allenatore bollito mi trova pienamente d’accordo…

    sono troppo giovane per averlo visto in azione ma per molto dev’essere stato un grande altrimenti
    non riesco a spiegarmi oltre 1300 vittorie trovate da un allenatore che da anni ha fatto scelte folli con i giocatori, quasi da ricovero, e pessimo anche a livello tattico…di sicuro un personaggio, comunque.

  2. ciccioz says:

    Sopravvalutato, sopravvalutato, sopravvalutato.

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