Team USA ha vinto il Mondiale in Turchia grazie alla difesa.

I volti e la gioia di chi ha imparato la lezione.


E’ questa la vera svolta impressa da Coach K e dal suo staff a quella che ormai non può ancora essere considerata la squadra più spettacolare del globo, ma è definitivamente la più completa.

Lo straordinario merito di Krzyzewski è stato capire che per scardinare le appiccicaticce difese in suolo FIBA non andava a tutti i costi imposta un’identità elitaria e quasi utopica, ovvero un modello USA superiore a prescindere (e quindi arrogante) in grado di prevalere col solo accumulo di fuoriclasse palla in mano.

No, occorreva invece scendere a patti col diavolo adattandosi alla pallacanestro proposta al di fuori della NBA, giocando proprio come la Grecia o l’Argentina di turno aveva messo in difficoltà la nazionale a stelle e strisce nelle precedenti fallimentari edizioni dal 2002 al 2006: difesa asfissiante, spirito di sacrificio, controllo del ritmo.

A maggior ragione in assenza delle stelle, al tempo stesso causa ed effetto di questo nuovo look e della rivoluzionaria amalgama chimica.
Quando poi la prima donna è un ragazzo dell’umiltà di Kevin Durant, tutto diventa quasi automatico.

I numeri fanno Cassazione, in particolare il Defensive Rating: nel precedente Mondiale in Giappone i punti subiti ogni 100 possessi erano sinistramente stati 101.1, mentre quest’anno sono crollati a soli 91.0 andando a completare il percorso già intrapreso a Pechino 2008 quando il dato fu intermedio tra questi due estremi.

Meno belli, ma più efficaci. Meno ghirigori ed alley-oop, più aiuti difensivi e sfondamenti subiti. Meno aristocrazia con distintivo, più manovalanza operaia. Meno appeal mediatico, più vittorie sull’albo d’oro.

Abbiamo così scoperto per esempio quello che può essere Andre Iguodala se viene utilizzato per quello che è, ovvero non un campione ed un primo violino come è stato erroneamente pensato in questi anni a Philadelphia, ma un sontuoso guardaspalle per un fuoriclasse.

E’ stato in grado di proteggere e coprire Durant difensivamente in modo direttamente proporzionale a quanto Kevin è stato favoloso in attacco. Mi azzardo a ritenerlo potenzialmente il miglior secondo violino ed il giocatore più vicino a Scottie Pippen nella NBA moderna.

Rientra in questo filone la scelta di inserire nella spedizione Russell Westbrook a discapito del caso Rondo, forse il più sopravalutato difensore degli ultimi 20 anni di basket USA e clamoroso caso di farraginoso e fallace parallelismo tra recuperi (Rajon sublime grazie alle braccia interminabili) e buona difesa (Rajon orrendo e quasi mai mobile nell’uno contro uno o nel posizionamento in aiuto).

La straordinaria prepotenza fisico-atletico dell’ex UCLA e la sua storica capacità di difendere uno contro uno su qualsiasi genere di guardia ha invece permesso numerosi cambi di ritmo e parziali positivi a Durant e compagni.

I due Thunder sono usciti ulteriormente rafforzati da questa esperienza e si sono fatti conoscere al mondo intero che ora finalmente guarda ad Oklahoma come la più intrigante franchigia in funzione dei prossimi 10 anni NBA. Stay tuned.

Meritano di essere registrati anche i lavori di Love, Odom e Gay, non a caso i giocatori col miglior Defensive Rating individuale.

Lamar e Rudy in particolare hanno svolto un suggestivo e pionieristico ruolo tattico di centri virtuali, in quintetti che se possibile scavalcano il concetto di small ball grazie alla formidabile versatilità atletica dei ragazzi di scuola USA, per i quali l’etichetta da 1 a 5 ad indicarne il ruolo è ormai una pratica vetusta.

Gay nello specifico mi ha colpito per la maturità con cui si è adattato a situazioni nuove nel corso della kermesse, andando in crescendo con regolarità e dimostrando di essere palesemente sulla strada giusta non solo per prendere in mano i Grizzlies e portarli ai playoff, ma anche per dare l’assalto ad una convocazione all’All Star Game nel futuro prossimo.

Le bocciature riguardano uno stralunato Granger, che rende inquieta l’estate dei Pacers specie in funzione di un futuro lancio del rookie Paul George a discapito di Danny nei prossimi 2 anni, ed un pressoché inutile Curry, tuttavia ben inquadrato nel ruolo di dodicesimo uomo educato e non polemico.

Dovrebbe essersi chiusa qui infine l’avventura nazionale di Billups e Chandler, francamente troppo deludenti per poter essere riproposti a Londra 2012, mentre è doveroso sbandierare quella che oltreoceano chiamerebbero red flag (segnale d’allerta) per Derrick Rose, preoccupante ed eloquente nell’incapacità di incidere in questa manifestazione.

Si potrà sempre obiettare che questo mondiale turco non sia da annoverare tra i più memorabili di sempre per livello generale ed iscritti alla punzonatura, ma la svolta tecnica di Team USA mi pare agli atti: se oltre ad essere più forti hanno anche l’umiltà di giocare “come” gli altri ed in funzione degli altri, forse non ce n’è davvero per nessuno.

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One Comment to “Lesson learned”

  1. Fraccu says:

    Rose ha ricevuto difensivamente l’irrispettoso “trattamento Rondo” (gestendolo peggio di Rajon) e, forse per la prima volta in vita sua, è parso spaesato ed “acerbo” come un rookie…

    Granger, in veste di sporadico comprimario poco avvezzo alla difesa, non può rendere (soprattutto considerando l’efficacia di Gordon); non a caso, anche Redd nel 2008 e Joe Johnson nel 2006 (giocatori simili a Danny) non brillarono troppo…

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